“Sono fiero di quello che sto facendo”
Una lunga chiacchierata con il patron del FC Lugano Joe Mansueto, parlando di affari, famiglia e scelte di vita. “Ho iniziato l’attività dal mio appartamento. Il segreto è avere una visione a lungo termine”
di della
“Sono fiero di quello che sto facendo”
“Sono fiero di quello che sto facendo”
“Sono fiero di quello che sto facendo”
Immagini © CdT/Gabriele Putzu

Di calcio, Lugano e Chicago, budget e obiettivi, Joe Mansueto ne ha parlato per quasi un’ora nel corso della sua primissima visita in Ticino da patron del club bianconero. 45-50 minuti per capire cosa il miliardario del Michigan vorrà fare della società di Cornaredo. Piacevole ascoltarlo: una persona simpatica a pelle, un carisma fuori dal comune che traspare a prima vista, una capacità oratoria che cattura l’attenzione. A fine conferenza stampa riceviamo la possibilità di intervistarlo con un pizzico di calma in più, in una situazione più confortevole e intima. Mansueto, una videocamera, un giornalista. In pochi istanti è necessario prendere una decisione: di fronte abbiamo il proprietario del Lugano, ma anche un uomo con in banca più di 5 miliardi di franchi e che si issa al 469esimo posto fra le persone più ricche al mondo. Quasi immediatamente ci rendiamo conto che l’occasione è troppo ghiotta per limitarci al pallone, per tornare nuovamente a calcare sul Lugano e il suo futuro. Decidiamo che per una volta val forse la pena rivedere le priorità. Perché non cercare di cogliere la vera essenza di Joe Mansueto? Ci abbiamo provato e questo è quanto ne è scaturito.

Signor Mansueto, il suo cognome non mente. Le sue origini italiane sono chiarissime...
“Mio papà è nato a Montefalcone, una cittadina vicino Benevento, poco distante anche da Napoli. Assieme alla famiglia sono emigrato negli Stati Uniti quando avevo 3 anni. Io sono dunque mezzo italiano e mezzo scozzese-irlandese da parte di mia madre. Quando ero piccolo tornavamo di frequente a Montefalcone. Mi è sempre piaciuta la gente del sud, anche se ora gran parte della famiglia si è spostata al nord. Mi rimangono ancora diversi parenti nella zona di Milano e Brescia”.

Da figlio di immigrati a 469esimo uomo più ricco del mondo. Una scalata impressionante, un riscatto sociale. Un orgoglio ancora maggiore?
“Costruire un’organizzazione mi rende molto fiero. È una delle eredità che lascerò. Non importa che si tratti di Morningstar, di Lugano o di Chicago Fire. Sono fiero di quello che sto facendo. Sono orgoglioso di chi ci lavora e della cultura che abbiamo creato. Non è una questione di soldi. Si tratta della qualità delle persone e della loro gioia di far parte dei nostri progetti. Ci siamo posti l’obiettivo di migliorare la società. Nel calcio, ad esempio, mi fa stare bene vedere i tifosi felici”.

Ha parlato di Morningstar, la sua azienda attiva nel ramo degli investimenti, e delle sue origini. Lei incarna alla perfezione il sogno americano, la definizione ideale di “self made man”.
“È vero, sono un uomo che si è fatto da solo. Ho iniziato la mia attività dal mio appartamento. Era il 1984, a Chicago, avevo 27 anni. Sono partito con pochissimi soldi. Il segreto è stato quello di avere una visione a lungo termine. Ho avuto pazienza. Il primo anno ho forse venduto per 100mila dollari. Poi ho continuato a crescere: 120mila, 400mila, 1 milione, 2 milioni, 4 milioni, 11 milioni... Fino ad arrivare a 2 miliardi. Questo processo è durato 38 anni. È stato un percorso passo dopo passo con una crescita esponenziale. Serve tempo per avere successo. Troppo spesso la gente vuole raggiungere la vetta domani. C’è troppa fretta. Il segreto è essere pazienti, mantenere chiaro l’obiettivo e non mollare mai. Servono anche le buone idee. Ma è necessaria soprattutto la perseveranza. Vedo tante persone che iniziano un’attività ma dopo 3 o 4 anni si fanno distrarre e cambiano progetto. A me sono serviti 38 anni per arrivare dove sono arrivato. La stessa cosa vale per il calcio. Serve un piano a lungo termine. Il successo non arriverà domani. Io preferisco far crescere la mia organizzazione, instaurare una cultura, assumere le persone giuste. È così che si vince. Non serve buttare soldi”.

