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L’euro è sopravissuto, ma l’Europa non sta bene

La causa: la mancanza di politiche economiche a favore dei ceti medi e bassi

La moneta unica europea ha compiuto lo scorso primo gennaio i venti anni. Infatti il primo gennaio 1999 fu la data di avvio dell’Unione monetaria europea con l’obiettivo di unire in modo irreversibile i Paesi partecipanti a questo grande esperimento, di accelerare il processo di integrazione del Vecchio Continente e di dargli uno strumento indispensabile per affrontare le sfide di questo secolo alla pari con i grandi del mondo ed in primis Stati Uniti e Cina.

Il varo della moneta unica avvenne senza inconvenienti: l’unità di conto virtuale dell’inizio divenne tre anni dopo visibile e palpabile da tutti grazie all’introduzione delle banconote e delle monete metalliche. All’inizio prevalsero gli effetti positivi della moneta unica: primo fra tutti la creazione di un mercato dei capitali continentale che contribuì a ridurre sensibilmente il costo del denaro nei Paesi abituati a continue svalutazioni. In seguito questi benefici diminuirono fortemente, poiché non vennero usati dai loro Governi e dalle loro parti sociali per adattare i loro comportamenti economici ad un ossessivo controllo dei costi per evitare di perdere una competitività che non si sarebbe più potuta recuperare con il deprezzamento della loro moneta. Quindi le debolezze strutturali dei Paesi “deboli” emersero alla luce con la crisi finanziaria del 2008 e soprattutto con la successiva crisi del debito sovrano innescata dalla situazione di insolvenza della Grecia. I cerotti di Bruxelles (fondo salva stati, ecc.) e successivamente della Banca centrale europea permisero di limitare i danni della crisi del debito sovrano, ma non poterono oscurare il dato di fatto che l’euro era stato imposto dall’alto su una realtà economica non omogenea e che quindi da strumento di unione si stava trasformando in uno strumento di divisione.

Questi difetti erano e sono accentuati dal fatto che la moneta unica non è espressione di uno Stato, non può contare su un bilancio comunitario abbastanza grande da distribuire risorse verso le regioni in difficoltà strutturali o in sofferenza per motivi congiunturali. Esso si fonda invece su una serie di trattati e quindi di regole, come quelli sui limiti dei disavanzi e dei debiti pubblici nazionali, che spesso cozzano con le esigenze dei singoli Paesi, con il risultato che alcune economie come quella italiana non hanno ancora raggiunto i livelli di PIL precedenti la crisi di dieci anni fa.

Il difetto principale dell’euro è che si basa sui presupposti ideologici dell’attuale processo di integrazione europea. E’ infatti una costruzione tecnocratica impostata sulle esigenze dei Paesi forti, dei grandi gruppi finanziari ed economici sulla base dei paradigmi in voga negli ultimi decenni che vanno dalla globalizzazione, alle privatizzazioni, ecc. In base a questi presupposti il miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini è un obiettivo secondario, frutto dello sgocciolare verso il basso dei benefici della crescita. Alla prova dei fatti la realtà è stata ben diversa. La crescita è stata molto modesta e il crescente impoverimento dei ceti medi e bassi ha trasformato agli occhi di molti l’Unione europea da una scommessa ottimistica sul futuro in una istituzione responsabile delle difficoltà di buona parte della popolazione europea. Non sorprende quindi che gli strati sociali più deboli invochino la protezione dei vecchi Stati nazionali per fronteggiare il degrado delle loro condizioni economiche e sociali.

Quindi l’euro è sopravissuto, ma l’Europa sta male. A livello economico la ripresa avvertita in alcune regioni del Continente nel 2017 si sta afflosciando a tal punto che alcune economie come quella tedesca e quella italiana hanno registrato nel terzo trimestre dell’anno scorso una contrazione del PIL e a tal punto che le previsioni di espansione per quest’anno continuano ad essere corrette al ribasso. A livello sociale l’impoverimento comincia a provocare forti reazioni, come in Francia dove i “Gilets jaunes” chiedono misure per migliorare il loro potere d’acquisto.

E a livello politico dove il malcontento si manifesta nel crescente consenso elettorale dei movimenti populisti e sovranisti, che vedono nelle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo un’occasione per cambiare le politiche europee. Dunque, l’euro presentato come una scommessa di un’Europa più forte, più giusta e più ricca è diventata una moneta, dalla quale è molto difficile e soprattutto molto costoso liberarsi, che esprime un’Europa in un grande stato confusionale e quindi senza alcun progetto e alcun valore positivo per il futuro. Non sorprende quindi che il ventennale della moneta unica sia stato ricordato in toni così dimessi.

Redazione | 9 gen 2019 06:00

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