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"Alzare troppo il salario minimo metterebbe in pericolo i salari dei residenti"

A tu per tu con Michele Rossi, l'outsider nella lista PPD. "Con l'Italia bisogna cambiare registro”

Nella rosa dei candidati PPD il vero outsider della corsa al Consiglio di Stato. Classe 1964, avvocato, delegato per le relazioni esterne della camera di commercio (Cc-Ti) Michele Rossi vanta tuttavia un curriculum di tutto rispetto e nonostante al congresso pipidino di novembre fosse arrivato ultimo (con un solo voto di scarto dall’uscente Paolo Beltraminelli, ndr), sono in molti a ritenere che abbia il physique du role del consigliere di Stato.

Ticinonews lo ha contattato per scoprire cosa l’ha spinto a scendere in campo politico, lui che politico non è…

Come mai ha deciso di candidarsi?

La scorsa estate sono stato contattato da alcune personalità del PPD alla ricerca di un candidato con un profilo come il mio: un esterno rispetto al mondo parlamentare e partitico, in grado di portare qualcosa di nuovo alla politica cantonale. Si riferivano alle mie esperienze professionali all’estero (presso l'Ambasciata svizzera a Madrid e Bruxelles, ndr) nonché alla mia attuale carica di delegato alle relazioni esterne della Camera di commercio che mi porta ad agire dietro le quinte, su temi politici di importanza cantonale e nazionale. Ci ho riflettuto sopra e alla fine ho accettato. Perché mai - mi sono chiesto tra le altre cose - non dovrei accettare la richiesta di mettermi a disposizione di un cantone che mi ha già dato molto.

Quali sono i progetti/temi che vuole portare avanti nella prossima legislatura?

Prima dei temi metterei l’accento sul metodo di lavoro che mi piacerebbe promuovere all’interno del Governo. Un metodo che rifugge la politica-spettacolo che urla e denigra sul piano personale gli avversari, allo scopo di ottenere maggior spazio mediatico. Io non sono un politico di lungo corso. Nella mia attività professionale sono sempre stato chiamato a prendere delle decisioni per risolvere i diversi problemi che mi si presentavano. E questa per me è un atteggiamento, un metodo appunto, da adottare anche in politica. Basta teatrini e mettiamoci ad affrontare seriamente i nostri problemi, individuandone le vere cause e studiandone le soluzioni. Come nell’economia privata, ma per fare ciò bisogna superare gli steccati partitici. Oggi nessun partito ha la forza numerica per mettere in pratica da solo le sue decisioni. I numeri parlano chiaro e la situazione non cambierà dopo il 7 aprile.

Uno dei temi caldi è indubbiamente quello del salario minimo. Come noto non se ne parlerà in questa legislatura e, in caso di elezione, la ‘patata bollente’ potrebbe toccare anche a lei. La Gestione ha proposto un salario tra i 19 e 19.50, che verrebbe poi eventualmente alzato dopo una valutazione degli impatti sull’economia e dopo l’introduzione di misure a tutela dei lavoratori residenti. La sinistra ha detto no e per la destra bisogna prima di tutto dare spazio ai residenti, in questa situazione di stallo qual è la sua proposta?

Io condivido la proposta fatta dal Governo. Anche perché questa misura andrà quasi esclusivamente a favore dei lavoratori frontalieri, i quali già beneficiano di un potere di acquisto accresciuto dal costo della vita italiano, decisamente inferiore al nostro.

Cosa risponde a chi ritiene che senza misure di protezione (o, addirittura, senza preferenza indigena) un salario minimo troppo elevato sfavorirebbe i ticinesi a scapito dei frontalieri?

Alzare troppo il salario minimo metterebbe in pericolo il livello salariale dei residenti. In effetti la massa salariale non è un elemento modificabile a piacimento da parte delle aziende. Quindi, di fronte all’obbligo di alzare eccessivamente i salari più bassi (versati principalmente a chi vive in Italia) un’azienda potrebbe vedersi costretta ad abbassare i salari superiori al fine di mantenere invariata, tra le voci del suo budget, la massa salariale. Ciò che andrebbe inevitabilmente a scapito dei lavoratori residenti.

Misure di protezione quali la preferenza indigena sono incompatibili con il diritto superiore e spesso la politica si è arenata davanti a questo ostacolo insormontabile. Lo sa bene l’UDC, che dopo diversi anni di schermaglie ha lanciato un’iniziativa per l’abolizione della libera circolazione delle persone. Da avvocato, quali sarebbero le conseguenze in caso di approvazione popolare?

