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Le tasse strumento di guerra commerciale

I ministri delle finanze europei contestano la riforma fiscale americana perché discrimina le società straniere

La riforma fiscale statunitense ha provocato un repentino risveglio dell’Europa. Cinque ministri delle finanze dei principali Paesi del Vecchio Continente (tra cui anche quello britannico) hanno scritto al Presidente Donald Trump e al Segretario al Tesoro americano una lettera in cui sottolineano che i testi in discussione al Congresso violano gli accordi internazionali e penalizzano il commercio internazionale con il rischio di trasformare questa riforma in un duro confronto tra le due sponde dell’Atlantico. I ministri europei hanno addirittura ventilato la possibilità di misure di ritorsione se le attuali proposte diventeranno legge. Ma dove sta il pomo della discordia? E la riforma fiscale americana è veramente un grimaldello usato da Donald Trump per discriminare le società straniere e per promuovere la strategia della “America first”?

Come noto, recentemente il Senato americano ha approvato un testo della riforma fiscale che differisce in piu’ punti rispetto a quello della Camera dei Rappresentanti. Quindi, ora a Washington si sta lavorando per armonizzare i due testi e per giungere (almeno questo è l’obiettivo) al varo della riforma entro la fine dell’anno. L’impianto di questa riforma, che dovrebbe costare all’erario americano 1'500 miliardi di dollari nell’arco di dieci anni, è molto contestato, poiché – alcuni sostengono – privilegia i ricchi a scapito dei ceti medi e bassi. Il centro del provvedimento non riguarda comunque l’imposizione delle persone fisiche, ma quello delle persone giuridiche (quindi le imposte che devono pagare le società). La proposta centrale è la riduzione dal 35% al 20% dell’aliquota fiscale per le società. L’importanza di questo taglio non deve essere comunque sopravvalutata: infatti le società americane non hanno mai pagato il 35% di imposte sui loro utili, ma molto meno grazie al domicilio fiscale in alcuni Stati dell’Unione e grazie a deduzioni, detrazioni ed anche elusione fiscale. Si calcola infatti che i versamenti all’erario fanno si’ che l’aliquota reale si aggiri attorno al 19%.

E infatti l’aspetto che ha provocato la reazione europea non è il taglio dell’aliquota, ma l’inserimento nel progetto di legge di aspetti di quella “imposta territoriale” da tempo ventilata da Donald Trump. La versione approvata dalla Camera dei Rappresentanti prevede infatti un’accisa fino al 20% che colpisce il gruppo straniero che vende beni e servizi negli Stati Uniti attraverso una controllata locale. Questa accisa vale anche per società americane che comprano componenti all’estero. In pratica, si tratta di una tassa sulle importazioni che penalizza le importazioni rispetto ai beni e i servizi originati negli Stati Uniti. Non si tratta di un dazio prelevato all’entrata di una merce alla frontiera, ma – ci si passi l’espressione – di un dazio prelevato dal fisco. I ministri europei sottolineano che questa misura discrimina le società straniere ed è incompatibile con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO).

La versione approvata dal Senato è solo apparentemente meno dura. Si chiama BEAT (ossia Base Erosion Anti-Abuse Tax). Si tratta di una tassa minima del 10% dell’imponibile che scatta a fronte di pagamenti a favore di controllate o case madri all’estero. Essa vale per le società di una certa dimensione, ossia con un fatturato superiore ai 500 milioni di dollari. Questa proposta è in aperto conflitto con il trattato Beps contro l’erosione fiscale concluso nell’ambito dell’OCSE di Parigi e anch’essa discrimina le società che producono all’estero rispetto a quelle che producono negli Stati Uniti.

Vi sono altri due aspetti che preoccupano i ministri delle finanze europei. Il primo è un sussidio alle esportazioni attuato attraverso una tassazione maggiormente favorevole sugli utili realizzati all’estero dalle società americane sull’uso di marchi e proprietà intellettuale. Il secondo riguarda i trasferimenti interni alle banche internazionali e una svalutazione dei crediti di imposta che potrebbe pesare negativamente sui conti anche di UBS e CS.

Difficilmente le preoccupazioni europee verranno tenute in considerazione nel testo finale della riforma fiscale americana. Appare quindi probabile che questa riforma rafforzi i dissapori tra le due sponde dell’Atlantico. E’ pure evidente che l’amministrazione Trump stia incrinando le fondamenta su cui si è basata la globalizzazione. Infatti questi passi si aggiungono a quelli già intrapresi per affossare definitivamente gli accordi con l’Unione europea (Ttip) e con i Paesi dell’area del Pacifico, alla rimessa in discussione del NAFTA (l’accordo commerciale con Messico e Canada) e agli sforzi per destabilizzare l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Insomma, con Donald Trump il processo di globalizzazione dell’economia mondiale (che alcuni ritenevano irreversibile) sembra sempre piu’ alle battute finali.

Redazione | 13 dic 2017 05:13

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