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Il lunedì nero di Wall Street

Il tonfo dei mercati azionari è un segnale della paura di un aumento dei tassi di interesse

Il calo della borsa americana, seguita a stretto giro di posta dai ribassi dei mercati europei ed asiatici, è molto probabilmente soltanto una correzione, accentuata dai meccanismi tecnologici delle vendite automatiche che caratterizzano le contrattazioni. Una correzione era indubbiamente prevedibile visto l’incredibile rally degli ultimi anni. Questa spiegazione, che è probabilmente quella corretta, non deve e non può nascondere che il tremore dei mercati è anche dovuto alla paura delle conseguenze sui listini e sulla crescita economica di un aumento del costo del denaro. Infatti negli ultimi anni i mercati hanno registrato nuovi massimi storici o vi si sono avvicinati grazie alle politiche monetarie straordinarie delle banche centrali. I tassi di interesse ai minimi storici e le continue iniezioni di liquidità sono stati la linfa del rialzo delle borse. Quindi il rally è un altro frutto delle scelte eccezionali delle autorità monetarie volte a superare gli effetti della crisi finanziaria del 2008.

Ora dato che la crescita economica si è rafforzata e si è diffusa in tutte le principali regioni economiche del pianeta, le banche centrali sono chiamate a normalizzare la loro politica monetaria. Questo vuol dire smettere di acquistare obbligazioni e aumentare lentamente i tassi di interesse. La Federal Reserve americana ha già iniziato questo processo e sarà prossimamente seguita da quella europea. Nulla di grave che non dovrebbe provocare alcuna reazione dei mercati. Infatti l’aumento del costo del denaro dovrebbe rappresentare una conferma del miglioramento della situazione economica e quindi dovrebbe essere assorbito dai mercati con al massimo un’alzata di spalle, tanto piu’ che i tassi di interesse rimangono molto bassi e a livelli inferiori a quelli che precedettero la crisi finanziaria di dieci anni fa. Un’accelerazione dell’espansione economica e un aumento del costo del denaro non dovrebbe provocare alcun calo dei listini. Ma la reazione dei mercati non sembra questa.

Vi sono infatti tre timori. Il primo che i listini azionari siano sopravvalutati e che la loro corsa al rialzo fosse sostenuta unicamente dal denaro facile e a costi storicamente minimi. Quindi la paura è che senza la droga delle banche centrali queste valutazioni non siano sostenibili. Il secondo timore è che la stessa crescita economica sia meno sana di quanto appaia e che sia in realtà il frutto della “droga” dispensata a piene mani dalle autorità monetarie. Queste due paure sono tra esse strettamente correlate e anche giustificate. Infatti la crescita economica è profondamente squilibrata. Fino a pochi mesi fa non è stata determinata da un aumento degli investimenti, da un aumento della produttività e tanto meno da un aumento dei salari che avrebbe consentito un aumento sano dei consumi. Non si sbaglia a sostenere che questa crescita è stata alimentata da un grande aumento dell’indebitamento privato e pubblico. Un aumento del costo del denaro, dovuto ad una normalizzazione delle politiche monetarie americana, europea e giapponese, sembra quindi destinato ad incidere sul comportamento di famiglie, imprese e anche degli enti pubblici e a rimettere in discussione l’ottimismo prevalente sulla qualità di questa ripresa. Il terzo timore è la resurrezione dell’inflazione che costringerebbe le banche centrali ad accelerare i tempi della normalizzazione della loro politica monetaria e quindi a provocare un aumento del costo del denaro maggiore delle aspettative e dei mercati e soprattutto in tempi brevi.

Questi dubbi non verranno fugati presto. Essi continueranno ad alimentare i timori dei mercati finanziari. Per questi motivi è facile prevedere che questo tonfo dei mercati è il primo di un periodo di alti e bassi dei mercati o, per dirla con gli analisti finanziari, di un periodo di alta volatilità. Infatti anche se l’ipotesi di mercati e di economia drogate dalle politiche delle banche centrali dovesse rivelarsi azzeccata, è improbabile che la traiettoria di lungo termine delle borse sia lineare. Per concludere, non si sbaglia tanto a sostenere che il tonfo delle borse di questi giorni segna la fine del lungo periodo di festa dei mercati finanziari.

Redazione | 7 feb 2018 05:15

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