A proposito di soldi, che rapporto ha con il denaro un uomo che ne ha accumulato così tanto? In molti, o forse chiunque, vorrebbe essere al suo posto. Ma in definitiva, è facile vivere da super ricchi?
“Vi posso dire che è più facile avere molti soldi che non averne del tutto. Io conosco entrambe le condizioni. Per imparare a gestire la ricchezza serve del tempo. Allo stesso modo, non ne puoi essere ossessionato. Quello che amo del benessere economico è che ti garantisce l’indipendenza. In ogni caso, io non sono un tipo materialistico. Non ho grosse barche, non ho sette case. Quello che mi piace è essere indipendente. Che poi... Una volta che i tuoi bisogni di base sono soddisfatti, la vita migliora. Alla fine, una certa ricchezza serve e fa bene, ma non troppa. La mia vita a ben guardare non è molto diversa dalla sua. A me piacciono cose molto semplici. Mi piace il buon cibo, ma anche qui, al tirar delle somme, quello che mangio io non è molto differente da ciò che mangia lei”.

Rimane il fatto che molti soldi spesso fanno rima con grandi responsabilità. Lei dà lavoro a migliaia di impiegati. Quando si corica la sera pensa che in giro per il mondo la sopravvivenza di numerosissime famiglie dipenda da lei?
“La mia compagnia, Morningstar, ha 10mila dipendenti. Fortunatamente siamo molto solidi. Facciamo utili e per questo sento di poter garantire una certa sicurezza a chi lavora per noi. Sento questa grossa responsabilità: 10mila famiglie dipendono da noi. Proviamo ad essere conservativi; se le cose vanno male in un periodo, non vogliamo licenziare personale. Certamente, come detto, sento e so di avere una grossa responsabilità. Sono periodi difficili per chi deve gestire una società. La guerra in Ucraina ora e il Covid prima. È un momento storico pieno di sfide e non posso che complimentarmi con chi oggi ha una funzione di leader. L’incertezza esiste sempre ma in questi mesi con tutto quello che è successo la difficoltà è ancora aumentata”.

Chissà quante persone negli anni l’anno avvicinata solo perché estremamente ricco. Una condizione che metterebbe sul chi va là chiunque. In qualche modo ha alzato dei muri protettivi?
“No, anzi, ho e do molta fiducia a chi mi circonda. Forse è anche una mia debolezza. All’interno delle mie società non ci sono molte regole. Forse l’unica che c’è è di fare la cosa giusta. La mia filosofia è quella di assumere i migliori talenti in circolazione e metterli nelle migliori condizioni possibili per lavorare. Mi piace costruire un legame con le persone e dare loro fiducia, dato che so che ognuno di noi ama ricevere fiducia. Io so che non verrò deluso perchè non vogliono deludermi. Chi lavora con me vuole fare bene visto che viene responsabilizzato e si sente proprietario di una piccola area dell’azienda. Da Morningstar non ci sono registri per i giorni di vacanza e neppure per segnare i giorni di malattia. Da noi funziona così: se sei malato, stai a casa. Se hai bisogno di vacanza, fai vacanza. Noi ci fidiamo. Sappiamo che ognuno è in grado di gestire e combinare le esigenze del lavoro con i bisogni privati. Ho imparato questo modo di fare dai miei genitori. Mi comporto così perchè loro mi hanno cresciuto così. Mio padre era medico, mia madre infermiera. Il mio lavoro l’ho imparato da solo. Ho sempre seguito l’istinto. Il mio modello di leadership è semplice: dai sempre l’esempio. Ho passione per quello che faccio. Ripeto: dò fiducia, lavoro con brava gente. Chi è al mio fianco riceve supporto e voglio che accanto a me si migliori. Assumere ragazzi giovani, dare loro responsabilità e vederli crescere. È qualcosa di veramente appagante”.

A 65 anni, mister Mansueto ha ancora dei sogni?
“Certo, penso che sognare sia importante. Ho sogni che riguardano la mia famiglia. Voglio che i miei tre figli arrivino lontano. Da un punto di vista professionale, nel calcio, spero di vincere ancora trofei come questo. (indica la Coppa svizzera al suo fianco, ndr.) Sono da poco nel mondo dello sport, da soli 3 anni e quindi sì, il mio sogno è di avere successo anche nel mondo del pallone”.

Grazie mille signor Mansueto per il tempo che ci ha concesso. Prima di lasciarla andare un’ultima domanda: la rivedremo presto a Lugano?
“Sicuramente tornerò! Ero già stato molte volte a Zurigo, ma è la prima a Lugano. Com’è possibile pensare di non tornare in un posto così bello? Sicuramente verrò più spesso in Ticino”.

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