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Tra Kim e Trump... vince la Cina

Intanto l’idea dell’unità politica dell’Occidente esce distrutta dal G7 in terra canadese

L’incontro tra Donald Trump e Kim Jong Un, è stato subito definito un incontro storico ed indubbiamente lo è. La Corea del Nord e gli Stati Uniti hanno sottoiscritto un documento in cui si impegnano alla completa denuclearizzazione della penisola coreana. Insomma nel giro di pochi mesi si è passati dal rischio di una pericolosa guerra per fermare il programma nucleare della Corea del Nord a un incontro che ha posto le premesse per uno smantellamento progressivo delle capacità nucleari e missilistiche della Corea del Nord. Molti commentatori, soprattutto quelli molto avversi a Trump, hanno subito cominciato a ridimensionare la portata dell’intesa, sottolineando che non vi è una tabella di marcia e che nel comunicato finale non vi è alcuna specificazione del meccanismo di verifica degli impegni della Corea del Nord. Quindi, secondo questi analisti, Donald Trump si sarebbe fatto giocare da Kim che lo avrebbe adulato sfruttandone le note debolezze e dunque, sempre secondo questi analisti, in cambio di nulla di concreto il Presidente americano si sarebbe invece impegnato a cessare le manovre navali al largo della Corea del Sud. L’aspro confronto politico in corso negli Stati Uniti inficia questi giudizi.

La realtà appare un’altra: il risultato del vertice di Singapore rispecchia fedelmente le proposte cinesi (ultimamente sostenute anche dalla Russia) per disinnescare la crisi coreana. Esse infatti sostengono che bisogna procedere per tappe per giungere all’obiettivo ultimo della denuclearizzazione. La prima tappa avrebbe dovuto consistere nella fine delle manovre militari americane e della Corea del Sud in cambio della fine degli esperimenti nucleari e missilistici della Corea del Nord. E questo è esattamente l’impegno firmato dai due leader ieri a Singapore. In seguito si sarebbe dovuto procedere gradualmente per arrivare ad una denuclearizzazione completa della penisola che vuol dire anche il ritiro delle armi atomiche dalle basi americane in Corea del Sud. Non vi è alcun motivo per ritenere che il percorso definito a Singapore non venga rispettato dal regime della Corea del Nord. Quindi per Donald Trump si tratta di un indubbio successo che sicuramente spenderà sul piano interno, sottolineando, come ha già cominciato a fare, che sta riuscendo dove i precedenti Presidenti americani avevano fallito. Ed è questo il motivo (anche tenendo conto delle prossime elezioni di midterm) che fa impazzire democratici e commentatori che pregiudizialmente aversi a Donald Trump. In conclusione un grande risultato che forse chiuderà un conflitto vecchio di 70 anni.

Altrettanto importante è stata la riunione del G7 in terra canadese che ha chiaramente segnato la fine dell’idea politica di un Occidente unito a tal punto che, stando alla narrazione dei principali organi di stampa, veniva spesso definito la “comunità internazionale”. Lo scontro sui dazi doganali ha messo in rilievo la posizione di forza degli Stati Uniti nei confronti degli altri sei Paesi e soprattutto nei confronti di un’Europa incapace di emanciparsi dalla tutela americana e che si atteggia a “supplicante” nei confronti di Washington. Si è trattato di un tentativo “disperato” di difendere un’unità dell’Occidente che è stata demolita dalle picconate di Donald Trump e dalla rivolta di gran parte dell’elettorato che ha bocciato e continua a bocciare la globalizzazione per le sue conseguenze negative a livello economico e sociale. E’ stato dunque il canto del cigno di élite europee che incuranti dell’opinione di gran parte dei loro cittadini si sono assegnate il compito di tutori di un ordine economico, commerciale e politico che sta franando. Questa difesa europea non sorprende poiché essa è la difesa dei principi su cui si fonda lo stesso processo di integrazione europea.

I vari Juncker, Merkel e Macron non hanno ancora capito che la realtà internazionale è profondamente cambiata e che il modo migliore per affossare l’Unione è intestardirsi sulle vecchie politiche e addirittura essere più papisti del Papa come quando si sono opposti alla riammissione nel G7 della Russia di Vladimir Putin. Purtroppo lo schiaffo subito dall’Europa è probabile che non basti ad avviare una riflessione sulla direzione politica del Vecchio Continente con il risultato che la rivolta popolare, che si manifesta nelle consultazioni elettorali, e l’insignificanza sulle grandi questioni internazionali accelereranno i tempi della crisi dell’Unione europea. E anche l’idea che vi sia ancora un Occidente, imperniato sull’Europa, in grado di determinare la politica mondiale.

Alfonso Tuor

Redazione | 13 giu 2018 05:25

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