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Il sogno di un’Europa diversa

Le elezioni europee, le proteste popolari e i conflitti commerciali offrono la possibilità di una svolta della politica del Vecchio Continente

Negli scorsi giorni è stato reso noto il primo sondaggio sulle intenzioni di voto dei cittadini nelle elezioni europee di fine maggio chiamate a rinnovare il Parlamento europeo. Le due grandi “famiglie” politiche che hanno finora governato l’Europa, ossia il Partito Popolare Europeo e i socialisti, perderebbero la maggioranza assoluta dei seggi a Strasburgo, pur rimanendo i due gruppi politici più numerosi. I partiti sovranisti e populisti segnerebbero un forte balzo soprattutto grazie alla Lega di Matteo Salvini, che conquisterebbe 27 eurodeputati rispetto ai 6 uscenti, e del Movimento 5Stelle, che passerebbe da 15 a 26 eurodeputati. La decisione sulla futura maggioranza resterebbe nelle mani dei Popolari di Angela Merkel e di Silvio Berlusconi. Spetterà infatti a loro scegliere tra un’alleanza con socialisti, liberali ed eventualmente il gruppo dei Verdi oppure attuare una svolta grazie ad un accordo con sovranisti e populisti. Silvio Berlusconi si è già espresso a favore di quest’ultima soluzione che ricalca la coalizione che governa l’Austria. Angela Merkel non si è ancora espressa e molto probabilmente sentiremo la sua opinione solo alcune settimane dopo che verranno conosciuti i risultati del voto. Questa scelta è importante? Sicuramente è importante, ma non decisiva.

Il motivo è molto semplice: la politica dell’Unione europea si è sviluppata negli ultimi decenni nel segno della globalizzazione e della liberalizzazione dei mercati spesso sanciti in trattati e in accordi sottoscritti da tutti i Paesi. Cambiarne il corso appare un’impresa molto ardua se non impossibile, poiché non vi sono solo differenti approcci tra i diversi partiti ma anche differenti interessi tra i Paesi europei. Così come è stata costruita la politica europea è in realtà determinata da una coalizione tra forze politiche e grandi interessi economici. Quindi pensare che essa possa cambiare unicamente solo grazie ad un cambiamento degli equilibri politici è solo una speranza.

Questa speranza potrebbe diventare una realtà se all’avanzata delle forze politiche sovraniste e populiste si affiancheranno grandi movimenti di protesta popolare, come quello dei Gilets jaunes francesi. Questa eventualità non è assolutamente remota, poiché la crescita economica del Vecchio Continente sta subendo una brusca frenata che persino la Banca centrale europea di Mario Draghi teme possa sfociare in una recessione. E in tal caso gli strumenti tradizionali sono attualmente usurati e quindi meno in grado di contrastare una contrazione economica soprattutto in un contesto politico fortemente deteriorato, in cui una crescente parte degli elettori chiede di riprendere il controllo sui meccanismi della globalizzazione per difendersi dal continuo degrado del tessuto sociale. Infatti, come abbiamo spesso scritto, la competizione internazionale ha un effetto depressivo sul costo del lavoro e sui livelli occupazionali dei Paesi di vecchia industrializzazione. A questa spinta se ne aggiungerà sicuramente un’altra determinata dalle crescenti tensioni commerciali che non riguardano solo il conflitto tra Cina e Stati Uniti, ma che presto riguarderanno anche i rapporti tra Washington e Bruxelles, dato che l’amministrazione Trump ha intenzione di invocare motivi di sicurezza nazionale per introdurre dazi del 25% sulle importazioni di automobili (questa misura colpirebbe soprattutto Europa e Giappone).

Dunque la concomitanza dell’avanzata delle forze populiste e sovraniste, le proteste di piazza alimentate anche dalla frenata dell’economia e lo scontro commerciale potrebbero creare quelle condizioni necessarie (ma ancora insufficienti) affinché l’Unione europea decida (più per la forza degli eventi che per una decisione consapevole e autonoma) di puntare sulla creazione di un blocco economico e commerciale che persegua gli interessi dei propri cittadini e che dia ai Paesi membri quegli spazi di manovra in grado di curare le ferite sociali di questi anni, aumentarne i redditi e soprattutto di ridare fiducia nel futuro. Insomma, la creazione di un nuovo patto sociale europeo che riprenda ed aggiorni alle sfide attuali quel modello economico e politico che ha fatto le fortune del Vecchio Continente e che ultimamente è stato fortemente strapazzato se non distrutto. Solamente in questo caso vi sarà una vera svolta della politica europea che servirebbe anche per arrestarne il declino economico e politico reso più acuto dall’avanzata della Cina e dal confronto sempre più aspro tra quest’ultima e gli Stati Uniti. Per riconquistare la propria indipendenza dai diktat americani e per tentare di ridiventare protagonista a livello mondiale questa è l’unica strada. Occorre ammettere che questo scenario rischia di essere solo un sogno ad occhi aperti, ma di fronte al degrado attuale bisogna anche avere il coraggio di sognare.

Alfonso Tuor

Redazione | 20 feb 2019 06:00

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