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'Mummenschanz è uno spazio dove creare la propria musica'

Floriana Frassetto, co-fondatrice della compagnia teatrale, si racconta e parla dello spettacolo che porterà a Lugano il 22 e 23 marzo

Una collezione di palle di vetro con neve adorna l’ufficio di Floriana Frassetto. Lei li chiama “ricordi che si muovono”, ricordi giocosi dei suoi viaggi raccolti in giro per il mondo mentre porta in scena la magia della compagnia teatrale svizzera Mummenschanz. Una compagnia che ha fondato nel lontano 1972 assieme a Bernie Schürch e allo scomparso Andres Bossard, che rappresenta un teatro senza parola, senza musica e senza scenografia. Sullo sfondo c’è un semplice pannello nero, mentre sul palco prendono vita maschere, figure e oggetti amorfi, che popolano la fantasia degli spettatori. Un linguaggio universale che per oltre quarant’anni ha affascinato il pubblico di grandi e piccini e che ancora oggi non smette di stupire. Si perché i Mummenschanz rievocano il bambino che è in noi, riprendendo oggetti e scene del quotidiano e li trasforma in un linguaggio giocoso e poetico.

La compagnia teatrale svizzera è appena tornata da Hong Kong e ora si prepara ad approdare sulle rive del Ceresio con lo spettacolo “You & Me”, in scena al palazzo dei Congressi a Lugano. Abbiamo incontrato Floriana, l’unico dei tre membri fondatori ancora attivo, nel suo atelier ad Altstätten, nel Canton San Gallo. L’edificio ospitava prima una fabbrica per la produzione di burro di cacao. Ora è una fucina di idee, dove materiale di ogni tipo, nuovo o riciclato, prende forma e viene trasformato in arte.

Floriana Frassetto, qual è la chiave di successo dei Mummenschanz?

"La passione, l’amore per quello che facciamo e la pazienza. Poi c’è questo pubblico meraviglio che ci incoraggia, ci applaude e che non si dimentica mai di noi, anche dopo 20 anni. Vuole dire che siamo riusciti, con questo teatro così minimalista, a disegnare una traccia nei loro cuori".

Dal 2016 state portando in tour lo spettacolo “You & Me”, che il prossimo 22 e 23 marzo approderà a Lugano. Che cosa dobbiamo aspettarci?

“È una sequenza di sketch poetici. Prima ci sono le mani che presentano, che scoprono un uovo simbolo della creazione. Da questo uovo scaturisce una fase marina, in cui ci sono le meduse che giocano e si corteggiano con malintesi. Poi c’è il male, appaiono figure più umane, che nascono da una scatola che si decompone. La prima parte è una sorta di viaggio in un mondo fantastico e astratto, un mondo che va in profondità di noi stessi. La seconda parte è più giocosa, sono gli uomini che si incontrano e si scontrano, che si amano e che si odiano e che giocano attraverso delle maschere. È uno spettacolo che piace, che diverte, da New York a Hong Kong fino a Madrid”.

Nota delle differenze nel pubblico che ha incontrato in giro per il mondo?

"Bisogna adattarsi ogni sera, ovunque ci troviamo. In Germania, per esempio, cominciano a ridere lentamente, ma poi alla fine applaudono per venti minuti. Gli americani invece ridono subito. Appena vedono le dita di una mano che sbucano dal sipario già gridano…In base al pubblico, cambia il ritmo dello spettacolo e noi siamo molto sensibili a questo. Poi dipende anche dalla grandezza della sala. È un grande lavoro ed una comunicazione che noi facciamo sempre ed è importante".

Che lavoro c’è dietro uno sketch e quanto spazio viene dato all’improvvisazione?

"Le scene richiedono ore di prove perché bisogna essere precisi. La luce è fondamentale nel nostro lavoro per non essere visti. I bambini sono molto attenti, basta che vedono un ditino ed esclamano “ti ho visto”. Non c’è niente di più offensivo (ride). È un grande lavoro arrivare a un nesso così astratto. Trovo che non siamo mai veramente al 100% precisi, ma ci proviamo e parliamo molto spesso in tournée su cosa migliorare e come procedere. Al 90% è sempre lo stesso spettacolo, ma c’è sempre quel 10% di flessibilità per improvvisare e giocare con il pubblico".

C’è un momento irripetibile nella sua vita?

Il più bel momento della mia vita è stato Broadway nel ’76 quando mio padre, che mi aveva proibito di fare teatro, era venuto a vedere lo spettacolo. Non ci eravamo parlati per 5 anni. Quando l’ho visto in prima fila, in mezzo a un pubblico in cui c’erano arabi, africani, europei che ritrovavano quell’innocente bambino giocoso, ci sono venute le lacrime agli occhi.

Spesso vi definiscono musicisti del silenzio…

Sì, ancora oggi, quando andiamo in giro a fare uno spettacolo, la gente ci apprezza e ci ringrazia per il fatto che non abbiamo musica, che non parliamo, così che possono vivere un silenzio in cui loro stessi si inventano la propria musica. Questo è bello, soprattutto in un mondo in cui siamo super viziati dai suoni e dai rumori. Fa piacere, fa bene”.

Ha qualche rimpianto?

Ho dei rimpianti personali. È meraviglioso regalare uno spettacolo al pubblico, però crescere un figlio a distanza, al telefono, è stato molto difficile. Non lo rifarei. Nella prossima vita mi sposerò solo una volta e farò di tutto affinché le cose funzionino. Ho veramente impegnato la mia vita ai Mummenschanz. Forse avrei fatto meglio, anche per i Mummenschanz, se avessi pensato di più a me stessa.

Ha mai pensato di andare in pensione?

Io? E perché mai? Potevo farlo già quattro anni fa, ora ho 68 anni…finché mi piace e mi diverto! Ancora mi incanta.

 

ls

Redazione | 13 mar 2019 06:00

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