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Si moltiplicano i segnali di recessione

Oggi autorità monetarie e politiche hanno minori spazi di manovra per rilanciare l’economia

Si moltiplicano i segnali di una frenata dell’economia ben più forte della maggioranza delle previsioni. La produzione industriale in Eurolandia è scesa in novembre dell’1,7% rispetto al mese precedente. I cali più significativi si sono registrati in Germania, dove è diminuita del 5,1%, in Spagna, dove vi è stato un calo del 2,8%, e in Italia dove il calo è stato del 2,6%. Questi dati confermano che la contrazione accusata dall’economia tedesca e da quella italiana nel terzo trimestre dell’anno scorso non erano fenomeni passeggeri. Alla frenata europea si affianca quella dell’economia cinese che viene confermata dal calo delle vendite di automobili, dal raffreddamento dell’importante mercato immobiliare e dal calo dell’export cinese nel mese di dicembre. L’entità del fenomeno è tale che a Pechino si sono cominciate ad allargare le maglie della politica monetaria, abbandonando l’obiettivo di ridurre il notevole indebitamento che grava sull’economia cinese, e si è cominciato a discutere di un intervento dello Stato per rilanciare la crescita. Questi dati si affiancano ad un fenomeno relativamente nuovo: numerose società (e non solo del settore automobilistico) hanno annunciato tagli dell’occupazione dovuti al peggioramento delle previsioni di vendita. Dunque in Europa e nei principali Paesi asiatici la frenata (e non solo il rallentamento) della crescita è oramai un dato di fatto incontestabile. Anche gli Stati Uniti non se la passano bene.

Indubbiamente l’economia americana mostra ancora grande slancio grazie allo stimolo della riforma fiscale varata dall’amministrazione Trump, ma l’ottimismo è svanito come dimostrano i ribassi di Wall Street e soprattutto l’appiattimento della curva dei tassi, che storicamente si è sempre rivelato un indicatore affidabile sulle prospettive economiche. Dunque i mercati finanziari “scommettono” che anche l’economia americana non rimarrà immune da questa crisi.

Le cause vere di questa crisi non sono le tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti o l’avanzata dei movimenti populisti, ma, come più volte abbiamo sostenuto in questo blog, la ragione è che la crescita economica orchestrata dalle banche centrali per uscire dalla crisi di dieci anni fa era un cerotto, che ha permesso di evitare una depressione, ma non era sufficiente per creare le condizioni di una espansione sana e duratura. Infatti la politica del denaro facile e a costo zero ha permesso un ulteriore aumento dell’indebitamento privato e pubblico, ha beneficiato i ceti più agiati spingendo al rialzo i mercati azionari e ha favorito un aumento delle diseguaglianze sociali. Ad ovviare a questi problemi non dovevano essere le autorità monetarie, ma quelle politiche che avrebbero dovuto intervenire per contrastare queste distorsioni che erano già state all’origine della crisi dei mutui subprime. Poco o meglio nulla è stato fatto in questo decennio ed eccoci di nuovo a fronteggiare una recessione che rischia di rivelarsi molto pericolosa.

Infatti gli spazi di manovra per contrastare una recessione sono molto ridotti. Negli Stati Uniti i tassi sono stati alzati, ma restano ancora molto bassi. Nella zona euro la Banca centrale europea ha appena terminato il programma di acquisto di titoli e i tassi di interesse guida restano addirittura negativi. Altrettanto vale per il Giappone, la cui banca centrale non ha ancora smesso di intervenire sui mercati. Quindi lo spazio di manovra della politica monetaria appare esiguo. Altrettanto vale per la politica fiscale soprattutto di quei Paesi gravati da grandi debiti pubblici. Anzi, in Europa è prevedibile che si accentueranno le divergenze tra i Paesi che chiederanno di poter stimolare l’economia indipendentemente dall’entità dei loro conti pubblici e quei Paesi che chiedono il rispetto dei criteri di Maastricht. E di transenna si può dire che il Paese che rischia di cavarsela meglio potrebbe essere la Francia che grazie alla protesta dei Gilets jaunes si appresta a spendere circa 10 miliardi di euro in più a favore dei ceti meno favoriti del Paese e in questo modo attuerà di fatto una politica anticiclica. Anche il reddito di cittadinanza italiano potrebbe avere un effetto analogo, anche di minori dimensioni.

Il punto interrogativo maggiormente importante per prevedere la profondità della crisi riguarda il mercato del credito. Infatti vi è da capire se la recessione sfocerà in una crisi finanziaria. I segnali in proposito non sono incoraggianti. Infatti l’esplosione del debito delle società fa temere un aumento dei fallimenti e un inaridimento dei crediti a quelle società a maggiore rischio di insolvenza. Questi debiti, come dieci anni fa, sono stati impacchettati e distribuiti a destra e a manca. Non si può escludere che si determini una crisi di liquidità sui mercati finanziari simile a quella che portò nel 2008 al fallimento della Lehman Brothers e alle successive crisi bancarie. Se alla frenata economica si affiancherà una crisi finanziaria occorrerà allacciarsi le cinture di sicurezza. Insomma, tutto sta ad indicare che ci attendono tempi difficili, ma che forse favoriranno il varo di quelle riforme economiche e sociali che non sono state fatte dieci anni fa.

Alfonso Tuor

Redazione | 16 gen 2019 06:00

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