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La crisi di fiducia dell’Occidente

Non sono Cina e Russia a minacciarci, ma la crisi dei nostri modelli economici e sociali

Una specie di ansia pervade l’Occidente. Si diffonde sempre più infatti la consapevolezza che nell’attuale modello politico ed economico c’è qualcosa che non funziona e che soprattutto non fornisce più una graduale e continuo miglioramento delle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione. Questa tensione si è espressa anche nelle recenti consultazioni elettorali con il successo di Donald Trump negli Stati Uniti, della Brexit e dei cosiddetti partiti populisti in molti Paesi europei. Si tratta di un’ondata di rabbia delle classi popolari che ritengono giustamente che i loro interessi non collimino più con quelli delle élite. Ma c’è di più. Vi è anche il disorientamento e le divisioni dell’establishment che non ha più una strategia condivisa ed un progetto per ricreare una crescita sana e duratura che coinvolga ancghe i ceti sociali che sono risultati i perdenti della globalizzazione.

A questa ansia endogena delle nostre società si affianca un’ansia esogena dovuta al declino relativo dell’Occidente di fronte alle nuove potenze emergenti ed in particolare nei confronti della Cina, un Paese che nel giro di quattro decenni è passata dal sottosviluppo a potenza industriale di primaria grandezza che insidia addirittura il primato americano. E proprio il boom economico cinese è la fonte delle maggiori preoccupazioni a Washington e in molte capitali occidentali, anche perché la Cina non è più solo la grande “fabbrica” del mondo, ma sta diventando ad una velocità sorprendente leader nelle nuove tecnologie che caratterizzeranno la rivoluzione 4.0.

Le divisioni e le contraddizioni interne dell’Occidente si intersecano con quelle geopolitiche e creano un miscuglio esplosivo che costituisce la tela di fondo che spiega le mosse discutibili e spesso avventate delle potenze occidentali che rischiano di condurre il mondo verso una nuova edizione della guerra fredda.

Infatti nessuno si propone di rivedere e correggere la causa dei nostri mali: una globalizzazione selvaggia, la preponderanza del capitale finanziario e il neoliberismo. I nostri sistemi sono infatti diventati schiavi dei mercati finanziari e di chi li dirige e li manipola imponendo una logica del massimo profitto nel minor tempo possibile. Ciò ha ridotto la qualità e la quantità degli investimenti, ha decurtato in modo impressionante gli investimenti pubblici (le infrastrutture di molti Paesi occidentali sono in uno stato disastroso) e ha fatto prevalere la ricerca di una rendita finanziaria accompagnata all’indifferenza per le sorti di gran parte della popolazione condannata a lavori precari, a redditi stagnanti e alla povertà. E’ impressionante notare che circa 100 milioni di americani su circa 330 milioni vivano in condizioni di povertà o a rischio povertà. Non sorprende la rabbia di queste persone, spesso scaricata nelle urne, di fronte ad un establishment politico ed economico che non offre alcuna prospettiva strategica, ma solo parole vuote e non più credibili.

La battaglia in corso tra diverse parti delle élite occidentali non lascia intravvedere alcuna uscita da questa crisi, ma nel frattempo cresce una retorica di guerra che deve far paura. Vi sono chiaramente forze che mirano ad un ritorno ad una nuova edizione della guerra fredda, come dimostrano i recenti fatti siriani, le continue sanzioni contro la Russia di Putin, le minacce di far saltare l’accordo con l’Iran sul nucleare e la minaccia di guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Invece di correggere le storture dell’attuale modello economico occidentale, una parte delle élite sta creando ad arte un clima di guerra. Per il momento si tratta di una guerra asimmetrica che si articola nella manipolazione dell’informazione e quindi in una guerra di propaganda, in sanzioni commerciali e finanziarie, nel cyberspazio, ma che rischia ben presto di muoversi verso il consolidamento di due blocchi contrapposti. Il primo formato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati occidentali; il secondo da Russia e Cina e i loro alleati.

E’ questo il mondo che vogliamo? Non credo proprio. E chi non lo vuole non deve farsi condizionare da organi di informazione che sono sempre più paragonabili a megafoni di battaglie propagandistiche, non deve prestare fede alle presunte minacce straniere al nostro benessere. Deve invece chiede un cambiamento dei nostri sistemi economici e sociali con l’obiettivo di creare società più giuste ed inclusive e un approccio alla gestione del mondo che miri ad associare Cina e Russia e non a trattarle come potenze revisioniste ed antagoniste. In questo periodo turbolento la voce e soprattutto i voti dei cittadini occidentali contano e potranno risultare decisivi per il futuro del mondo.

Alfonso Tuor

 

Redazione | 18 apr 2018 05:15

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