Se il prestito studentesco diventa un incubo
M. a sette anni dal termine dei suoi studi, complici precariato e difficoltà a trovare un impiego, si è trovata con una bolletta di 25’000 franchi da pagare “in pochi giorni” per il suo prestito di studio arretrato. Partendo dalla sua situazione, abbiamo fatto una panoramica sulla questione degli aiuti allo studio nel nostro Cantone, anche nell’ottica delle difficoltà economiche causate dal Covid
di Marco Jäggli
Se il prestito studentesco diventa un incubo

“Vi invitiamo a voler procedere al pagamento dell’importo scoperto, se la nostra comunicazione si fosse incrociata con il vostro pagamento vogliate considerarla nulla”. Tra elettricità, telefono e prestazioni sociali, tutti hanno letto almeno una volta questa scritta sul fatidico richiamo di pagamento ma la somma richiesta, in questo caso, è decisamente inusuale: ben 25'000 franchi, da pagare “nei prossimi giorni”. Questo è il caso di M. che, a fine gennaio, si è trovata nella buca delle lettere il saldo arretrato del suo prestito di studio, appena andato in scadenza dopo 7 anni. Cifra che corrisponde a circa la metà dei 46’000 franchi ricevuti inizialmente e per cui, sul momento, sembrava non esserci possibilità di proroga.

“Credevo di morire d’infarto”
Uno shock che sul momento lasciava intravvedere poche soluzioni, al punto da spingerla a pubblicare uno sfogo e una richiesta d’aiuto su Facebook, in cui esprimeva le difficoltà di una situazione da cui non vedeva sbocchi: “Se ho pubblicato quel post è perché credevo veramente che avrei potuto morire d’infarto durante la notte... voleva essere quasi un messaggio per i posteri”. Una situazione su cui ora M. scherza, ma che in quel momento sembrava tutto tranne che divertente: “Dopo gli studi purtroppo, come molti altri giovani, ho fatto fatica a trovare lavoro. Quando ho trovato un posto fisso ho cominciato a ripagare il mio debito con più regolarità, anche se gli importi versati erano insufficienti a saldarlo entro i termini. 46’000 franchi non sono pochi. Quando ho ricevuto la lettera ho creduto che non ci fossero più possibilità di mediazione e che avrei avuto guai seri”. Sensazione di cui forse si può dare la colpa anche alla comunicazione: stringata, secca, senza nessun invito a prendere contatto per discutere di possibili modalità di pagamento alternative.

46’000 franchi di debito, 5’000 di interessi
Fortunatamente non è andata così: M. ha contattato l’Ufficio degli aiuti allo studio (UAST) e si è arrivati molto velocemente a stabilire una proroga di 5 anni sul pagamento. "La concessione della dilazione è stata un grande sollievo. Mi aspettano 5 anni impegnativi e di sacrifici, certo, ma sono nella condizione di affrontarli dato l’impiego stabile", ci racconta, anche perché, aggiunge: “io sono sempre stata grata per il prestito che mi è stato concesso, grazie al quale ho potuto studiare e che voglio restituire fino all’ultimo centesimo. Quello che invece davvero non capisco è perché i tempi di restituzione, per legge, siano così brevi e inverosimili e perché si debba pagare degli interessi su un prestito di questo tipo”. Interessi che, a suo parere, sembrano quasi una beffa: “Lo scopo di un aiuto allo studio dovrebbe essere quello di sostenere una persona in difficoltà, perché rendergli la restituzione più difficile con degli interessi?”. Infatti il calcolo è presto fatto: con un tasso d’interesse del 2,5% annuo, su un periodo complessivo di 7 anni (i primi due sono esentati dal pagamento degli interessi), M. si è trovata a dover pagare almeno 5'000 franchi aggiuntivi, che sicuramente non le hanno facilitato la restituzione.

La posizione del Decs
Da noi interpellato in merito alla questione, il Direttore del Decs Manuele Bertoli risponde così: “In termini generali posso dire che è importante che le scadenze per la restituzione dei prestiti di studio, siano chiare sin dall'inizio e che siano rispettate. È interesse di tutta la cittadinanza, dunque dello Stato, recuperare quanto prestato per permettere ad altre persone altrettanto bisognose di sostegno di poter proseguire i propri studi nonostante le difficoltà economiche”. “Poi”, aggiunge però, “come successo per la vicenda da voi citata e per molti altri ex studenti, se il debitore o la debitrice segnala all'ufficio preposto una oggettiva impossibilità a restituire il debito nei termini originariamente stabiliti, magari prima della scadenza e non dopo, l’ufficio concorda una nuova tempistica che tiene conto delle prospettive realistiche del debitore”.


Gli interessi sono davvero un incentivo?
Sulla questione dei tassi d’interesse il Consigliere di Stato invece dichiara: “Se il creditore, che in questo caso è lo Stato, dunque tutti noi come cittadini, attende il rimborso di una somma, è comprensibile che chieda un interesse di ritardo al debitore. È anche un modo per incentivare il debitore a restituire il dovuto”. Inoltre, sottolinea Bertoli, il tasso d’interesse è “il medesimo chiesto per il pagamento tardivo delle imposte” mentre “il Codice delle obbligazioni prevede un interesse del 5%”. Una posizione che M. ovviamente non condivide, nonostante il tasso più favorevole: “Si dice che gli interessi servano a incentivare la restituzione rapida. Certo, il motivo può essere questo, sta di fatto che chi è impossibilitato saldare il debito rapidamente si trova una situazione sempre più pesante sul groppone, man mano che va avanti con gli anni”.

