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Cosa sta succedendo in Afghanistan?
L’avanzata repentina dei talebani ha messo in ginocchio il regime repubblicano. Ma quindi quale bilancio tracciare di un’operazione occidentale nella regione che è durata più di venti anni, e quali prospettive si aprono nei confronti del fenomeno del terrorismo islamico?
di Federico Marino

Gli occhi del mondo sono rivolti verso l’Afghanistan. I talebani hanno operato un’avanzata verso Kabul che ha stupito per la sua rapidità, ed è ormai certo che il governo repubblicano dovrà cedere il potere a breve. Gli eventi che si svolgono in queste ore a Kabul non possono che riguardare da molto vicino anche i paesi occidentali, sia per la loro implicazione in due decenni di operazioni militari, sia per le paure legate al terrorismo islamico.

La campagna occidentale
L’intervento armato statunitense risale al 7 ottobre 2001, quando in seguito agli attacchi dell’11 settembre fu misa in atto l’operazione Enduring Freedom, con l’obiettivo di destituire il regime talebano accusato di fornire copertura ad Al Qaeda. Dopo una serie di vittorie sul campo degli occidentali, il regime capitolò il 9 dicembre 2001, con la resa di Kandahar.
Osama Bin Laden aveva lasciato il suo rifiugio di Tora Bora poco prima, ed è stato installato un governo di transizione. Ma la stabilizzazione del paese era tutt’altro che conseguita: i talebani continuavano ad esercitare la loro influenza su vaste aree del paese, e Al Qaeda continuava a ordire attacchi terroristici. L’8 agosto 2003 ha inizio l’operazione NATO.
Nel frattempo, Bin Laden continuava a farsi vivo tramite dei video messaggi dai suoi rifugi in località ignote. Le violenze riesplodono nel 2006, quando hanno luogo una centinaia di attacchi suicidi e con esplosivi. La coalizione occidentale inizia a mostrare le prime crepe, con alcuni stati che si dimostrano sempre più propensi ad abbandonare l’operazione, e il consenso della regione nei suoi confronti che cala con l’aumentare delle vittime civili coinvolte negli scontri.
Nel 2009 la presidenza Obama opta per un intervento sempre più risoluto in Afghanistan. L’escalation si traduce in un invio sempre più massiccio di militari USA sul campo, che arrivano a toccare le 98'000 unità.
La svolta si ha con l’uccisione di Bin Laden avvenuta nel 2011. L’eliminazione del leader di Al Qaeda sposta il focus della discussione sul ritiro delle truppe; tuttavia, l’instabilità della situazione fa sì che debbano passare altri tre anni prima di poter operare il ritiro della maggioranza delle truppe.
Il 1 gennaio 2015 l’operazione Enduring Freedom fu sostituita da Freedom’s sentinel, incentrata più su attività di antiterrorismo e addestramento delle forze locali che sull’aspetto di combattimento sul campo.
Al momento del giuramento di Trump nel 2017 il ritiro delle truppe (scese a 9'000 unità) può dirsi praticamente concluso. Il presidente repubblicano optò per una strategia più finanziaria, che comportava la distruzione delle coltivazioni di oppio e la riduzione dell’assistenza militare al Pakistan, accusato di supportare gli estremisti. Nel 2019 si sono così aperte le trattative di pace a Doha.

Problematicità dell’operazione
Alcuni errori strategici secondo gli analisti sono da identificarsi nell’attacco del marzo del 2003 all’Iraq di Saddam Hussein, che avrebbe distolto l’attenzione internazionale dall’Afghanistan permettendo ai talebani di riorganizzarsi, tra le altre cose col sostegno del Pakistan.
Inoltre, l’azione della coalizione internazionale non si è sempre svolta in modo concertato. Se gli statunitensi hanno principalmente optato per un approccio che predilige i combattimenti armati, gli europei ne hanno adottato uno più incentrato sul mantenimento della pace. Tutto ciò ha inficiato l’efficienza delle operazioni che si svolgevano in un teatro di guerra.
Al momento del ritiro delle truppe occidentali del paese, la situazione che si presentava all’interno dell’esercito afgano era allo stesso modo problematica. Non è stato posto un argine alla corruzione dilagante, e le diserzioni hanno fatto sì che un effettivo di 350'000 soldati si riducesse a 100'000 unità effettive.

Quali le coneguenze per il fenomeno del terrorismo islamico
È quindi lecito chiedersi quali sono le conseguenze del fallimento di un’operazione nata come risposta all’attacco terroristico dell’11 settembre. Le incognite vertono in primis intorno al rapporto che ci sarà tra Al Qaeda, un gruppo di islamisti radicali votato al rovesciamento dei regimi nel Medio Oriente e alla guerra contro Israele, e i talebani, un gruppo afgano reazionario che mira all’instaurazione di una rigida legge religiosa in un singolo paese.
Le Nazioni Unite hanno recentemente pubblicato un rapporto che incrociando i dati delle agenzie di Intelligence di svariati stati membri conclude che Al Qaeda è già presente in almeno 15 province afgane. Gruppi affiliati all’organizzazione terroristica opererebbero inoltre sotto protezione dei talebani dalle province di Kandahar, Helmand e Nimruz. Ciò nonostante nell’accordo dell’anno scorso con gli Stati Uniti i talebani abbiano accettato di non fornire supporto ad alcuna organizzazione che potesse mettere in pericolo gli USA.
Le incognite sono date anche dalla politica del successore di Bin Laden. La strategia del nuovo leader di Al Qaeda al-Zawairi sarebbe più orientata verso la ricerca del consenso nell’instabile e frammentato Medio Oriente, piuttosto che ad operazioni quali erano state quelle dell’11 settembre. Tutto questo potrebbe facilitare il mantenimento dell’alleanza con Al Qaeda da parte dei Talebani. Tuttavia, delle fonti riportano che Zawairi sarebbe gravemente malato, e la sua morte potrebbe comportare anche quella della sua strategia.
È lecito pensare che i talebani dovranno ricercare una sorta di riconoscenza internazionale una volta giunti al potere; un altro fattore d’incertezza risiede nei compromessi che il regime sarà pronto a fare.

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