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È ora di mettere fine alla violenza di genere
Oggi, 25 novembre, si celebra la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Noi abbiamo raccolto la testimonianza di Tania Rosato, vittima di violenza sessuale
di Martina Minoletti

Schiaffi, pugni, insulti, sesso non consensuale, violenza carnale, violenza economica, stalking, fischi, commenti, sguardi, baci non voluti, mani che si muovono, revenge porn, pressioni psicologiche, femminicidi. Queste solo alcune delle infinite forme di violenza che moltissime donne in Ticino, in Svizzera e nel resto del mondo purtroppo subiscono quotidianamente. E oggi, 25 novembre, è proprio la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, questa data ricorda il terribile assassinio delle tre sorelle Mirabal avvenuto durante il regime domenicano di Rafael Leonidas Trujillo nel 1960. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999 ha reso istituzionale questa giornata, invitando governi, organizzazioni e media a sensibilizzare la società sulla violenza di genere e sul femminicidio.

Noi in occasione di questa importante ricorrenza abbiamo parlato con Tania Rosato, vittima di violenza sessuale sedici anni fa. La sua testimonianza arrivata dopo tanti anni dal brutale accaduto - ci ha spiegato - vuole essere un monito per tutte le altre donne vittime che non riescono a denunciare. Da quella notte per Tania è cambiato tutto: ecco perché è fondamentale riconoscere e comprendere il significato di questa Giornata, affinché si possa segnare un punto contro ogni forma di violenza e sopruso.

L’intervista a Tania Rosato

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Tania, oggi 34enne, ha un vissuto indelebile. Ciò che le è accaduto è difficile da rimuovere ma la sua voce oggi può aiutare tante donne e questo lei lo sa. Tania quest’estate ha infatti scritto anche alla deputazione ticinese a Berna affinché vengano modificate le pene detentive nel codice penale svizzero. Lo stupratore seriale di Tania, è stato condannato a cinque anni e mezzo di carcere e a 15 anni di espulsione dal Svizzera. Una pena che però “è troppo breve. La pena minima dev’essere alzata a dieci”, spiega.

Una violenza che rimane per sempre, nel profondo e sulla pelle ma che grazie alla forza di Tania e all’appoggio di altre attiviste oggi si “sente capita”. Quella notte però non potrà essere cancellata dalla sua mente, perché purtroppo l’iter è questo: è sempre la vittima che per tutta la vita deve interfacciarsi con questa grande sofferenza. Non si dimentica, si impara solo a conviverci. Come ha fatto Tania che con tutte le sue forze dopo un periodo di forte depressione ha trovato una fonte di salvezza in un hobby: quello del pompiere. “Mi ha aiutato moltissimo, mi ha salvata e ora non potrei farne a meno. Per me è una fonte di orgoglio”, ha spiegato.

Foto Shutterstock
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In occasione del 25 novembre il collettivo femminista “Io l’8 ogni giorno” con la campagna “Quando non è si è no! Il sesso senza consenso è stupro” chiede che la Svizzera includa la nozione di consenso nella prossima revisione del codice penale. “Oggi, affinché lo stupro sia riconosciuto dalla giustizia, deve essere dimostrata la coercizione. Ciò, inevitabilmente, nega lo stato di smarrimento denunciato da molte vittime di stupro e non rispetta la Convenzione di Istanbul entrata in vigore nel 2018 e che prevede – tra le altre misure – che l’assenza di consenso sia al centro della definizione giuridica dello stupro e delle altre violenze sessuali”, spiega il collettivo.

Secondo l’indagine del 2019 condotta da gfs.bern in Svizzera il 22% delle donne ha subito degli atti sessuali indesiderati nel corso della propria vita, il 12% ha avuto rapporti sessuali contro la loro volontà e quasi la metà delle donne toccate (49%) tiene per sé l’episodio di violenza sessuale. Solo l’8% di loro hanno denunciato l’episodio alla polizia. Inoltre, il 40% delle donne in Svizzera teme di subire delle molestie sessuali nella sua vita quotidiana, oltre la metà (59%) sono già state vittime di molestie sotto forma di contatti, abbracci o baci non desiderati.

Non sono da meno le cifre di violenza domestica rivelate pochi mesi fa. 54 casi al giorno di violenza domestica in Svizzera e una media di 3 interventi al giorno in Ticino per un totale di 1’099 nel 2019. Per non dimenticare che, stando alle cifre dell’Ufficio federale di statistica ogni quattro settimane una donna in Svizzera è stata uccisa nel contesto di una relazione di coppia. “Un fattore chiave sta nella drammatica distorsione della visione dei rapporti di intimità e delle relazioni di coppia, che muove gli autori di violenza”, ha spiegato Chiara Orelli Vassere coordinatrice istituzionale in ambito di violenza domestica presso la Direzione della Divisione della giustizia.

