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L’Italia risponde picche a Bruxelles

A Francia e Germania conviene arrivare alle elezioni europee con una nuova crisi dell’euro?

Il Governo gialloverde italiano è considerato a Bruxelles e in molte capitali europee la principale minaccia alla stabilità dell’euro e all’intero processo di integrazione europeo. Ma additare Roma come il principale pericolo dell’Europa non è affatto corretto. Anzi l’Italia non è stata la grande beneficiaria, ma la principale vittima dell’euro. Quindi l’atteggiamento degli euro burocrati sostenuto da molte capitali europee di aprire una procedura di infrazione contro Roma appare sì formalmente legittimo, ma sostanzialmente profondamente ingiusto e fa sorgere il sospetto che si tratti di una manovra politica per contrastare le forze politiche populiste e sovraniste che dovrebbero conseguire un grande successo nelle elezioni di maggio per il rinnovo del Parlamento europeo. Ma questi calcoli politici sono corretti? L’establishment europeo non corre un enorme rischio ad arrivare a questa scadenza elettorale nel bel mezzo di uno scontro frontale con Roma con una nuova crisi dell’euro? Prima di dare una risposta cerchiamo di dare alcune risposte “storiche”.

Non vi è dubbio che l’Italia commise un errore capitale quando fece sforzi enorme per poter entrare nell’Unione monetaria europea e quindi abbandonare la vecchia lira e dunque adottare l’euro. Il passo fu compiuto da una generazione di leader politici cresciuti nel culto dell’integrazione europea e sostenuto da una parte dell’opinione pubblica italiana che sperava che l’Europa avrebbe imposto una profonda correzione della cattiva gestione della cosa pubblica. Dal punto di vista economico, fu agitata la paura di uno scivolamento del Paese verso l’Africa e il rischio argentino. Si diceva infatti che senza l’adozione dell’euro l’inflazione avrebbe ripreso a salire.

Di conseguenza sarebbero aumentati i tassi di interesse e sarebbe stato impossibile gestire il debito pubblico. Si dimenticò di ricordare che il sistema italiano si era abituato alle svalutazioni competitive e che nascondevano le inefficienze del Paese. Quindi l’adozione dell’euro cozzava contro il modo di agire di Stato, imprese e sindacati che non si era affatto allenati all’esercizio di controllare e di ridurre i costi, come era consuetudine per i Paesi a moneta forte, come Germania e Svizzera, ma che erano abituati a compensare questa mancanza attraverso la svalutazione della propria moneta.

E infatti l’adozione dell’euro è stato infatti un trauma per l’economia italiana. Contrariamente a quanto si crede, lo Stato italiano non ha speso a più non posso. Anzi, esattamente il contrario. Il suo enorme debito pubblico è infatti un’eredità degli anni precedenti l’adozione dell’euro. Da quando è entrata nell’Unione monetaria europea l’Italia ha quasi ogni anno ha registrato un avanzo primario dei conti pubblici (ossia la spesa pubblica è stata inferiore alle entrate fiscali e il disavanzo è stato causato dal pagamento degli interessi sul debito).

In altri termini, l’Italia è stata più virtuosa di molti altri Paesi europei. La crisi finanziaria internazionale e il contenimento della spesa pubblica sono invece costati enormemente in termini di aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile, di diffusione della povertà e di bassa crescita economica. Negli ultimi due decenni l’eco0nomia italiana è cresciuta solo del 7% e ancora oggi il PIL italiano è inferiore a quello di dieci anni fa.
D’altro canto l’adozione dell’euro è invece coincisa con un peggioramento della bilancia commerciale italiana, la quale è ritornata in attivo solo negli ultimi anni grazie a grandi sforzi. Quindi oggi con una bilancia delle partite correnti in attivo l’Italia non vive al di sopra dei propri mezzi.

Questa realtà cozza con i rigidi (e stupidi – come disse l’ex Presidente della Commissione europea Romano Prodi) criteri contabili dell’euro. Il Paese ha bisogno di respirare. Ciò vuol dire rilanciare la crescita economica e disinn4escare una bomba sociale destinata altrimenti a scoppiare. Come dicono alcuni, la manovra del Governo Conte è fin troppo timida, soprattutto se si tiene conto del forte e repentino rallentamento dell’economia europea.

Ma ora che succederà? La Commissione europea, spinta anche dalle invocazioni al rigore e al rispetto delle regole, di alcuni Paesi dell’Europa del Nord vuole veramente rischiare di aprire una nuova crisi della moneta unica facendo precipitare l’economia italiana in una gravissima crisi finanziaria? Sicuramente vi sono molte voci che incitano a seguire questa strada. Sembra però che altre voci più riflessive, come quella della Germania di Angela Merkel e quella del Presidente della Bce Mario Draghi, desiderino un compromesso.

Molto probabilmente saranno queste ultime a prevalere, poiché gli europeisti non hanno alcun interesse a condurre la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo nel mezzo di uno scontro tra Roma e Bruxelles che darebbe ancora più slancio ai partiti populisti e sovranisti, dati da tutti in forte ascesa in tutta Europa.

Mario Draghi teme anche che una crisi finanziaria italiana sfocerebbe inevitabilmente in una spaccatura dell’euro tra Paesi europei “forti” e Paesi europei “deboli”, come l’Italia, la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’isola di Cipro. La posta in gioco è veramente altissima ed è quindi giusto seguire questa partita con la massima attenzione

Redazione | 14 nov 2018 05:30

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