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Mercati finanziari, la festa è finita

Il ribasso dei mercati non sarà comunque un processo lineare ma a zigzag

Da alcune settimane gli indici delle principali borse dei Paesi occidentali sono in calo. Il motivo è semplice: il rallentamento dell’economia mondiale e la fine delle iniezioni di droga delle banche centrali attraverso il cosiddetto Quantitative Easing non rendono solo difficilmente giustificabili le valutazioni di molte azioni, ma rendono sempre più imminente il pericolo di una forte caduta delle obbligazioni di molte società che si sono finanziate sui mercati approfittando del denaro facile e a costi irrisori. La conferma è semplice: negli Stati Uniti il mercato delle obbligazioni societarie (corporate bond) supera oggi i 9mila miliardi di dollari, mentre nel 2008 era di 5'500 miliardi. Altrettanto è capitato in Europa. Ed è proprio nel mercato dei capitali che si nascondono i maggiori rischi anche perché molte obbligazioni societarie sono state emesse senza clausole di garanzia legate ai beni della società o ad altre attività tangibili. Quindi il mancato pagamento degli interessi o la restituzione del montante dell’emissione, ossia l’insolvenza, andrà interamente a carico di coloro che le detengono senza immediate conseguenze per le società che le hanno emesse.

Le conseguenze però saranno enormi per l’intero mercato del credito e quindi a valanga per i mercati finanziari. Infatti una piccola serie di insolvenze rischia di creare paura e provocare uno sciopero degli investitori, simile a quello che mandò in tilt il mercato interbancario e quello monetario nella crisi dei subprime di dieci anni fa. I segnali ci sono tutti e sono forti e chiari: il costo della protezione contro il rischio di insolvenza di una società è in forte crescita e i fondi di investimento ETF, che riproducono l’andamento del mercato dei titoli obbligazionari, sono in forte calo. Insomma si cominciano a vedere anche a occhio nudo le crepe che si stanno aprendo nel mercato del credito. Negli Stati Uniti queste fessure si allargano anche a causa del calo del prezzo del petrolio. Infatti molte società attive nello shale gas o nello shale oil finanziano i loro costi operativi grazie all’emissione dei cosiddetti junk bond (titoli spazzatura). Quindi un’ulteriore caduta del prezzo del greggio è destinata a produrre effetti a valanga. Il problema dell’eccessivo indebitamento non riguarda solo società poco conosciute, ma anche grandi gruppi.

Due esempi: il primo riguarda un’icona dell’economia americana, la General Electric. Ebbene la GE è appesantita da ben 115 miliardi di debiti, per cui ha avviato un processo di dismissioni per evitare un crack nel medio termine, poiché non riesce a generare sufficiente liquidità. Ciò non vuol dire che la General Eletric fallirà, ma che sarà una società ben più piccola dopo questa pesante cura di dimagrimento. Il secondo esempio riguarda la grande catena di supermercati francese Casino, i cui titoli sono letteralmente crollati alcune settimane fa dopo che era emerso un meccanismo di scatole cinesi che nascondeva il reale indebitamento della società. A calmare le acque ci hanno pensato le grandi banche francesi che hanno immediatamente concesso un credito di 500 milioni di euro. Insomma, il debito delle imprese e quello personale sono ancora le mine vaganti dell’economia mondiale.

I salvataggi mirati salveranno le grandi società, ma la vera minaccia arriva dalle insolvenze delle piccole e medie imprese e dai fallimenti personali Non siamo ancora a questo punto. Infatti la discesa dei mercati non sarà molto probabilmente lineare.

A periodi di calo seguiranno forti e rapidi rimbalzi che saranno poi seguiti da nuovi cali. Infatti c’è ancora in circolazione un’enorme quantità di liquidità. Inoltre per stroncare la resistenza del toro che ha dominato le borse negli ultimi dieci anni non basta certamente una correzione. Ma il probabile andamento a zigzag dei mercati non può oscurare la realtà che l’orientamento è ormai chiaramente al ribasso. Il calo dei mercati può essere accelerato da molte altre fonti di instabilità come lo scontro tra Bruxelles e Roma sui conti pubblici italiani, la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e il rischio di una crisi politica in Arabia Saudita dovuta alla lotta in corso all’interno della famiglia reale divampata dopo l’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi.

La causa principale è comunque l’improvviso e forte rallentamento della crescita dell’economia mondiale a conferma della tesi sempre sostenuta in questo blog che la crisi finanziaria di dieci anni fa è stata sprecata e non si sono fatte quelle riforme dell’attuale fallimentare modello economico che non permette un’espansione sana e duratura. Infatti non si è affatto corretta la causa principale della crisi che era ed è la stagnazione dei redditi della maggior parte della popolazione per alimentare un aumento sano dei consumi e quindi degli investimenti.

Invece per superare la crisi sono stati applicati solo dei cerotti che hanno fatto volare i mercati finanziari favorendo i ceti sociali più abbienti e fatto esplodere le ineguaglianze sociali. Ora i padroni del vapore si ritrovano con mercati finanziari che scricchiolano e con popolazione in rivolta come in Francia e con il successo elettorale dei movimenti populisti che esporimono una giusta rabbia contro questo fatto per pochi a scapito dei molti, come sottolinea spesso e giustamente Papa Francesco. La prossima crisi economica e il declino del mondo occidentale sono infatti frutto di élite avide e incapaci.

Redazione | 21 nov 2018 05:54

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