Giulia Petralli - La nostra dieta carnivora mangia e affama il pianeta
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Il termine introdotto per descrivere l’attuale era geologica, antropocene, è volutamente rinforzato da un senso critico per definire un’epoca in cui le attività umane hanno inciso fortemente sul decadimento della vita terrestre, condizionando l’ambiente su scala locale e globale. In questo contesto spicca l’impatto dell’industria agroalimentare, che se nel passato era subordinata alle variazioni climatiche, come alluvioni o siccità, oggi agisce a sua volta sul clima, deteriorandolo.

In particolare, il settore della produzione di alimenti di origine animale è quello che comporta gli impatti ambientali maggiori, a causa degli elevati apporti di risorse ed energia necessari sia all’allevamento di bestiame che alla produzione di foraggio. A livello globale nel 2006, la produzione animale era responsabile del 18% delle emissioni complessive di gas serra – una quantità superiore all’intero settore dei trasporti (13,5%), e deteneva il record per la maggiore impronta idrica.

Laddove la sensibilità e l’etica verso il consumo di carne rimangono una scelta individuale, i danni e le conseguenze di tale predilezione è affare comune. Per garantire i nostri standard di consumazione, l’83% dei terreni agricoli è a usufrutto del settore alimentare della carne; sia per la coltivazione di foraggi che per il pascolo delle bestie. Se questo è oggi, figuriamoci domani: il pianeta terra si trasformerà in un gigantesco allevamento intensivo. Oltre alla questione ambientale esiste anche la responsabilità del cittadino occidentale, più incline a soffrire di disturbi alimentari (come l’obesità) a causa dell’eccesso, mentre dall’altra parte del mondo milioni di persone soffrono la fame; complessivamente, le risorse dedicate a produrre il cibo che serve a nutrire gli animali che noi mangiamo potrebbero essere impiegate per saziare milioni di persone.

In base a queste considerazioni I Verdi del Ticino hanno inoltrato una mozione per chiedere, tra le varie cose, di istituire una campagna di sensibilizzazione nelle mense scolastiche sull’impatto ambientale dei menù serviti. Si chiede inoltre di creare un sistema di denominazione che permetta di evidenziare il menù più ecologico tra quelli offerti. L’Ente Pubblico gioca infatti un ruolo chiave nella riduzione dell’impronta ambientale associata all’alimentazione. Le refezioni scolastiche possono (e devono) supportare una produzione agricola locale e sostenibile, adoperarsi per fornire un’adeguata informazione alle cittadine e ai cittadini (attraverso programmi educativi) e infine dare il buon esempio offrendo menù sani e a basso impatto ambientale.

Giulia Petralli, Co-coordinatrice Giovani verdi

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