Le donne svizzere al voto da cinquant’anni
Cade oggi l’anniversario del suffragio femminile in Svizzera, che permetterà alle donne di godere degli stessi diritti politici degli uomini e di essere elette al Parlamento federale. In occasione della ricorrenza, ripercorriamo le tappe principali di questa conquista
di Lara Sargenti
Le donne svizzere al voto da cinquant’anni
Jules Vogt, Comet Photo AG (Zürich) - L’immagine della ETH-Bibliothek è stata pubblicata su Wikimedia Commons

Sono passati esattamente 50 anni da quando, il 7 febbraio 1971, le donne in Svizzera hanno ottenuto il diritto di voto e di eleggibilità a livello federale. Un diritto fondamentale il cui ottenimento è caratterizzato da un lungo percorso irto di ostacoli. Nel nostro Decoder ripercorriamo le principali tappe di questo importante traguardo, ponendo l’attenzione sulle conquiste delle donne dagli anni ’70 ad oggi e il lavoro che c’è ancora da fare in materia di parità dei sessi.

Svizzera terzultimo paese europeo a concedere il diritto di voto

Nonostante sia una delle democrazie più antiche d’Europa, la Svizzera in fatto di diritto di voto e di eleggibilità delle donne si piazza agli ultimi posti in classifica. Solo Portogallo (1974) e Liechtenstein (1984) hanno fatto peggio. La Città del Vaticano resta invece tra i pochi Stati al mondo a non aver ancora introdotto questa possibilità, nonostante vi siano stati tentativi di concedere alle suore il diritto di voto nei sinodi negli ultimi anni. Resta il fatto che la Svizzera è estremamente in ritardo sui diritti di voto delle donne se paragonata con gli altri paesi europei. Il primo a introdurre il suffragio femminile in Europa è stata la Finlandia, ben 65 anni prima del nostro paese.

Le donne svizzere al voto da cinquant’anni

Perché questo ritardo?

Nella letteratura sul tema questo ritardo viene associato al sistema politico svizzero, che lascia partecipare il popolo alle decisioni e concede ampio spazio d’azione ai Cantoni e ai Comuni. Mentre in altri Paesi il diritto di voto veniva introdotto dal Parlamento, in Svizzera questo poteva essere fatto solo modificando la Costituzione, il che richiedeva un voto popolare. L’elettorato maschile era attaccato ai suoi privilegi e anche le istituzioni hanno mantenuto a lungo un atteggiamento conservatore. I vari tentativi di introdurre il suffragio femminile hanno trovato anche la resistenza del Tribunale federale, che per un secolo ha aderito a un’interpretazione storica della Costituzione, che garantisce il diritto di voto sì ai “cittadini svizzeri”, ma questa espressione per lungo tempo non è stata estesa alle donne. Il Tribunale federale si allontana per la prima volta da questo principio nel 1990 quando, su ricorso presentato da alcune donne appenzellesi, costringe il Canton Appenzello Interno a interpretare il testo come valido anche per le donne.

La lotta per ottenere il diritto di voto

Già nella seconda metà dell’800 sono state avanzate le prime richieste di introdurre il diritto di voto alle donne. Il primo tentativo (1868) è stato fatto dalle donne di Zurigo per introdurre questo diritto a livello cantonale. Poi nel 1893, la Federazione svizzera delle lavoratrici ha chiesto il suffragio femminile a livello federale. Nella prima metà del XX secolo diverse associazioni che lottano per un miglioramento della condizione giuridica ed economica delle donne confluiscono nell’Associazione Svizzera per il Suffragio femminile (ASSF). La richiesta del suffragio femminile viene ripreso dai sindacati durante lo sciopero generale del 1918, ma cresce anche l’opposizione borghese sul tema. Gli oppositori, che contano anche rappresentanti femminili, si uniscono per la campagna all’insegna di “Frau gehört ins Haus!” (”il posto della donna è al focolare”). Nel 1929 una petizione che chiede il suffragio femminile a livello federale viene lanciata dall’ASSF che, assieme a varie organizzazioni femminili, PS e sindacati, raccoglie 249’237 firme. La petizione tuttavia rimane lettera morta.

