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1'500 chirurghi a Lugano

Francesco Volontè presenta il congresso che si apre domani. "Un tempo il chirurgo era una sorta di dittatore"

Millecinquecento chirurghi riuniti al Palazzo dei congressi per tre giorni, dal 1° al 3 giugno. Centinaia di relazioni su tutti gli ambiti di questa parte così importante della Medicina. Era dal 2006 che il congresso della Società svizzera di chirurgia non veniva ospitato a Lugano: un atto di omaggio, quest’anno, verso la città, ma anche verso il presidente, il ticinese Raffaele Rosso, che dirige il Dipartimento di chirurgia dell’Ospedale regionale di Lugano e negli ultimi due anni ha guidato la Società stessa. Moltissimi i temi all’ordine del giorno, che “raccontano” un settore in forte evoluzione.

"Il mondo della chirurgia sta cambiando velocemente" conferma Francesco Volontè, direttore sanitario della Clinica Sant’Anna di Sorengo e direttore della Commissione del congresso. "Un tempo il chirurgo era una sorta di dittatore, che aveva sempre l’ultima parola ed esercitava una sorta di potere di vita e di morte sui pazienti. Adesso, invece, le linee-guida che dominano sono legate all’interdisciplinarietà. E soprattutto i chirurghi più giovani le hanno abbracciate con convinzione... Di questo si parlerà molto durante il congresso."

Dunque il chirurgo è chiamato (quasi costretto) a interagire sempre di più con gli altri colleghi?

"Sì, certamente. Il chirurgo che opera da solo, nel suo angolo, è diventato ormai pericoloso, e bisogna accuratamente evitarlo! Ma non soltanto dobbiamo lavorare sempre di più accanto agli altri chirurghi, soprattutto quando gli interventi sono complessi, oppure quando vengono richieste competenze diverse (per esempio, la chirurgia addominale e quella vascolare). Adesso, in settori fondamentali, come la cura del cancro, la strategia terapeutica viene ormai decisa, in tutti gli ospedali più avanzati (anche in quelli ticinesi), da un gruppo di specialisti (il cosiddetto tumor board), e non più dal solo chirurgo, che si occupano, da angolazioni diverse, della malattia: l’oncologo (che prescrive i farmaci), il radioterapista, il medico nucleare, l’anatomopatologo (in videoconferenza da Locarno, dov’è attivo l’ottimo Istituto Cantonale di Patologia). Il chirurgo, in questo nuovo modello di organizzazione, è solo uno fra i tanti, e rischia di venire considerato solamente un tecnico. Sarà compito di tutti noi dimostrare che, invece, siamo medici nel senso più ampio. Anche per questo, quando mi chiedono di definire il mio lavoro, dico che sono “un medico che opera”..."

Non volete essere considerati solo tecnici, ma una componente informatica e robottizzata, sempre più ampia, è ormai entrata in sala operatoria...

"E’ vero, e questo si traduce in vantaggi decisivi per il paziente. Ma noi, insisto, dovremo fare di tutto per rimanere medici, prima di ogni altra cosa (medici che conoscono personalmente il malato, sanno la sua storia, dialogano con gli altri specialisti e cercano la via migliore per curarlo). Poi, certo, fra la mano del chirurgo e il corpo del paziente sarà sempre più attiva un’interfaccia (mi viene da chiamarla così), che si avvale dei computer e delle tecnologie più avanzate, e permette, per esempio, di guidare il bisturi con grandissima precisione, proprio come il classico navigatore fa con le strade. Tutto questo può avvenire sovrapponendo le immagini di attrezzature diagnostiche diverse (la Tac e i raggi infrarossi, per citarne una), oppure iniettando nel paziente liquidi particolari, che consentono di individuare anche gli “ostacoli” più minuti, ma rischiosi."

Queste attrezzature rappresentano un notevole progresso per il paziente, ma forse anche un rischio per la salute del chirurgo...

"Sì, per certi aspetti è vero. Gli interventi per inserire gli “stent” nelle arterie occluse, ad esempio, oppure per collocare nel miglior modo possibile le viti nelle vertebre, vengono ormai eseguiti con l’aiuto di una tac, in tempo reale. A volte, si usano anche mini-tac portatili, come quella chiamata O-arm. Ovviamente i medici, per quanto si proteggano, sono molto più esposti di prima a questi raggi..."

Quali saranno altri temi importanti del congresso?

"Parleremo della condizione delle donne chirurgo, che sono sempre più numerose (il diploma di specialità in chirurgia viene ormai attribuito per il 50% alle donne, in Svizzera), ma riescono a raggiungere solo in misura ridotta le posizioni più importanti, perché spesso devono abbandonare la professione, quando diventano mamme (non ci sono sufficienti strutture in loro aiuto, nel nostro Paese, come asili all’interno degli ospedali, ed è difficile ottenere il lavoro part time al 50%). Affronteremo anche il tema dei limiti di età per i chirurghi, che in Svizzera sono molto variabili, a seconda dei cantoni, e invece andrebbero uniformati, a un livello ragionevole, per garantire la massima sicurezza ai pazienti. E naturalmente si parlerà delle nuove tecnologie..."

Lei è ticinese, come sua moglie, ma si è formato e ha lavorato per lungo tempo a Ginevra. Perché ha deciso di tornare a Lugano?

"Quando ormai mi avvicinavo ai 40 anni (adesso ne ho 43), dopo molto lavoro al Servizio di chirurgia viscerale e trapianti dell’ospedale universitario di Ginevra e in altre strutture sanitarie svizzere, sentivo che era arrivato il momento di cambiare... E Lugano era il luogo giusto, visto che sono nato qui (alla Clinica Sant’Anna, come anche la mia bimba di 3 mesi...) e visto che la chirurgia nel nostro cantone ha raggiunto livelli molto alti. Mi occupo soprattutto di colon e di obesità, ma opero anche lo stomaco, le ernie addominali, il reflusso gastroesofageo. Appartengo a quella generazione di giovani chirurghi ticinesi che, pur mantenendo un contatto con l’università (io, appunto, con quella di Ginevra), hanno deciso di portare la loro esperienza qui, di lavorare in team, qui. Nel nostro cantone non vale più il detto: “il medico migliore è il treno per Zurigo”. E’ (sarebbe), ormai, una provocazione inutile, gratuita, offensiva..."

 

Paolo Rossi Castelli | 31 mag 2016 14:15

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