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2019, l’anno di una nuova crisi?

Vi sono le condizioni che possa ripetersi il tracollo di dieci anni fa

Nelle ultime settimana una domanda circola in modo insistente: siamo alla vigilia di una nuova crisi? I timori che sottendono questa domanda sono chiari: le borse sono in forte ribasso e, ad eccezione degli Stati Uniti, la crescita economica sta conoscendo una battuta d’arresto. Questi sono i sintomi di un malessere che ha radici profonde e che non può essere attribuito unicamente alla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, alle tensioni tra Bruxelles e Roma sulla manovra economica italiana e alla rivolta dei Gilets jaunes francesi che hanno piegato l’iniziale intransigenza di Emmanuel Macron.

Questi fattori contribuiscono certamente all’aumento del pessimismo, ma non possono essere annoverati tra le principali cause delle attuali difficoltà. Il primo motivo è che le economie occidentali si ritrovano a fare i conti con le cause della crisi finanziaria del 2008 che non sono state né affrontate né risolte. Dieci anni fa il tracollo del sistema finanziario occidentale fu affrontato con il salvataggio pubblico delle maggiori banche e la conseguente recessione fu superata con il varo di politiche monetarie straordinarie. Nonostante le dichiarazioni di molti leader politici, non si corressero in modo serio le storture emerse nel settore bancario né tanto meno il problema di fondo costituito da una carenza di domanda finale (ossia di consumi e investimenti) dovuta alla sostanziale stagnazione dei redditi dei ceti medi e bassi che si era pensato di aggirare attraverso l’indebitamento, ossia la concessione di prestiti anche a coloro che si sapeva non avrebbero mai potuto restituirli. E infatti correttamente la crisi fu chiamata la crisi dei mutui subprime. A oltre dieci anni di distanza ci si ritrova con gli stessi problemi: un forte aumento dell’indebitamento totale (e non solo pubblico) e un’esplosione delle diseguaglianze sociali. Insomma siamo ancora ai piedi della scala.

Infatti i tassi di interesse a zero o addirittura negativi e le continue iniezioni di liquidità delle banche centrali hanno indubbiamente evitato una depressione e contribuito ad un rilancio dell’attività economica, ma – come era inevitabile – hanno contribuito ad aumentare le diseguaglianze. La politica del denaro facile e a costo zero ha messo le ali ai mercati finanziari e ha favorito il lungo rally delle borse e dei prezzi di molti mercati immobiliari. D’altro canto gli effetti della globalizzazione, delle innovazioni tecnologiche e delle misure di risparmio di molti Stati hanno prodotto una stagnazione (e spesso anche una diminuzione) dei redditi dei lavoratori.

La storia insegna che abitualmente gli effetti di una crisi finanziaria vengono smaltiti nel giro di sette/otto anni. Sempre la storia indica che se l’economia funzionasse normalmente, politiche monetarie così espansive, come quelle seguite negli ultimi anni, dovrebbero produrre un vero e proprio boom economico e segnare la resurrezione dell’inflazione. Nulla di tutto ciò si è verificato. Anzi la normalizzazione dei tassi di intesse americani ha immediatamente prodotto scossoni sui mercati finanziari nonostante l’economia continui a crescere grazie alla nuova droga dovuta alla riforma fiscale di Donald Trump. In Europa la ripresa che stava prendendo forza l’anno scorsa ha cominciato a vacillare nel terzo trimestre di quest’anno anche a causa dell’annuncio della Banca centrale europea di terminare tra poche settimane il suo programma di acquisto di titoli. Anzi, la rivolta dei Gilets jaunes francesi conferma che gran parte della popolazione europea non ha avvertito alcun miglioramento delle condizioni di vita, ma una pesante contrazione del proprio potere d’acquisto. Quindi eccoci ancora ai piedi della scala.

Ora cosa succederà? Siamo molto probabilmente alle prime battute di una nuova crisi del debito. Essa ha le caratteristiche di diffondersi negli ingranaggi economici molto lentamente. Nel 2008 i sintomi della crisi avevano cominciato a manifestarsi ben un anno e mezzo prima dello suo scoppio. Ora i segnali premonitori sono diversi e apparente contradditori: il rallentamento della crescita, la chiusura del mercato dei crediti alle imprese sovra indebitate, l’appiattimento della curva dei tassi americani, il ribasso delle borse e le crisi finanziarie si alcuni Paesi emergenti. Ma che la situazione sia preoccupante, lo confermano gli appelli di Trump e della stessa Banca centrale europea. Il Presidente americano ha “ingiunto” alla Federal Reserve di non aumentare ancora i tassi di interesse che sono comunque ancora molto bassi; mentre la Bce ha cercato di tranquillizzare i mercati dicendo che la fine del Quantitative Easing sarà in parte compensata dal ripristino del piano di prestiti a lungo termine alle banche europee.

In conclusione, il processo di avvitamento dei circuiti finanziari sembra avviato ed è reso più grave dalla repentina e forte frenata della crescita economica. All’orizzonte non sembra vi siano riforme e fatti di rilievo tali da rompere questa spirale negativa. Appare quindi probabile che il 2019 possa essere l’anno di una nuova e ancor più grave crisi economica e finanziaria. Vi è da sperare che non venga sprecata come quella di dieci anni fa.

P.S.: Desidero alla vigilia delle prossime festività augurare Buon Natale e Felice Anno Nuovo a tutti coloro che hanno avuto la generosità e l’interesse di leggere questo blog. A tutti voi grazie di cuore e appuntamento al prossimo 9 gennaio.

Redazione | 19 dic 2018 06:00

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