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Macron cede, ma non convince

E ora Bruxelles cosa farà con una Francia che avrà un disavanzo pubblico superiore al 3,4%?

Il Presidente Emmanuel Macron ha ceduto parzialmente alle pressioni della piazza, ma i sondaggi d’opinione indicano che la maggioranza dei francesi non hanno ritenuto convincente il suo discorso alla nazione. Il presidente francese, sempre stando ai sondaggi, è riuscito a far diminuire il sostegno dei francesi al movimento di protesta. Infatti ora solo una piccola maggioranza dei francesi (il 52%) è favorevole alla continuazione delle proteste dei Gilets jaunes. Emmanuel Macron ha conseguito un risultato importante: ha recuperato consensi nella propria base elettorale e in quella dell’opposizione repubblicana.

Appare dunque impossibile prevedere quale sarà l’evoluzione di questo movimento che da oltre quattro settimane ha scosso la Francia e che si è progressivamente allargato anche agli studenti liceali. E’ invece certo che le misure annunciate rimettono in discussione il programma di riforme di Emmanuel Macron e anche l’obiettivo del Governo di mantenere il disavanzo pubblico francese al di sotto della fatidica soglia del 3%. Infatti il complesso delle misure fiscali annunciate da Macron e l’aumento di 100 euro il mese del salario minimo costeranno circa 10 miliardi di euro e faranno salire il deficit pubblico francese per il 2019 al 3,4% del PIL. Insomma, dato che sono esclusi aumenti della pressione fiscale, se non vi saranno consistenti tagli della spesa pubblica, la Francia violerà un’ennesima volta le regole europee. Che farà a questo punto Bruxelles che intende avviare una procedura di infrazione delle regole europee contro un’Italia che ha preannunciato un disavanzo del 2,4%?

Appare evidente che i fatti di Francia sono destinati a influenzare pesantemente il futuro dell’Unione europea. Infatti in gioco non vi sono solo e tanto i conti pubblici francesi, ma il ruolo centrale di Parigi nell’Unione europea e soprattutto la leadership dello stesso Macron che ambiva ad essere il Presidente in grado di riformare la Francia e soprattutto il leader in grado di rilanciare il processo di integrazione europea messo a dura prova dal crescente successo dei movimenti euroscettici. Ora il Governo francese è politicamente molto debole e la debolezza della Francia si aggiunge a quella degli altri maggiori Paesi europei, ossia a quella di una Germania che si sta preparando al dopo Merkel, a quella della Spagna retta da un Governo socialista di minoranza che ha subito una cocente sconfitta elettorale in Andalusia, a quella dell’Italia guidata da un Governo euroscettico alla ricerca di un difficile compromesso con Bruxelles sui conti pubblici ed infine a quella di una Gran Bretagna in cui la Brexit si sta trasformando in una profonda crisi politica. La crisi politica di molti Paesi europei dovrebbe imporre un’approfondita analisi con l’obiettivo di capire le ragioni del disincanto delle classi sociali meno favorite e per correggere le politiche economiche dell’Unione.

Nulla di tutto ciò appare all’orizzonte, anche perché i meccanismo di funzionamento europei impediscono di correggere (o quanto meno rendono molto difficile) politiche fondate su accordi intergovernativi e/o trattati. L’Europa è di fatto una camicia di forza: ha sottratto gran parte della sovranità agli Stati nazionali, ma non è in grado di sostituirli nella ricerca di un compromesso degli inevitabili conflitti di interesse. Si è dunque in una situazione di stallo completamente insoddisfacente dalla quale appare impossibile uscire. Che fare? Il rischio è che la forte frenata dell’economia europea acuisca le tensioni sociali che l’Europa non è in grado di gestire e che non sono in grado di gestire nemmeno i Paesi europei a causa dei vincoli di bilancio dell’Unione e che quindi il degrado prosegua così come l’insofferenza dei cittadini europei di fronte ad una grande macchina burocratica che non solo non cerca di affrontare le sfide del tempo, ma che addirittura limita le possibilità di azione dei vecchi Stati nazionali. Ed è su questo stato di crisi e di impotenza che si esprimeranno i cittadini nelle elezioni del prossimo mese di maggio chiamate a rinnovare il Parlamento europeo.

Alfonso Tuor

 

Redazione | 12 dic 2018 06:00

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