La lumaca come simbolo della lentezza dei progressi compiuti sul fronte del suffragio femminile in Svizzera, Berna 1928. Schweiz. Sozialarchiv F Fb-0021-29
La lumaca come simbolo della lentezza dei progressi compiuti sul fronte del suffragio femminile in Svizzera, Berna 1928. Schweiz. Sozialarchiv F Fb-0021-29

Tra il 1912 e il 1921 falliscono anche diversi tentativi di introdurre il voto a livello cantonale. La proposta viene respinta a San Gallo, Ginevra, Neuchâtel, Basilea Città, Ginevra, Zurigo e Glarona. In totale, fino al 1971, si svolgeranno 31 consultazioni analoghe, con il no che prevale 22 volte. Vaud sarà il primo Cantone, nel 1959, a concedere alle donne il diritto di voto a livello cantonale. Nello stesso anno seguirà Neuchâtel e nel 1960 Ginevra. Nella Svizzera tedesca il primo Cantone ad accettare sarà Basilea Città (1966), seguito da Basilea Campagna (1968). Per il Ticino bisognerà aspettare l’anno dopo, il 1969 (in precedenza erano già avvenute due votazioni cantonali, entrambe bocciate, nel 1946 e 1966). Appenzello Interno sarà l’ultimo Cantone, quasi vent’anni dopo l’introduzione del suffragio femminile a livello federale, a concedere il voto alle donne (1990) dopo che il Tribunale federale ha accolto due ricorsi di diritto costituzionale. Il 28 aprile 1991 le donne del Cantone di Appenzello Interno hanno potuto votare per la prima volta a livello cantonale.

Le donne svizzere al voto da cinquant’anni

Alla luce dei vari fallimenti a livello cantonale nella prima metà del Novecento, il Consiglio federale pubblica nel 1951 un rapporto in cui considera prematura una votazione federale sul suffragio femminile. Ma pochi anni dopo il tema approda alle urne. Le associazioni femministe infatti insorgono quando, nel bel mezzo della guerra fredda, il Consiglio federale vuole introdurre l’obbligo di protezione civile per le donne. Perché imporre nuovi obblighi quando ancora le donne sono private di diritti politici? La controversia pubblica rischia di minacciare il progetto, per cui il Governo presenta rapidamente la bozza per una votazione sul suffragio femminile. Il 1° febbraio 1959 la proposta viene respinta con 654.939 voti contrari (66,9%) e 323.727 favorevoli (33,1%). Solo i cantoni Vaud, Ginevra e Neuchâtel accettano l’oggetto in votazione.

Le donne svizzere al voto da cinquant’anni

Il tema viene riportato alla ribalta nel 1968 quando, in un clima già teso per i movimenti giovanili, il Consiglio federale decide di firmare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, nonostante l’esclusione del suffragio femminile. Le associazioni femministe alzano la voce e protestano in massa. Il 1° marzo 1969 viene organizzata la marcia su Berna: 5000 donne e uomini manifestano davanti a Palazzo federale a favore del voto alle donne. Viene inoltre firmata la risoluzione di Emilie Lieberherr, che chiede il pieno diritto di voto alle donne svizzere a livello federale, cantonale e comunale. Di fronte alla mobilitazione popolare, il Consiglio federale decide di indire una nuova votazione. Il 7 febbraio 1971 le donne svizzere ottengono finalmente il diritto di voto. Gli uomini svizzeri approvano la modifica costituzionale con il 65,7% delle preferenze, che permetterà alle donne di godere dei loro stessi diritti politici e di essere elette al Parlamento federale. In occasione della sessione invernale del 1971 le prime parlamentari elette (11 consigliere nazionali e una consigliera agli Stati) sono accolte con una rosa.

