Liberi di essere sciocchi
Nel 2014 ho accettato i termini dell’app “Che disturbo mentale hai?”, per quale motivo oggi dovrei temere quella della Confederazione svizzera?
di Filippo Suessli
Liberi di essere sciocchi
Faceapp è un software che permette di invecchiare le foto o vedersi nel volto di un esponente dell’altro sesso.

Ottantadue applicazioni sul mio telefono hanno accesso alla mia posizione. La mia banca, Booking, il calendario. Ma anche Facebook, La Posta e Mario Kart. Poi ci sono MeteoSvizzera, le Ffs, WhatsApp e Neato. Insomma, anche il mio robot aspirapolvere è autorizzato a sapere dove sono in qualunque momento. Sono tantissime, ma le ho approvate dalla prima all’ultima (con più o meno attenzione a dipendenza dei casi).

Ma non finisce qui. Ho detto sì quando Facebook mi ha chiesto se può riconoscermi nelle foto e nei video, così come ho accettato che il mio smartphone legga ogni mia ruga quando lo sblocco. Poi c’è Faceapp, lo ammetto, anch’io non ho resistito: pur non sapendo nulla di chi in Russia ci sia dietro a Faceapp Inc, ho acconsentito che la sua intelligenza artificiale praticasse una transizione di genere dei miei selfie.

Negli anni - ho spulciato la lista questa mattina - ho concesso l’accesso ai miei dati Facebook a Geo Challenge, a Restaurant City, a FarmVille e, me ne vergogno tantissimo, a “Che disturbo mentale hai?”. Non ricordo come sia successo, ma ho scoperto che nel 2014 (fortunatamente per poco tempo) l’idiotissima app Facebook aveva accesso alla mia lista di amici, alla data di nascita, agli aggiornamenti di stato, agli eventi, alla città di origine, a foto, a video e “mi piace”. Quest’app poteva addirittura inviarmi notifiche. Evidentemente un disturbo mentale dovevo averlo se ho accettato una cosa simile, pur ignorando chi ci fosse dietro a questa app.

Poi c’è SwissCovid. Lo sviluppatore è l’Ufficio federale della salute pubblica, ovvero la Confederazione svizzera. Il paese che vivo, che amo, nel quale sono cresciuto. Il paese che ha finanziato la mia istruzione. Il paese di cui accetto di rispettare le leggi. Il paese che usa anche i miei soldi per finanziare tante cose, alcune forse stupide, alcune forse inutili, ma di cui SwissCovid non è certamente la più stupida o inutile.

Personalmente temo che SwissCovid non funzionerà un granché. Non tutti possono utilizzarla, basti pensare che almeno un milione di svizzeri nel 2018 non aveva uno smartphone. Tra quelli che lo hanno, poi, c’è una percentuale (probabilmente importante) che non dispone di un sistema operativo compatibile o abbastanza nuovo. Infine ci sono coloro che non vogliono scaricarla, temendo per la propria privacy o per la batteria del cellulare.

Entrambi, problemi relativi. Il Bluetooth Low Energy ha un consumo limitato, inoltre i pacchetti di dati che invia SwissCovid sono estremamente piccoli. Quindi, per quanto possa succhiarci la batteria, non è neanche paragonabile con il consumo delle cuffie senza fili che vanno sempre più di moda.

Per quanto riguarda la privacy, lo Stato ha così tante informazioni su di me che non se ne fa nulla di quest’app. Un esempio? Entro quattro giorni ogni cittadino ticinese dovrà rivelare al fisco quanto guadagna, cosa possiede, che debiti ha. Dati ben più sensibili dell’eventuale registrazione (non localizzata) di un incontro fortuito con un vecchio compagno di scuola.

In più, i pochi dati che offro a SwissCovid per cercare di interrompere la catena dei contagi sono una goccia nell’oceano dei pezzi della mia identità che cedo gratuitamente o quasi attraverso qualunque novità tecnologica di cui sono ghiotto. A Google permetto di sapere ogni mio interesse, ogni mio spostamento, anche la lista della spesa. Tanto che, dopo la mia famiglia, anche Google Home depreca ormai la passione che nutro per i landjäger. Ad Apple regalo i passi che percorro, le canzoni che ho scordato, i tratti del mio volto. Lineamenti che ho gettato in pasto anche a Faceapp, che potrebbe non farsene niente oppure creare un deepfake pornografico che mi vede protagonista.

Insomma, per quanto oggi mi penta di aver partecipato a “Che disturbo mentale hai?” nell’ultimo decennio, ho avuto la libertà di compiere qualunque genere di sciocchezza con la mia identità digitale. Ho dato via i miei dati come se non fossero i miei. Non mi sento quindi sciocco se da ieri ho deciso di accettare i blindati termini di utilizzo di un’app creata dal Paese con cui ho stipulato nascendo un contratto di cittadinanza.

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