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“La gentilezza deve essere la vera rivoluzione”

Saverio La Ruina a Lugano con Masculu e Fìammina: “Si tratta sempre della cosa più vecchia del mondo: l'amore"

Saverio La Ruina, attore, drammaturgo e regista teatrale Italiano, già vincitore di diversi riconoscimenti grazie ai suoi spettacoli come Dissonorata, che gli ha fruttato i premi UBU come miglior attore italiano e come miglior testo italiano, o come La Borto, con cui ha ottenuto anche il premio Hystrio, e molti altri, Il 9 marzo sarà al Teatro Foce di Lugano con il suo monologo del 2016 Masculu e Fìammina. Si tratta di uno spettacolo che affronta una tematica sempre attuale che è quella dell’omofobia, dell’outing e della discriminazione, raccontati da un figlio sulla tomba della madre, del quale ci ha largamente parlato per anticipare il suo arrivo a Lugano.

Pensi che la questione dell’outing e dell’omosessualità sia ugualmente scottante rispetto al passato?
Sfortunatamente la cronaca ci dice che questo tema continua ad essere attuale, nel senso che da una parte ci sono stati sicuramente tanti miglioramenti da quel punto di vista, arrivando anche al matrimonio gay, alle adozioni,… Però vedo il clamore che ogni volta suscitano queste faccende. Ad ogni modo lo spettacolo tratta molte altre cose e forse anche grazie a questo ha raccolto in qualche modo l’empatia di eterosessuali o comunque di persone non toccate direttamente dall’argomento. Già soltanto il fatto dell’outing con la madre, è stato colto da tanta gente che ha il rammarico, come quello di Peppino, il protagonista, di non aver sfruttato l’occasione di aprirsi di più con i propri cari. C’è quindi un rapporto di affetto e ricordi tra madre e figlio che possono riguardare tutti. C’è anche tutto un discorso sulle etichette, perché si parla sempre di maschio, femmina, eterosessuale, omosessuale,… E non è nemmeno questione di essere diverso, perché in fondo siamo tutti diversi, non capisco questo bisogno di dover trovare definizioni nuove quando si tratta sempre della cosa più vecchia del mondo: l’amore.

Qual è il peso del teatro riguardo questo tipo di argomenti?
Se uno spettacolo mette in gioco un linguaggio di qualità, che colpisce e veicola un contenuto in un modo non ideologico e crea una certa empatia con il pubblico io penso che qualcosa finisca per cambiarla. È chiaro che si tratta di numeri molto piccoli, però la forza sta veramente nella visione e nella condivisione del momento e della scena in platea, perché gli elementi ci sono tutti e se la comunicazione avviene realmente e si interagisce veramente con il pubblico, qualcosa può succedere. Ad esempio mi ricordo di quando mi sono esibito nel mio spettacolo La Borto, mentre nel pubblico c’era un prete: questo prete si è visto tutto lo spettacolo ed è uscito senza nessun astio nei confronti di esso e in un certo senso anche capendo il mio punto di vista rispetto a ciò che ho raccontato. Quindi penso che in un qualche modo uno spettacolo possa sempre mettere dei semi di riflessione nelle persone, rispetto a qualsiasi cosa e a qualsiasi argomento.

Da dove è nata l’ispirazione per Masculu e Fìammina?
Uno stimolo me l’ha dato sicuramente Rodolfo Di Giammarco, di Repubblica, che ogni anno organizza a Roma una rassegna a tema omosessuale intitolata Il garofano verde, che già da un po’ di tempo mi aveva chiesto di realizzare qualcosa per questa. Quando è giunto il momento mi ha detto “Spesso a questa rassegna ci sono rappresentazioni molto frontali e di attacco, so che tu faresti qualcosa di molto diverso.” e infatti è stato quello che ho fatto. Oltre a questo c’è sicuramente tutta una serie di fatti che ho vissuto indirettamente, dovuti ad esempio ad amici gay, che mi hanno permesso di conoscere da vicino tutto quello che hanno dovuto vivere sin da piccoli. Quindi ero anche motivato emotivamente, empaticamente e con la conoscenza di certe sensazioni che ho appreso con determinate esperienze che mi hanno permesso di realizzare questo spettacolo. Il mio scopo è stato quello di raccontare qualcosa in maniera sincera, senza attaccare, perché credo che nel mondo, la gentilezza debba essere la vera rivoluzione.

Il monologo ha una scenografia essenziale e con pochi elementi, si può dire che tutto lo spettacolo stia nelle parole e nell’interpretazione?
Sicuramente, però ci sono anche degli elementi fondamentali per lo spettacolo: la neve che si trova in scena ha una funzionalità anche drammaturgica, la lapide con la foto della madre è un elemento che ho anche faticato a trovare perché doveva avere i tratti di una tipica donna del sud: con degli occhi e un’espressione che fa in modo di dare quasi l’impressione di rattristarsi quando le dico qualcosa, di sorridere quando le dico altro e così via. Sono pochi elementi che però hanno un ruolo importante per la rappresentazione del monologo.

Nei tuoi spettacoli spicca l’utilizzo del dialetto del sud, non ti preoccupa l’idea che in Ticino non tutto venga colto?
All’inizio mi preoccupava. Quando ho fatto il primo spettacolo tutto in dialetto, che è Dissonorata, sono passato anche da Lugano e avevo questa paura, ma poi mi sono accorto che, grazie alle caratteristiche di questa lingua, che ha una gestualità e un’espressività che richiama molto il concetto che si vuole esprimere, si riesce sempre a cogliere il punto. È molto espressivo e comunicativo. In ogni caso non è un dialetto complicato come ad esempio il materano. Una caratteristica del dialetto è comunque proprio quella di avere degli elementi atti proprio al farsi capire in un qualche modo: porta a fare delle espressioni, dei gesti e ad avere dei modi che esprimono anche il 50% di quello che si vuole dire. Nel caso di Masculu e Fìammina, il protagonista Peppino parla con la madre, quindi con una lingua del popolo, la lingua del cuore, ed è un dialetto meno radicale e meno ostico, infatti il pubblico non ha quasi mai avuto problemi di comprensione. Oltretutto la scelta del dialetto è anche estetica e legata alla musicalità delle parole e della lingua in sé.

Michele Sedili

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Redazione | 5 mar 2018 13:18

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