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Israele, l’Iran ha mentito e continua a mentire

La probabile denuncia americana del trattato sul nucleare iraniano aggraverebbe la crisi in Medio Oriente con gravi pericoli per la Pace

Mentre la crisi coreana sembra destinata a sfociare in una felice conclusione e mentre la proroga di un mese dell’imposizione di dazi sulle importazione di acciaio e alluminio europeo permette di trovare una soluzione negoziale tra Bruxelles e Washington e mentre altrettanto sta accadendo con Pechino dove è attesa nei prossimi giorni una delegazione americana per trovare una soluzione al contenzioso commerciale tra Cina e Stati Uniti (favorito anche dall’aiuto di Pechino nella crisi coreana), si aggrava in modo molto pericoloso la tensione in Medio Oriente.

Questa crisi potrebbe addirittura sfociare in un conflitto che potrebbe risucchiare anche le grandi potenze. Il tutto prende le mosse dall’accordo sul nucleare iraniano raggiunto dall’amministrazione Obama nel 2005 e sottoscritto anche da Francia, Germania, Gran Bretagna, Russia, Cina e dall’ONU. Come noto, Donald Trump ha intenzione di far ritirare gli Stati Uniti da questa intesa il prossimo 12 maggio, mentre Parigi, Londra e Berlino continuano ad implorare Trump a non compiere questo passo. A sostegno delle posizioni dell’amministrazione americana è sceso in campo lunedì scorso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il quale con uno show televisivo ha svelato quella che lui stesso ha definito la maggiore operazione di intelligence dei servizi dello Stato ebraico che ha messo in luce le menzogne di Teheran.

Le più gravi sono che il regime degli ayatollah continuerebbe anche dopo la firma dell’accordo ad espandere il suo programma nucleare, che Teheran non è stata trasparente con gli ispettori dell’Agenzia ONU per l’energia atomica incaricati di controllare il rispetto del trattato e che continua a sviluppare il proprio programma missilistico. In realtà si tratta di una mossa propagandistica a favore di Donald Trump, poiché in realtà non sembra contenere prove su un progresso clandestino del programma di armamento nucleare iraniano in questi tre anni, come del resto hanno attestato gli ispettori dell’Aiea. Dunque, l’accusa vera sarebbe che Teheran sta custodendo i progressi realizzati prima della firma del trattato con l’obiettivo di riprendere la costruzione dell’atomica nel 2025. E non è solo quanto succederà tra sette anni a preoccupare Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita ed Emirati, ma anche il grande rafforzamento dell’Iran nella regione grazie alla vittoria dell’alleato Assad in Siria, alla destrezza mostrata dagli Hezbollah libanesi, all’orientamento a favore di Bagdad del Governo iracheno e al sostegno agli Houthi in Yemen che stanno mettendo in mostra la fragilità dell’esercito saudita.

Insomma, la vera battaglia è per il controllo della regione che israeliani, sauditi e le altre petromonarchie temono venga dominata da un nuovo impero iraniano. Gli israeliano lottano per la loro sopravvivenza, poiché ritengono l’Iran un nemico mortale e ritengono inaccettabile avere gli avamposti dell’esercito iraniano anche al confine con la Siria dopo aver dovuto trangugiare una sconfitta politica e militare nella guerra scatenata in Libano per sconfiggere gli Hezbollah sciiti. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait temono che il rafforzamento dell’Iran costituisca il preludio alla caduta delle loro traballanti monarchi e quindi non lottano, come fa invece Israele, per la sicurezza del loro Paese, ma per la sopravvivenza dei loro regimi dittatoriali. Insomma vi sono tutti i presupposti di una guerra che infiammi tutta la regione e che inevitabilmente possa risucchiare nel conflitto anche Stati Uniti e Russia. Dunque il pericolo di guerra è altissimo, poiché esiste già il teatro di guerra ed è già in corso un conflitto in cui sia Russia sia Stati Uniti sono già impegnati. Esso si chiama Siria. Gerusalemme lo ha ribadito con forza ancora nei giorni scorsi inviando l’aviazione israeliana a colpire obiettivi militari nella provincia siriana di Hama e a nord di Aleppo. Il fatto che la maggioranza delle vittime di questi attacchi sia iraniana ha facilmente presumere che si trattasse di postazioni militari probabilmente missilistiche del Governo di Teheran. La speranza che questo conflitto non sfugga di mano sta a Mosca. Infatti la Russia di Vladimir Putin è l’unico Paese che gode di buone relazioni con Gerusalemme e contemporaneamente con l’Iran.

La probabile mediazione russa deve però fare i conti due ostacoli. Il primo è la disponibilità del regime degli ayatollah che diminuirebbe sensibilmente con la denuncia del trattato sul nucleare da parte di Washington. Infatti questo passo americano rafforzerebbe le correnti più oltranziste che già si erano vanamente opposte alla firma del trattato e che (almeno a parole) non temono un confronto armato. Il secondo ostacolo è costituito dalle paure di Israele che non si accontenterà di accordi difficili da verificare e soprattutto non duraturi e quindi avanzerà pretese che Teheran non sarà mai disposta ad accettare. Dunque le speranze di successo di una mediazione russa non sono alte. In conclusione, la crisi siriana frutto dell’enorme errore americano di invadere l’Iraq e dei tentativi di Obama di sostenere la cosiddetta primavera araba non hanno prodotto solo l’ISIS (lo Stato islamico) che non è affatto morto, ma stanno creando le premesse per un conflitto armato che non è destinato a rimanere confinato solo al Medio Oriente. E’ in questa regione che vi sono i maggiori pericoli per la pace.

Alfonso Tuor

Redazione | 2 mag 2018 05:00

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