“Sono relazioni in cui viene meno o non esiste il concetto di base per una relazione sana, quello di un rapporto paritario e basato sul rispetto della parità nei diritti e nella dignità fra gli esponenti della coppia”. Per questa ragione “bisognerebbe parlare di omicidi possessionali, e non passionali, perché alla base di questi fatti di sangue vi è la convinzione di avere il diritto al dominio sulla vita dell’altro”.

Foto d’archivio
Foto d’archivio

I dati sono le fondamenta su cui si strutturano le definizioni della violenza contro le donne e il primo aspetto da mettere in luce è che l’autore rimane l’unica constate in tutti i Paesi del mondo: chi agisce la violenza è prevalentemente maschio ed è solitamente il partner, l’ex compagno, il marito o un familiare. Ma cosa genera la violenza sulle donne? A questo quesito hanno provato a rispondere Lorenzo Gasparrini, filosofo femminista e Graziella Priulla, sociologa e saggista intervenuti durante un incontro del 21 novembre organizzato dalla rete “Nate il 14 giugno” e da “Comundo”, obbligato dalle circostanze ad essere online.

Quando si parla di violenza di genere si tende a non partire dalla radice del fenomeno: i componenti culturali e sociali di discriminazione. Quella “mascolinità tossica” di cui spesso si parla è alla base del problema. “Le sostanze tossiche sono sparse nell’ambiente e noi le assimiliamo nei nostri comportamenti quotidiani di volta in volta, accumulandole dentro di noi. Quando raggiungono un certo livello, allora colpiscono con il loro effetto nocivo”, spiega Gasparrini. “Con mascolinità non si intende tanto qualcosa da attribuire al sesso maschile ma quanto più a un ruolo sociale, una simbologia legata all’uomo che prevede una serie di comportamenti”, prosegue.

Foto Shutterstock
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Sull’evento brutale in sé, Gasparrini spiega: “Malgrado il modo in cui viene raccontato, la violenza non è qualcosa di estemporaneo, incredibile o assurdo. La metafora da rilegare qui è quella dell’iceberg dove la punta è il femminicidio”. “A fare i grossi danni è la parte sommersa che racchiude tutti quei micro comportamenti tossici: il fischio per strada, la battuta sul corpo, l’atteggiamento paternalista nei confronti della collega. Tutti comportamenti dove la questione di genere non dovrebbe rientrare perché non c’entra nulla”. La questione principale si racchiude nella virilità: “Nella stragrande maggioranza degli uomini c’è la volontà di possedere ed è una cosa radicata nell’educazione, o sei maschio in questo modo oppure non lo sei”. E in questo senso Gasparrini sostiene di dover introdurre un discorso femminista che non è una questione legata solo alle donne, anzi. “I discorsi femministi servono agli uomini ad avere una visione altra, una visione diversa e che non vuole l’eliminazione del maschio”, sottolinea.

Foto d’archivio
Foto d’archivio

Ma il problema è da sempre profondamente radicato, anche se la sociologa Priulla - impegnata nell’educazione di genere - sostiene che negli anni siano stati fatti dei passi avanti. “Siamo infarciti di stereotipi, abbiamo già in mente una scorciatoia mentale che ci indica come le donne siano fatte e come la violenza abbia determinate matrici”, spiega. “Questo è un lavoro che va fatto quotidianamente, uno scavo continuo, una piccola goccia versata ogni giorno dai media, dalla famiglia, dalla scuola”. Investire in una cultura che non ha paura dei propri sentimenti, dunque, ma che li tematizzi e che li sappia affrontare, questa forse una delle molteplici chiavi che potrebbero cambiare la direzione delle cose. “È sfigato un ragazzo sensibile ed è una sfigata una ragazza che non si dà facilmente. Questa svendita mi fa paura ed è una battaglia dura ma sono convinta che molta piccola gente, in molti piccoli luoghi, facendo piccole cose il mondo lo possa cambiare”, conclude Priulla.

Al via“16 Days Campaign“
Da oggi parte la “16 Days Campaign”, la campagna di 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere promossa dalle Nazioni Unite che viene sostenuta da cittadine, cittadini e organizzazioni in tutto il mondo per promuovere la prevenzione e l’eliminazione della violenza contro le donne e le ragazze.

Il gruppo Donne Amnesty International della Svizzera Italiana e la Fondazione Diritti Umani uniscono le proprie forze e aderiscono a questa campagna internazionale per dire “no“ alla violenza di genere. Per aderire si possono inviare i propri selfie taggando @DonneAmnestySvizzera , cambiare l’immagine di profilo Facebook e Twitter e usare l’hashtag #25NoV.

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