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Grande è la fragilità del sistema finanziario

L’ascesa del dollaro non sta creando problemi ai Paesi emergenti ma anche al sistema bancario

Pochi ne parlano, ma nei mercati finanziari si sta rapidamente prosciugando la liquidità e quindi creando una situazione di stress paragonabile a quella che si verificò nel 2007 e che diede l’avvio al processo che portò alla crisi del 2008 il cui apice fu il fallimento della banca d’investimento americana Lehman Brothers. Il motivo di questa tensione non è il pericolo di una guerra commerciale tra Cina e stati Uniti, ma il dollaro, Meglio la carenza di dollari e il loro crescente costo a fronte di mercati finanziari che negli anni di Quantitative Easing hanno finanziato di tutto anche e soprattutto gli investimenti a forte rischio alla ricerca di rendimenti, resa spasmodica dal contesto di denaro facile e di bassissimi tassi di interesse. I sintomi di questa situazione di pericolo non sono tanto le difficoltà di alcuni Paesi emergenti, come l’Argentina e la Turchia, che hanno una bilancia dei pagamenti in passivo che finanziano in dollari e con l’afflusso di investimenti a breve e che quindi stanno soffrendo per il rialzo del tasso di cambio del dollaro e per il lieve aumento dei tassi, ma i pesi massimi del sistema bancario mondiale che stanno cominciando ad accusare situazioni di forte stress. Ma procediamo con ordine. Dal mese di ottobre del 2017 la banca centrale americana, che aveva già concluso il programma di acquisti di titoli (il cosiddetto Quantitative Easing) ha cominciato a non investire più i coupon dei titoli che detiene e quindi a riassorbire effettivamente la liquidità che prima aveva iniettato nel sistema.

La riduzione di liquidità operata dalla Federal Reserve raggiungerà il suo massimo nel prossimo mese di ottobre, quando la Fed in un solo mese riassorbirà 50 miliardi di dollari dal mercato. Stando alle previsioni entro la fine dell’anno prossimo la banca centrale americana avrà “tolto” circa 1'000 miliardi di dollari ai mercati finanziari. Questo drenaggio di liquidità è molto più importante della serie di piccoli aumenti dei tassi di interesse che la Federal Reserve sta da tempo attuando. Il motivo è semplice: il dollaro è la moneta più importante del sistema ed è quella più ricercata per le transazioni commerciali e finanziarie. Che questo riassorbimento di liquidità cominci a pesare lo si nota immediatamente dal fatto che i tassi di interesse si muovono sempre nella parte massima della fascia di oscillazione che la Fed sta da tempo alzando,. Infatti la richiesta di dollari è molto alta anche perché la riforma fiscale americana e il bilancio di quest’anno fanno prevedere che il deficit pubblico statunitense raggiungerà quest’anno gli 800 miliardi e l’anno prossimo 980 miliardi di dollari. Non essendoci più la Federal Reserve a comprare i titoli federali, questi dovranno essere assorbiti dal mercato.

La conseguenza è ovvia i dollari hanno già cominciato a rientrare in patria a causa delle aspettative di una valuta in rialzo e di tassi in aumento e ancor più rientreranno nei prossimi mesi. Il flusso di “rimpatrio” dei dollari inaridisce la liquidità dei Paesi emergenti, che appunto finanziano i loro deficit in dollari, e quindi crea situazioni di crisi (vedi Argentina e Turchia). Non colpisce però solo i Paesi emergenti, ma anche il sistema finanziario e bancario, che banchieri e autorità di sorveglianza si affannano a ripetere che è sicuro e solido. La realtà non è questa. Di nuovo alcune premesse. Le autorità di sorveglianza dopo la crisi del 2008 hanno identificato le banche “troppo grandi per fallire” ed hanno imposto che detenessero un capitale maggiore per affrontare nuove situazioni di difficoltà. Ora, l’inglese Absolute Strategy Research ha analizzato l’andamento dei titoli delle 40 maggiori banche considerate sistemiche e ha scoperto che le loro azioni dal loro massimo del 26 gennaio scorso alla fine del mese di maggio hanno perso il 18%, ossia circa 800 miliardi di capitalizzazione. Questo forte ribasso è veramente sorprendente, poiché il rialzo dei tassi dovrebbe normalmente favorire un aumento degli utili delle banche. Quindi i motivi sono diversi, ossia l’inaridirsi della liquidità.

La faccenda è talmente seria che negli scorsi giorni le autorità francesi hanno imposto alle loro banche sistemiche di aumentare la loro dotazione di capitale. Il tutto è da ricondursi alla crescente scarsità di dollari. Infatti, già da tempo le autorità statunitensi hanno imposto alle banche straniere di rilievo sistemico di avere conti separati e dotazioni di capitali separati negli Stati Uniti. Quindi, ad esempio, una banca europea deve detenere dollari per coprire le sue attività negli Stati Uniti. Questa misura è la conseguenza della fame di dollari delle banche europee durante la crisi finanziaria di dieci anni fa che costrinse anche la nostra Banca Nazionale a fare accordi swap con la Fed per approvvigionarsi di dollari da prestare poi a UBS e Credit Suisse. Oggi il più noto “cadavere che cammina” del sistema bancario europeo è la Deutsche Bank che detiene circa 33 miliardi di titoli tossici (ossia che non hanno prezzo né mercato), ma le altre banche europee e americane non stanno molto meglio. Basti ricordare che le sofferenze bancarie europee si aggirano attorno agli 800 miliardi di euro e che negli Stati Uniti non ci si è risparmiati nello sfruttare il periodo dei soldi facili e a costo zero.

Tra un po’ di tempo è destinato ad arrivare il momento della resa dei conti. In conclusione, la tranquillità attuale non deve indurre a pensare che tutto proceda nel migliore dei modi. Le distorsioni prodotte dalla politica monetaria eccezionale delle banche centrali cominciano ad emergere e sono probabilmente destinate a provocare non solo forti scossoni ma un’altra crisi. L’appuntamento non è tuttavia per i prossimi giorni e per le prossime settimane. Infatti siamo solo all’inizio di un processo che dieci anni fa si sviluppò per circa un anno e mezzo prima di arrivare allo scoppio della grande crisi.

Redazione | 20 giu 2018 05:30

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