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Macron, la caduta di una stella

I “Gilets jaunes” faranno scuola. sono il primo movimento contro la povertà di questo secolo

Il movimento di protesta dei “Gilets jaunes” è destinato a fare scuola. I motivi sono semplici. In primo luogo, il movimento esprime la collera degli strati sociali meno fortunati che negli ultimi decenni hanno visto costantemente diminuire il loro potere d’acquisto e che hanno vissuto un forte processo di impoverimento. Nel contempo denuncia l’aumento delle diseguaglianze sociali cresciuto anche grazie al presidente Emmanuel Macron che ha ridotto la pressione fiscale sulle grandi fortune. I “Gilets jaunes” non esprimono solo la rabbia dei perdenti di questi anni di politiche neoliberiste, ma anche il profondo disprezzo delle élite nei confronti di coloro che fanno fatica a far quadrare i conti.

Queste manifestazioni di disprezzo nei confronti dei ceti meno agiati è stato alimentato dallo stesso presidente Emmanuel Macron, ribattezzato il presidente dei ricchi. Dunque, ed è il primo punto, i “Gilets jaunes” stanno lottando contro un fenomeno che non riguarda solo la Francia, ossia il degrado delle condizioni sociali ed economiche della stragrande maggioranza della popolazione. Il secondo elemento, destinato a far scuola, è che la protesta non è nata nelle città, ma nelle zone rurali e periferiche che oggi in quasi tutti i Paesi occidentali sono diventati serbatoio di degrado e povertà. Il terzo motivo di grande interesse è che la protesta è stata spontanea, è nata grazie alla Rete e ha quindi completamente scavalcato partiti e organizzazioni sindacali che si ritrovano oggi a fare da spettatori.

Insomma sta mettendo platealmente in mostra la crisi sia dei partiti sia delle organizzazioni sindacali che in molti Paesi occidentali non sono più in grado di cogliere le esigenze di larghe fette della popolazione e ancor meno di dar loro rappresentanza. Il quarto motivo è che il movimento nato per protestare contro l’aumento delle tasse sui carburanti si è rapidamente evoluto ed ora pone tra le sue rivendicazioni l’aumento del potere d’acquisto, la diminuzione delle ingiustizie sociali (chiedendo che società e i ceti più abbienti non evadano e/o eludano le imposte) e addirittura chiedono elezioni anticipate per cambiare l’intera impalcatura istituzionale francese e varare una Sesta Repubblica. Questa protesta esprime sia la crisi dei nostri modelli economici e sociali sia quella dei nostri sistemi politici e ovviamente anche delle classi politiche attuali.

Il successo e la forza dei “Gilets jaunes” non è dovuto solo alle decine di migliaia di persone che manifestano nelle città e in decine e decine di villaggi, ma dal sostegno plebiscitario dell’opinione pubblica francese. Stando ai sondaggi, ben l’80% della popolazione condivide e appoggia le rivendicazioni del movimento. Gli atti di violenza accaduti a Parigi non hanno finora fiaccato questo sostegno popolare. Ed è proprio ad incrinare questo consenso punta Emmanuel Macron. Il presidente francese ha dapprima snobbato la protesta popolare nella convinzione che si sarebbe sgonfiata da sola e che l’appoggio della popolazione sarebbe diminuito dopo le scene di violenza parigine. Il presidente francese si è poi reso conto che le speranze del Governo erano infondate e che addirittura la protesta dei “Gilets jaunes” si sta allargando a studenti e contadini. Quindi, il presidente dei ricchi, che aveva proclamato che non avrebbe ceduto di fronte alle proteste di piazza, ha ieri fatto un primo passo indietro. Ha inviato il primo ministro Edouard Philippe ad annunciare una moratorie di sei mesi degli aumenti delle tasse che hanno innescato la rivolta.

L’obiettivo di Macron non è quello di placare la rivolta dei “Gilets jaunes”, che già ieri hanno definito queste misure tardive e insufficienti, ma a ridurre l’ampio sostegno dell’opinione pubblica di cui gode questo movimento di protesta. In pratica si punta ad isolare la protesta e a toglierle il sostegno dell’opinione pubblica. Se questo tentativo dovesse fallire, la situazione di Emmanuel Macron diventerebbe ancor più disastrosa. Infatti in tal caso il movimento acquisterebbe caratteristiche insurrezionali e per fermarlo occorrerebbe una vera resa del Governo. Nei prossimi giorni vedremo i risultati della scommessa di Macron.

In ogni caso è già caduta la stella di Emmanuel Macron, il candidato creato in laboratorio dall’establishment francese. Infatti il presidente francese si era assunto il compito di riformare la Francia e di rilanciare il processo di integrazione europea in base ai modelli dei gruppi finanziari parigini che hanno lanciato e poi sostenuto la sua candidatura all’Eliseo. Di quel smagliante giovane leader resta ben poco se non l’appellativo di Presidente dei ricchi. Un bel guaio anche per l’Europa che si appresta a far meno di Angela Merkel e che ora si ritrova solo con un Emmanuel Macron azzoppato.

Redazione | 5 dic 2018 06:00

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