Separare la libera circolazione dagli altri accordi bilaterali presi con l’UE non è possibile a causa della cosiddetta “clausola ghigliottina” che prevede il decadimento automatico dopo sei mesi di tutti gli altri accordi conclusi nel 1999. Tutto o niente! Ciò detto bisogna ricordare che gli accordi bilaterali sono uno strumento, non un fine. Servono solo se ci fanno stare meglio e perché ci permettono di accedere senza grosse difficoltà al nostro mercato di riferimento più importante. Con l’UE l’interscambio commerciale quotidiano raggiunge il miliardo di franchi! Ora, il Consiglio federale ha commissionato due studi per calcolare quale sarebbe l’impatto economico della loro caduta ed entrambi sono chiari: senza i bilaterali, nei prossimi quindici anni, il nostro prodotto interno lordo calerebbe di un importo compreso tra 460 e 630 miliardi di franchi. In meno di 20 anni la fine dei bilaterali costerebbe alla nostra economia il “guadagno” di un intero anno. Questo è quello che ci dicono gli esperti. Mentre noi, siamo veramente disposti ad assumerceli questi costi? Ecco la vera e principale domanda che dovremo porci al momento del voto sull’iniziativa UDC.

Lei è anche delegato per le relazioni esterne della Cc-Ti. In questi anni proprio le relazioni tra Ticino e Italia hanno subito bruschi rallentamenti con inevitabili polemiche transfrontaliere. Da anni la Lega chiede il blocco dei ristorni e lo stallo sul l’accordo fiscale dei frontalieri (parafato e mai firmato) sembra aver convinto anche il PLR della necessità di agire a muso duro. Con un atto parlamentare, il cui primo firmatario è il capogruppo Alex Farinelli, il partito chiede di disdire l'accordo sui frontalieri del 1974, oppure di riconoscere al Ticino i 12 milioni l'anno “che perde a causa dei ritardi ormai inaccettabili nella firma del nuovo accordo”. Secondo lei Berna deve davvero iniziare a ‘picchiare i pugni sul tavolo’?

I rapporti con l’Italia sono importanti e complicati, ma a mio avviso il problema principale non è quello dell’accordo fiscale sui frontalieri. Il vero nodo è quello della famosa “roadmap” firmata nel 2015 e nel suo capitolo per noi importantissimo dei servizi finanziari. Un ambito nel quale l’Italia si è espressamente impegnata a continuare il dialogo nell’ottica di un miglioramento dei rapporti reciproci. Purtroppo e nonostante tale dichiarazione, l’Italia ha invece adottato una regolamentazione che escludendo la libera prestazione dei servizi finanziari, prevede l’obbligo di una succursale italiana per tutti gli intermediari finanziari (banche comprese) con sede in un paese fuori dall’UE, Svizzera compresa. La normativa comunitaria su questo tema lasciava agli stati membri la possibilità di rinunciare a questo obbligo, ma in dispetto della “roadmap” Roma ha scelto diversamente. Noi ora, di fronte a questo comportamento, dobbiamo cambiare registro e dopo aver stilato una lista completa di tutti gli argomenti in discussione con l’Italia (una lista che tocchi gli ambiti di tutti i dipartimenti federali) dobbiamo far dipendere ogni nostra concessione dal rispetto dei principi enunciati nella “roadmap”. In generale bisogna valutare ogni misura in difesa dei nostri diritti. Soprattutto laddove non sono rispettati gli accordi presi.

In questi giorni si è molto discusso della ‘fashion valley’ ticinese: per la sinistra è stato un grave errore concedere agevolazioni fiscali per ritrovarsi in casa “capannoni, sedi fantasma e residenze fittizie”, per gli ambienti economici queste multinazionali generano indotto e vanno incentivate. Insomma, si torna all’antico con la contrapposizione tra liberismo e protezionismo… Secondo lei il Ticino ha davvero bisogno di loro? E se sì, andrebbero introdotti controlli più severi?

Con il senno di poi è troppo facile giudicare chi, invece, ha dovuto prendere quelle decisioni. In ogni modo la nostra economia, per fortuna, è un’economia libera. Chi vuole investire da noi, rispettando le norme in vigore, può farlo e a determinate condizioni può anche ottenere una tassazione speciale. Questo privilegio decadrà al più tardi con l’approvazione del Progetto fiscale 17 sul quale voteremo in maggio. Detto questo, il settore della moda contribuisce in modo sostanziale alla nostra economia e non può per nulla essere definito “una realtà di capannoni”. Non solo. Grazie agli utili che hanno generato, le aziende del settore hanno versato all’ente pubblico ingenti somme a titolo di imposte. Senza quegli introiti allo Stato mancherebbe, e mancherà, una parte dei fondi necessari al finanziamento dei suoi servizi. E queste lacune non verranno colmate automaticamente da altri operatori economici già pronti a decollare. Questa è la realtà delle cose. E chi oggi, a torto, si lamenta per le aziende che non sarebbero dovute giungere alle nostre latitudini, sarà anche in prima fila tra coloro che denunceranno i tagli che si imporranno a seguito del calo del gettito fiscale.

Redazione | 8 mar 2019 08:30

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