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“Dichiarazioni delle spese elettorali, qualcosa non mi torna"

Con l'hashtag #foriniCHI? Danilo Forini si candida come outsider del PS. "Boccio la politica ultra liberista che promuove la legge del più forte"

Nel quintetto socialista in corsa per il Consiglio di Stato, accanto a Manuele Bertoli, Amalia Mirante, Fabrizio Sirica e Laura Riget, troviamo anche l’outsider Danilo Forini.

Residente a Bellinzona, Forini ha 43 anni e da otto è direttore di Pro Infirmis Ticino e Moesano. Di formazione assistente sociale, è subentrato a Ivo Durisch, che ha rinunciato alla candidatura al Governo per motivi di salute. Ticinonews lo ha contattato per scoprire cosa l’ha spinto a scendere in campo.

Come mai ha deciso di candidarsi?

Da sempre interessato alla politica sociale e membro di diversi gruppi di lavoro e comitati, ho deciso di allargare il mio campo di azione alla politica in generale, dove cercherò di portare una particolare sensibilità per i bisogni concreti delle persone. Mi spinge in particolare la volontà di contrastare le numerose ingiustizie sociali che tutti giorni incontro tramite il mio lavoro.

Quali sono i progetti/temi che vuole portare avanti nella prossima legislatura?

Citerei – tra i tanti – due temi. Primo, difendere un sistema di sicurezza sociale forte, capace di tutelare tutte le persone che vivono una situazione di fragilità e che dia sicurezza a tutti i cittadini che oggi si sentono sempre più precari rispetto al nostro futuro. Secondo, garantire una sanità di qualità senza che i suoi costi ricadano unicamente sulla popolazione. La salute è un bene fondamentale e non solo il modo migliore per arricchirsi con margini di guadagno che oggi possono permettersi solo la grande industria farmaceutica, alcuni medici specialistici e i dirigenti delle casse malati.

Perché i cittadini dovrebbero eleggerla?

Ritengo di avere solidi valori quali la difesa della giustizia sociale, la solidarietà, la garanzia delle pari opportunità e la tutela dell’ambiente e della qualità di vita. Ho idee molto chiare su alcuni obiettivi da raggiungere come la lotta alle discriminazioni che ancora subiscono le donne, la riduzione dei costi della salute a carico dei cittadini, la difesa di prestazioni sociali eque, salari dignitosi, l’introduzione di bonus/malus fiscali alle imprese e ai datori di lavoro che promuovono un’economia e salari di qualità, il potenziamento trasporti pubblici gratuiti, la tutela degli spazi naturali. Ma nel contempo sono anche aperto al dialogo, pronto alla ricerca di soluzioni condivise e – se necessario – disponibile al compromesso per trovare pragmaticamente dei miglioramenti concreti nella vita delle persone.

Ci sono alcuni candidati che hanno ridotto la loro percentuale lavorativa per concentrarsi sulla campagna elettorale. Lei quanto investirà in termini di tempo per la sua candidatura?

Personalmente non posso permettermi finanziariamente di ridurre l’attività lavorativa durante la campagna. Dedicherò alla politica tutto il mio tempo libero, prendendomi alcune vacanze in questi mesi.

Quanto spenderà per la sua campagna elettorale?

Circa novemila franchi. Meno della metà sono frutto di piccole donazioni e il resto di risparmi personali. Non posso organizzare grandi aperitivi offerti, comperare spazi pubblicitari sui media tradizionali e sul web o tappezzare il cantone di cartelloni con la mia faccia. Francamente, avendo visto da vicino i costi, sono molto allibito dalle dichiarazioni di alcuni candidati di altri partiti. Non comprendo come sia possibile per loro riempire i media e il territorio di pubblicità, annunciare apertivi gratuiti a raffica e rispettare nel contempo i budget annunciati. Qualcosa non mi torna.

Come intende conciliare il suo lavoro con la sua eventuale elezione in Governo o in Gran Consiglio?

Un’elezione al Consiglio di Stato comporterà naturalmente la disdetta immediata dal ruolo di direttore cantonale di Pro infirmis. Se eletto in Parlamento dovrò invece trovare il modo di conciliare il mio lavoro con l’attività politica di milizia, riducendo probabilmente la percentuale lavorativa.

Degli attuali parlamentari o consiglieri di Stato, c’è qualcuno che boccia e qualcuno che “promuove”?

Boccio la proposta politica dalla destra ultra-liberista rappresentata per esempio da Sergio Morisoli e Paolo Pamini (ma che ha componenti e “frangie” in tutti i partiti e movimenti di centro-destra) che con arroganza promuove la legge del più forte: i privilegiati vincono e i deboli soccombono. Stimo molto invece l’attuale Presidente del Gran Consiglio Pelin Kandemir Bordoli per l’eccezionale percorso politico e per tutto quello che rappresenta come donna di origini straniere che ha dedicato (e dedicherà) numerosi anni al bene collettivo del nostro cantone.

Lei approda a queste elezioni da ‘sconosciuto’ della politica. L’hashtag #foriniCHI? fa leva proprio su questo ruolo, ma secondo lei l’elettorato apprezza chi viene ‘da fuori’?

Io provengo da un importante percorso professionale e personale che mi ha fatto conoscere la politica dalla prospettiva della “società civile”. Conosco i meccanismi delle istituzioni, quelli delle amministrazioni e anche quelli del privato. Più che le strategie e gli artifici politici, mi interessano maggiormente i temi e le decisioni politiche che possono influenzare concretamente la vita delle persone. Credo che questo approccio possa essere un punto di forza.