Un risultato atteso

Quel 7 febbraio 1971 Chiara Simoneschi Cortesi, prima donna ticinese a presiedere il Consiglio nazionale (2008-2009), se lo ricorda ancora bene. “All’epoca ero giovane. Avevo appena finito l’Università, ero tornata in Ticino ed ero mamma di due bambini piccoli”, racconta a Ticinonews. Di quel periodo ricorda il fervore politico e il movimento del ’68 anche se, ammette, non aveva il tempo materiale per essere coinvolta al cento per cento nella lotta, con a carico due bimbi. Ma il risultato era sicuramento atteso. “Ero nata dopo la guerra e mi sembrava anacronistico non avere ancora il diritto di voto”. Simoneschi Cortesi, che per dieci anni ha presieduto la Commissione federale delle pari opportunità ed è sempre stata attenta alle questioni femminili, legge questo ritardo in relazione al contesto storico e culturale elvetico. “La Svizzera è un paese ricco, con redditi molto alti, e a differenza di altri paesi che hanno vissuto la guerra, le donne non hanno avuto la necessità di andare a lavorare, se non per mestieri che erano strettamente legati all’ambito domestico. C’era una divisione molto rigida dei ruoli, con la donna relegata nell’ambito privato e l’uomo nello spazio pubblico. Il fattore stipendio, che bastava per tutta la famiglia, di certo non è stato un incentivo per le donne. E di sicuro la mentalità ha influenzato questo risultato tardivo. La politica, specchio della società, non si è occupata della questione. Poi nel ‘68 la società è cambiata. Il Ticino è stato tra i Cantoni pionieri a introdurre il voto alle donne grazie anche al lavoro dei giovani di tutti i partiti, ricordo in particolare l’impegno di Flavio Cotti e Pietro Martinelli”.

Foto CdT
Foto CdT

I progressi in materia di uguaglianza

Dal 1971 si è legiferato in diversi campi che riguardano storiche rivendicazioni femminili. Nel 1981 la parità tra donna e uomo è iscritta nella Costituzione e nel 1988 entra in vigore il diritto matrimoniale, che stabilisce la responsabilità comune dei coniugi nella cura e nell’educazione dei figli. Nel 1996 entra in vigore la legge sulla parità dei sessi, che mira a promuovere l’ugualianza effettiva tra donna e uomo, in particolare nella vita professionale. Il punto centrale riguarda il divieto generale di discriminazione nei rapporti di lavoro (assunzione, compiti, retribuzione, ecc..). La legge vieta inoltre le molestie sessuali sul lavoro. Oltre all’introduzione dell’assicurazione per la maternità, ai miglioramenti nel settore della custodia dei bambini e all’estensione dell’orario scolastico, si sono verificati cambiamenti in materia di aborto e di violenza domestica. “Abbiamo raggiunto molto e sono cambiate tante cose”, sottolinea Simoneschi Cortesi. “Abbiamo la legge sulla famiglia, sulla parità, sull’assicurazione sociale. Ma penso anche agli assegni di famiglia e prima infanzia introdotti in Ticino, misure di politica famigliare che sono un modello a livello svizzero e danno una mano alle famiglie che ne hanno bisogno”.

Le sfide che restano

Anche se i progressi ottenuti in materia di uguaglianza di genere sono stati significativi, l’attenzione rimane alta sui problemi tuttora esistenti. Il tema della disparità salariale è stato al centro dello sciopero delle donne il 14 giugno 2019. Le donne inoltre continuano a essere sottorappresentate in posizioni di responsabilità nelle aziende e la maggior parte del lavoro di accudimento e di cura è ancora a loro carico. “Le pari opportunità nel mondo del lavoro sono una realtà ancora lontana”, rileva ancora Simoneschi Cortesi. “Non parlo solo di salario, ma anche di possibilità di andare avanti nell’azienda e fare carriera. Per avere pari opportunità bisogna introdurre misure di politica famigliare per migliorare la conciliabilità tra lavoro e famiglia. Il Consultorio delle donne a Massagno tratta diversi casi di donne che sono state ingiustamente licenziate dopo il congedo maternità. È un evento che dovrebbe essere una gioia per tutti, invece ci sono ancora troppi paletti e ostacoli”.
La pandemia inoltre ha mostrato una volta di più le disuguaglianze tra uomini e donne. La perdita di posti di lavoro ha colpito maggiormente la manodopera femminile (il 5% contro il 4% di quella maschile, secondo quanto indica l’Organizzazione internazionale del lavoro). I compiti supplementari fra le mura domestiche, in particolare per chi ha bambini, hanno ridotto le capacità lavorative delle donne. “Con la crisi del coronavirus molte donne sono state licenziate perché lavoravano a tempo parziale. Sono una massa che si manovra a seconda delle crisi”, aggiunge Simoneschi Cortesi.

