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La povertà cresce e i poveri cominciano a farsi sentire

In Europa 90 milioni di persone vivono sotto la soglia della povertà; altrettanti negli Stati Uniti

Il disagio e la rabbia sociale non si esprimono più solo nelle consultazioni elettorali dei Paesi occidentali, ma anche nelle strade. E’ quanto sta succedendo in una Francia scossa dalle manifestazioni dei "Gilets jaunes". La protesta popolare scatenata dall’aumento del prezzo della benzina, che è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, è in realtà motivata dalla continua perdita di potere d’acquisto. Infatti una buona fetta dei cittadini francesi sta sempre peggio e molti non riescono a farcela a finire il mese. Il problema non riguarda solo la Francia, ma anche gli altri Paesi europei e gli Stati Uniti. Basti dire che si stima che in Europa circa 90 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà e cifre analoghe valgono anche per gli Stati Uniti.

La povertà non è più un problema che riguarda i Paesi del Terzo Mondo, ma è Il problema dei Paesi ricchi. Negli ultimi decenni questa piaga è stata occultata dalla stampa ed è stata espulsa dal dibattito politico, ma questo cancro che la politica e i benpensanti hanno buttato fuori dalla porta sta rientrando prepotentemente dalla finestra. Quanto sta accadendo in Francia è un esempio da analizzare attentamente, poiché (magari, in forme diverse) è destinato molto probabilmente ad essere seguito in altri Paesi.

Ma come mai è ritornata a diffondersi la piaga della povertà? La sua resurrezione non è casuale, ma è dovuta alle politiche economiche seguite negli ultimi decenni. Si è infatti pensato che le forze del mercato potessero avere un effetto taumaturgico, poiché avrebbero creato un aumento della ricchezza che poi sarebbe sgocciolato verso il basso (trickle down) a beneficio dei ceti sociali meno favoriti. Questo meccanismo non è funzionato come speravano i fautori degli slogan del tipo “Meno Stato, più mercato”. Anzi il concorso della globalizzazione, che ha spinto verso il basso redditi e livelli occupazionali, delle innovazioni tecnologiche e soprattutto delle politiche seguite da Governi e banche centrali hanno favorito non solo una polarizzazione dei redditi, ma anche una crescita del divario tra centri urbani e regioni rurali e periferiche dello stesso Paese. Infatti i redditi dei ceti più fortunati si sono tradotti solo parzialmente in investimenti e quindi nella creazione di nuovi posti di lavoro; nella maggior parte dei casi si sono invece tradotti in investimenti nei mercati finanziari. E paradossalmente gli sforzi profusi dalle autorità monetarie a sostegno dei mercati finanziari ha accentuato questo fenomeno.

La povertà, la stagnazione dei redditi e la crescita delle diseguaglianze non sono solo un problema etico e politico, ma rappresentano il principale problema delle nostre economie. In altre parole, la crescita delle nostre economie non è sana e non è sostenibile a causa della forte alterazione della distribuzione dei redditi avvenuta negli ultimi tre decenni. A dimostrazione di questa tesi basta guardare a quanto sta succedendo oggi. Le economie dei Paesi occidentali stanno vistosamente rallentando nonostante una politica monetaria eccezionalmente espansiva che dovrebbe in condizioni normali produrre un vero e proprio boom economico. Infatti storicamente gli effetti di una crisi finanziaria si smaltiscono nel giro di sei/sette anni e poi l’economia riprende il suo percorso.

Oggi ciò non sta avvenendo. La crescita deve essere sempre sostenuta da tassi di interesse storicamente mai così bassi e in molti Paesi anche dal continuo acquisto da parte delle banche centrali di titoli obbligazionari. Queste politiche sono state un cerotto che ha permesso di evitare che la crisi finanziaria di dieci anni fa sfociasse in una depressione, ma non ha corretto la causa della crisi dei subprime che è stata originata dal fatto che si è pensato di risolvere il problema di una carenza di domanda finale prestando soldi anche a coloro che si sapeva non avrebbero mai potuto restituirli. E infatti l’indebitamento continua ad aumentare e quello oggi più pericoloso è quello delle società e delle imprese che sono sovra indebitate. Il volume dei crediti concessi a società sovra indebitate (leverage lending) supera i 14mila miliardi di dollari e come dieci anni fa viene distribuiti a ignari risparmiatori e a meno ignari fondi pensione e fondi di investimento alla disperata ricerca di rendimenti dopo essere stato impacchettato in nuovi strumenti finanziari apparentemente poco rischiosi.

Ed è questa la bomba destinata ad esplodere: il conto alla rovescia è già cominciato e l’appuntamento con un botto peggiore di quello del 2008 non è lontano. Si è dimenticata una regola d’oro: l’economia cresce se crescono i consumi grazie a un aumento dei redditi e non grazie all’indebitamento. Quindi, la crescita dei consumi e quindi della domanda è la causa prima di ogni investimento (non si investe perché il costo del denaro è basso; si investe se penso di poter vendere i beni e i servizi che produco).

Il risultato è che oggi, come scrivono molti economisti americano, le nostre società non sono affatto fondate sul dinamismo imprenditoriale e quindi su un legittimo profitto, ma sul dominio politico e culturale di coloro che cercano una rendita (rent seekers) attraverso l’investimento immobiliare (affitti) e/o l’investimento nei mercati finanziari. Il profitto è il risultato di un’attività che produce ricchezza e quindi fa crescere l’economia, mentre la rendita è il trasferimento di soldi da una persona all’altra e non può sopravvivere se non c’è una sana espansione economica.

Quindi la protesta dei Gilets jaunes francesi e la collera popolare emersa nelle elezioni di molti Paesi occidentali sono il grido di collera di coloro che hanno capito che così non si può più andare avanti. Fatto che non hanno ancora capito le élite che, come un lettore di questo blog ha giustamente sottolineato, non meritano tale definizione. Insomma la pochezza di queste élite e di un establishment abbarbicato ai suoi privilegi fanno sperare che a furia di poteste popolari e di sconfitte elettorali si cambi la direzione della politica e si combattano povertà e aumento delle diseguaglianze che sono le vere cause dei problemi delle nostre economie.

Redazione | 28 nov 2018 05:30

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