“Stesso radicamento delle mafie che nel Nord Italia”
Francesco Lepori risponde alle domande di Ticinonews sull’ampiezza e sulle peculiarità del fenomeno della criminalità organizzata alle nostre latitudini. “Per molti addetti ai lavori l’ultima revisione della legge è insufficiente”
di Teleticino/daco
“Stesso radicamento delle mafie che nel Nord Italia”

“I magistrati al fronte concordano nel ritenere che da noi la situazione è grave”. Le parole di Francesco Lepori, responsabile operativo dell’Osservatorio ticinese sulla criminalità organizzata dell’Usi, bene descrivono l’ampiezza di un fenomeno che tocca da vicino la Svizzera e il nostro territorio. Ieri si è tenuto il primo convegno dell’Osservatorio e Ticinonews ne ha approfittato per porre al giornalista qualche domanda sul tema.

Quanto crede che la criminalità organizzata sia diffusa in questo cantone?
“In Svizzera esiste lo stesso tipo di radicamento della criminalità organizzata che c’è nel Nord Italia, anche se per il momento in misura minore. Da tempo sono attive vere e proprie cellule di ‘ndrangheta: non assistiamo più solo a sporadiche attività condotte da figure singole. Le fattispecie sono note: si va dal traffico di armi verso l’Italia al traffico di droga, in entrata e in uscita, fino ai reati finanziari, a cominciare dal riciclaggio di denaro sporco”.

Spesso la legislazione svizzera è accusata di non essere abbastanza incisiva nel contrasto alla criminalità organizzata. È ancora così?
“Il 1° luglio è entrata in vigore l’attesa revisione dell’articolo 260ter del Codice penale, che costituisce il reato di organizzazione criminale. Per molti addetti ai lavori questa revisione è del tutto insufficiente. Penso in particolare al discorso sulle pene massime, soprattutto se confrontate a quelle italiane, come pure alla mancata abolizione del principio di sussidiarietà tra reato associativo e reato fine. Gli strumenti di cui disponiamo in Svizzera sono diversi rispetto a quelli italiani, ma questo perché la nostra storia è diversa rispetto alla loro. Di qui la necessità di lavorare in squadre investigative comuni, le uniche che possono portare a dei risultati. Gli italiani hanno gli strumenti giuridici e l’esperienza necessaria per combattere le mafie e noi ci dobbiamo aggregare a loro in quest’attività di contrasto”.

Guarda l’intervista completa a Francesco Lepori:

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