Quali sono secondo lei le priorità del nostro Cantone?

La priorità va data alla difesa dei salari. E’ scandaloso che la volontà popolare non sia ancora stata rispettata introducendo un salario minimo legale. Il reddito del lavoro deve essere dignitoso epermettere a tutti di vivere senza l’aiuto dello Stato. Quindi sicuramente non sotto i fr. 3600.- per iniziare e con un meccanismo che lo porti a fr 3’800/4’000.- nei prossimi anni. Lo Stato deve inoltre facilitare l’adozione di strumenti (come i Contratti Collettivi di Lavoro) per portare il livello di tutti i salari ticinesi vicino alla media svizzera. Il costo della vita in Ticino non è così inferiore rispetto al resto del Paese come talvolta si vuol far credere.

Sul salario minimo, però, è ancora un nulla di fatto. Dalla famosa lettera persa e mai rispedita alle forchette proposte dal Consiglio di Stato sembra proprio che non se ne venga a una. La Gestione ha proposto un salario tra i 19 e 19.50, che verrebbe poi eventualmente alzato dopo una valutazione degli impatti sull’economia e dopo l’introduzione di misure a tutela dei lavoratori residenti. Perché la sinistra ha detto no?

Perché una persona che lavora onestamente tutto il giorno non deve essere costretta a chiedere il sostegno dello Stato per sopravvivere. Stefano Modenini dell’AITI ha definito gli aiuti sociali in generale come una giusta forma di sussidio alle imprese. Gli stessi ambienti però nel contempo stigmatizzano le persone che sono costrette a richiedere l’aiuto sociale. Molti beneficiari si vergognano di richiedere l’assistenza. Questa attitudine è inaccettabile. I salari, anche dei lavori meno retribuiti, devono permettere di vivere in maniera semplice, ma dignitosa.

A queste elezioni la sinistra si presenta molto frammentata, a fronte di una destra capace di unire Lega e UDC per la corsa al Governo. PS, PC, MPS-PoP e Verdi corrono tutti separati e non sono mancate polemiche e reciproci attacchi. L’incapacità di far ‘fronte comune’ potrebbe portare alla perdita del seggio socialista?

Credo in un grande movimento capace di rappresentare i valori comuni che uniscono la sinistra. Credo che la diversità sia una ricchezza a patto di riconoscerla, tollerarla e valorizzare i punti comuni. Credo che le modalità più radicali possano convivere con quelle più moderate. Ciò non è stato però possibile in questo momento. Naturalmente ognuno è libero di esprimere legittamente il proprio voto senza subire il giudizio di nessuno. Personalmente, mi permetto tuttavia di chiedere a tutte le donne e gli uomini che credono nella solidarietà, nella giustizia sociale, nelle pari opportunità e nella difesa dell’ambiente di sostenere concretamente il mantenimento di un seggio socialista in Consiglio di Stato. In caso contrario molte persone fragili ne soffrirebbero concretamente gli effetti. Per il Gran Consiglio spero in una rappresentanza variata e forte di tutta l’area rosso-verde che auspico sarà in grado di “giocare di squadra”.

Le polemiche hanno toccato anche lei, con il PC che l’ha additata come “il già fautore della riforma fiscale e sociale in votazione lo scorso aprile”. La stessa era stata definita dal Consigliere di Stato PS Manuele Bertoli “un buon compromesso”. Per citare lo stesso Bertoli, un socialista in Governo fa davvero la differenza oppure si deve limitare a un’opposizione piuttosto blanda?

La riforma fiscale e sociale è stata oggetto di votazione un anno fa. Altre votazioni, altri temi sono succeduti e succederanno. All’epoca non facevo parte del Partito socialista e l’associazione per cui lavoro aveva nello specifico sottolineato soprattutto gli aspetti positivi della parte sociale. Da quando sono candidato sono stato etichettato di “uomo di centro-destra” e nel contempo di “marxista”. Il mio pragmatismo continuerà a far impazzire molti politici che non sanno vivere senza classificare tutti e tutto. Da parte mia, credo che il Partito socialista debba avere un Consigliere di Stato che fa il suo lavoro di compromesso, un gruppo parlamentare che svolge il lavoro parlamentare e una base che è legittimata ad essere critica e fare opposizione, anche nelle piazze e tramite la democrazia diretta se necessario.

Cosa risponde a chi ritiene che senza misure di protezione (o, addirittura, senza preferenza indigena) un salario minimo troppo elevato sfavorirebbe i ticinesi a scapito dei frontalieri?

Nel mio ruolo professionale, come datore di lavoro impieghiamo un’ottantina di dipendenti con un salario mensile e applichiamo una scala salariale che garantisce salari più che dignitosi a tutti. A parità di competenze, perché mai dovremmo assumere una persona che deve ogni giorno fare due ore di auto per venire al lavoro rispetto a qualcuno che vive a due passi dalla nostra sede? L’unico motivo per cui molte ditte assumono quasi esclusivamente frontalieri è il fatto che possono pagarli molto meno, in quanto comprensibilmente i residenti in Italia accettano salari di gran lunga inferiori. Così funziona il dumping salariale che sta mettendo in ginocchio il nostro Cantone.

 

nic

Redazione | 15 mar 2019 06:00

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