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Globalizzazione, è disincanto

Anche le élite chiedono un cambiamento di rotta, poiché così il sistema non regge

Tutti lo hanno capito: il mondo è in subbuglio e nel prossimo decennio si definiranno i nuovi assetti delle nostre società, delle nostre economie e anche i nuovi equilibri geopolitici mondiali. E last but not least nei prossimi anni si capirà anche se saremo in grado di frenare il degrado ambientale del nostro pianeta e quindi ad evitare gli effetti devastanti dei possibili cambiamenti climatici. Viviamo dunque in un periodo di grandi trasformazioni e di grandi incertezze che nel contempo è anche molto interessante. Molti si sono impegnati a disegnare le grandi tendenze del futuro. In questo contributo non vi è alcuna pretesa di uguagliare questi sforzi, ma di porre alcuni interrogativi che molto probabilmente si riveleranno datati o superati. Inoltre in questa sede non ci soffermeremo su tutte le sfide che si stagliano all’orizzonte, ma solo su alcune nella consapevolezza però che dall’esito delle une dipende la conclusione delle altre.

La prima fra tutte è quella che il settimanale inglese “The Economist” ha definito la “Slowbalisation”, ossia il rallentamento o il colpo d’arresto che sta subendo la globalizzazione che da fenomeno ineluttabile e benefico per tutti gli strati sociali si è trasformato (come avevamo sempre affermato) un processo ingovernabile che favorisce pochi a discapito di molti. A Davos anche le élite che comandano il mondo hanno invocato una globalizzazione a misura d’uomo e più inclusiva. E’ cresciuta la consapevolezza che il sistema non regge ad un processo guidato unicamente dalle forze di mercato. Anzi questo modo di procedere provoca crescenti reazioni: una parte consistente dell’elettorato di molti Paesi occidentali chiede di riprendere il controllo sulle forze globali per difendersi dal continuo degrado del tessuto sociale. Infatti la competizione internazionale ha un effetto depressivo sul costo del lavoro e sui livelli occupazionali dei Paesi di vecchia industrializzazione e la concorrenza accanita sui prezzi riduce anche le possibilità di finanziamento dello Stato sociale. La conseguenza è ovvia: si chiede di ripristinare la completa sovranità dei vecchi Paesi occidentali per avere uno strumento per difendersi dall’incertezza provocata dalla concorrenza internazionale e soprattutto per ridefinire un nuovo patto sociale che non migliori solo i redditi, ma che dia maggiore sicurezza nel futuro. Questo messaggio sembra essere giunto forte e chiaro ad almeno una parte delle élite. Ad esempio, anche il Fondo Monetario Internazionale ha chiesto un cambiamento di rotta nella consapevolezza che in questo modo il sistema non è destinato a reggere a lungo.

Che succederà? Impossibile dirlo. Alcuni ritengono che le tensioni sociali e politiche e la necessità di prestare maggiore attenzione ai perdenti degli ultimi anni porterà alla formazione di tre grandi blocchi economici che saranno relativamente chiusi rispetto al commercio con l’estero. Questo scenario sembra suffragato da molti fattori. Il deterioramento delle relazioni tra i diversi Paesi, l’aumento delle tensioni tra Stati Uniti e Cina (che non sono destinate a scemare anche se si dovesse giungere ad un’intesa per risolvere le dispute commerciali) e la politica americana ambivalente che, da un canto, non vuole rinunciare al ruolo di unica superpotenza e, dall’altro, privilegia in modo sempre più spregiudicato i propri interessi. Se questa ipotesi si avverasse vi sarebbero dunque un blocco dell’America del Nord attorno agli Stati Uniti, un blocco asiatico con perno la Cina e infine un’Unione europea che ritroverebbe finalmente la sua ragione d’essere, poiché non sarebbe più basata su vuoti ideali, ma sull’interesse comune dei Paesi membri e anche dei suoi cittadini, se il blocco europeo riuscisse a rilanciare il modello economico e sociale del boom economico del dopoguerra. Andrà così? Un simile processo è troppo semplice e lineare e soprattutto esclude grandi porzioni del mondo sempre più importanti che vanno dall’Africa all’America Latina fino a molti giganti asiatici come l’India. Sta di fatto che l’apertura di questa discussione conferma che nel mondo di oggi la ricostruzione di un patto sociale passa inevitabilmente anche dalla definizione di nuovi assetti mondiali.

Alfonso Tuor

 

Redazione | 30 gen 2019 06:00

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