Foto CdT/Gabriele Putzu
Foto CdT/Gabriele Putzu

Le donne e la politica

Un altro tema che è al centro della questione femminile riguarda la sottorappresentanza delle donne a tutti i livelli della politica. Per citare un dato in vista delle comunali: solo 12 comuni su 111 in Ticino sono amministrate da donne. Non si tratta di una questione meramente numerica, ma di portare competenze e punti di vista diversi nei gremi decisionali. “Le donne sono una riserva importantissima di sapere (conoscenze), di saper fare (essere madre e avere cura) e di saper essere (capacità di relazionarsi e avere empatia)”, sottolinea ancora Chiara Simoneschi Cortesi. “Il loro coinvolgimento dovrebbe essere una priorità politica, ma anche economica e sociale. Finché donne e uomini non saranno equamente rappresentati nelle istituzioni e nella società, la Svizzera non sarà una piena democrazia”.

È per questo che l’associazione femminile FaftPlus dal 2018 promuove la campagna “io voto donna” (che quest’anno sarà solo virtuale). “L’obiettivo è di smontare i pregiudizi sulla presenza di donne in politica, spingere le donne a candidarsi, ma anche esortare i partiti a sostenerle e i media a darle visibilità”, spiega la presidente dell’associazione Marialuisa Parodi. Sul fatto che ancora oggi poche donne si mettono a disposizione della cosa pubblica, Parodi intravvede diversi motivi. “Con una politica di milizia, è difficile ritagliarsi del tempo con tutti gli altri obblighi. La crisi sanitaria ha inoltre pesato ulteriormente sulle spalle delle donne. Temiamo infatti che molte donne che si erano candidate per le comunali dello scorso anno (poi rinviate a questo aprile, ndr) abbiano rinunciato a causa delle difficoltà legate alla pandemia. Ma proprio questa crisi ha mostrato la mancanza di abitudine di considerare l’interesse delle famiglie e delle donne e quanto sia importante avere sensibilità diverse e integrare altri punti di vista. Aver lasciato che questo succedesse dipende proprio dall’incapacità di ragionare in termini di genere”.

Le iniziative per la ricorrenza

Anche se la storia della parità continua, il 50esimo anniversario del suffragio femminile costituisce l’occasione per celebrare e ricordare gli importanti passi fatti in questa direzione. E sono numerose le iniziative previste durante l’anno per festeggiare l’importante traguardo. Dalle visite guidate a tema Palazzo federale (dal 27 al 23 novembre) allo spettacolo di luci e suoni sulle facciate del Palazzo del Parlamento, della Banca nazionale svizzera e della Banca cantonale bernese che onorerà le pioniere dei diritti delle donne. L’evento del suffragio femminile verrà celebrato anche dalla zecca federale Swissmint, che emetterà una nuova moneta d’oro che sarà distribuita il 29 aprile 2021. La Posta svizzera ha invece realizzato un francobollo per la ricorrenza, che sarà disponibile a partire dal 4 marzo.
Le istituzioni non mancheranno di marcare presenza anche sui social. Tutte le donne che hanno fatto parte del Consiglio federale (9 in totale) si sono espresse per celebrare la ricorrenza. Le loro dichiarazioni, pubblicate su Twitter, sono state ritrasmesse attraverso l’account del portavoce del Consiglio federale André Simonazzi. La consigliera federale Simonetta Sommaruga si rivolge direttamente alle generazioni future: “Care giovani donne, le vostre nonne e bisnonne si sono battute per il nostro diritto di voto, influenzando importanti decisioni per una Svizzera più sociale e più ecologica. Sarebbe bello se potessimo portare avanti questo lavoro: c’è ancora tanto da fare”.

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