8,5 milioni di prestiti complessivi
M. non è l’unica in questa situazione. Stando ai dati comunicatici dal Decs, a inizio febbraio 2021 erano in fase di restituzione prestiti per un totale di circa 8.5 milioni di franchi e su 825 persone che hanno potuto beneficiare del prestito, il 6% circa (48) dei prestiti sono temporaneamente sospesi in quanto i debitori hanno segnalato che non possono pagare, il 7% circa (57) sono in attesa di una proposta di rimborso, altrettanti (57) non stanno attualmente pagando, mentre poco più dell'1% (11) dei prestiti hanno dovuto fare oggetto di una procedura esecutiva. Va comunque segnalato che la vasta maggioranza (l’80%) sta comunque ripagando il suo debito. Sulla questione dei prestiti, ad ogni modo, e sul peso degli interessi, il direttore del Decs aggiunge che “dal profilo politico non è un segreto che la mia posizione propende per una quota decisamente più bassa di prestiti rispetto alle borse di studio a fondo perso per chi ne ha bisogno, ma la maggioranza di centro-destra del Gran Consiglio ha voluto altrimenti non più tardi di un anno e mezzo fa e di questo dobbiamo prendere atto”.

Aiuto allo studio, dalle borse ai prestiti
Con l’approvazione della Legge sull’aiuto allo studio (Last) del 2015, il Cantone ha stabilito che fino a un terzo delle borse di studio accordate agli studenti di Master doveva essere costituito da prestiti universitari. Un segnale che si voleva andare nella direzione di una maggior enfasi sui su questi ultimi - da restituire entro 7 anni (prorogabili a 10) con il pagamento degli interessi a partire dal terzo - rispetto alle borse di studio, tanto che alcune parti politiche avevano proposto che questa norma venisse applicata anche ai prestiti per il bachelor. Ancora di recente, a giugno 2019, il Gran Consiglio aveva bocciato una proposta del Partito socialista, sostenuta dal Sisa, in cui si chiedeva di aumentare i limiti massimi per le borse di studio e allo stesso tempo di annullare questa quota di un terzo all’interno delle borse di studio. Nell’occasione i deputati avevano votato per una soluzione di compromesso, aumentando la quota massima a 20'000 franchi (da 16'000), imponendo però allo stesso tempo che un minimo di un quarto di ogni borsa di studio a livello di master sia costituita da prestiti, restando invariato il massimo di un terzo. Una decisione che Rudi Alves, co-cordinatore del Sisa, definisce “un boccone amaro”.

Il Sisa: “La borsa di studio deve rimanere l’aiuto principale”
Per il Sindacato degli studenti e apprendisti infatti la borsa di studio dovrebbe restare la forma d’aiuto principale: “Non abbiamo niente in contrario con la riduzione dei tassi d’interesse per i prestiti”, spiega Alves, “ma la nostra linea rimane quella che il principale mezzo d’aiuto da parte dello Stato dovrebbe essere la borsa di studio a fondo perso e non il prestito”. Questo per non gravare eccessivamente sugli studenti in cerca del primo impiego: “gli ultimi dati parlano di un 38% di giovani indebitati. Ci troviamo nella situazione paradossale in cui il Governo da un lato crea programmi per combattere l’indebitamento giovanile, dall’altro lo incentiva con i prestiti universitari”. Questo in un mercato del lavoro sempre più precario e su cui grava ormai lo spettro del coronavirus: “Gli impieghi part time che gli studenti usano per tirare avanti durante il periodo degli studi sono stati i primi a saltare, di conseguenza temiamo che a molti studenti questi aiuti non bastino più e che debbano richierne di nuovi, anche a causa della riduzione dei salari nei nuclei famigliari”.

Paura per il post-Covid
Per questo il Sindacato, lo scorso giugno, aveva richiesto al Decs di aprire uno sportello telefonico per poter rendere più facile agli studenti in difficoltà porre queste richieste, consultare lo stato delle loro pratiche e in generale porre domande sulle loro procedure, chiendendo anche un condono generalizzato dei prestiti di studio. Proposta a cui il Decs ha risposto picche, segnalando che in quel momento, da inizio pandemia, erano giunte solo “due richieste di aiuti particolari, risolte favorevolmente”. Il numero delle richieste di aiuti allo studio nel 2020, ci è stato comunicato inoltre dal Dipartimento, pur aumentando rispetto al 2019 resta in linea con quelli degli ultimi anni: le richieste sono state infatti 5'219 nel 2017, 5'143 nel 2018, 4'902 nel 2019 e 5'172 nel 2020. Stesso discorso per la quota di studenti che fatica a pagare i prestiti di studio che, a loro dire, “è rimasta stabile nel tempo”.

Il Decs: “Se necessario chiederemo al Parlamento”
Il coronavirus non ha quindi avuto un impatto sulle finanze degli studenti? Sembra troppo presto per dirlo, ad ogni modo, come sottolinea anche Manuele Bertoli: “È verosimile che l'impossibilità per molti di lavorare durante i periodi di chiusura e le maggiori difficoltà che si prospettano per trovare impieghi con paghe dignitose al termine degli studi possano avere un impatto anche sulla possibilità di alcuni giovani che hanno beneficiato di prestiti di studio di restituire questa somma nei tempi inizialmente concordati”. Giovani per cui il direttore del Decs esprime “preoccupazione”, sottolineando che farà il possibile per cercare una soluzione “entro i limiti concessi dalla legge e nel rispetto dell'equità di trattamento”, e che “se la situazione lo richiederà non mancheremo di proporre al Parlamento di adeguare le norme all’eventuale difficoltà che si dovesse riscontrare nelle restituzioni”.

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