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Fake news, quanta ipocrisia

Le élite non vogliono pulire il Web, ma eliminare le notizie e le opinioni avverse

Un nuovo spettro si aggira in Occidente: è quello delle fake news. Le notizie false metterebbero in pericolo le nostre istituzioni democratiche e addirittura determinerebbero i risultati delle nostre consultazioni elettorali. Il tutto, come tutti sanno, è partito con le accuse alla Russia di aver determinato la sconfitta di Hillary Clinton nelle ultime elezioni presidenziali. Il grido di allarme non si è però limitato agli Stati Uniti. Recentemente la premier britannica Theresa May ha ventilato la possibilità che anche il risultato del referendum sulla Brexit sia stato condizionato dall’intervento russo e altri leader europei hanno ammonito Mosca di non cercare di intromettersi nella vita dei loro Paesi. Le notizie false non sono solo il prodotto dei servizi di alcuni Paesi, ma anche di internauti intenti a gettare panico e paura tra la popolazione, ad alimentare campagne razzistiche e quanto altro. Di fronte a questa situazione il Congresso americano sta chiedendo a Facebook, Twitter, Google e via dicendo di farsi parte diligente e di ripulire i loro social media, “cancellando” queste notizie false. Ovviamente questi padroni della Rete si oppongono, poiché questa operazione inciderebbe sui loro utili astronomici. I fautori di questa “pulizia” sostengono che i big del Web devono comportarsi come i giornali, ossia verificare la credibilità delle notizie e assumersi quindi la responsabilità della loro messa in circolazione.

La questione non è però così semplice. Vi sono notizie chiaramente false, ma ve ne sono altre, la cui valutazione non è facile. Tra queste ultime vi sono anche notizie ufficiali di Governi o di diverse istituzioni. Vi sono stati casi clamorosi, come quello delle armi di distruzioni di massa possedute da Saddam Hussein, che servì a Washington e a Londra per giustificare l’invasione dell’Iraq, ve ne sono altri molto più subdoli, come preconizzare sventure nel caso vincesse un partito o una persona in una consultazione elettorale. Sta di fatto che l’informazione è un terreno di battaglia politico e paradossalmente limitare e/o regolamentare la loro diffusione sui social media rischia di ledere la libertà e quindi di farci ritornare in un mondo di notizie ed opinioni preconfezionate e anche scontate. Quindi, a mio parere, non vi dovrebbe essere alcuna censura, poiché il ruolo di “censore” deve spettare solo al lettore che confronterà notizie ed opinioni per farsi una propria idea. Pure l’idea che siano stati i russi a determinare la sconfitta della Clinton e a favorire la vittoria del Brexit appare risibile soprattutto se proviene da un Paese come gli Stati Uniti che da decenni condiziona in tutti i modi la vita politica dei Paesi occidentali trattati spesso come “scolaretti” che devono ogni tanto essere rimessi in riga.

Più interessante è invece interrogarsi sulle motivazioni di questa campagna. La risposta è chiarissima: l’establishment economico e politico non è più certo di riuscire a controllare l’opinione pubblica. In particolare è preoccupato di vedere ridursi in modo sensibile il sostegno popolare a favore della globalizzazione e delle politiche economiche liberiste. Le élite ritengono, forse a ragione, che i social media abbiano contribuito a diffondere le tesi di coloro che si oppongono all’andazzo che ha prevalso negli ultimi decenni. Quindi bisogna riprendere il controllo di questi canali di distribuzione dell’informazione che hanno rotto il monopolio detenuto dalla maggior parte dei mass media occidentali. Nel corso degli ultimi anni questi ultimi hanno cercato di plasmare le nostre opinioni cercando di convincerci delle magnifiche sorti che ci apriva la globalizzazione e di demonizzare come pensiero retrogrado la difesa dell’identità nazionale e dei mercati di ogni singola nazione. La rabbia popolare, che si è espressa nelle ultime consultazioni elettorali, ha spaventato le élite che ora si stanno battendo per chiudere quei canali di comunicazione che hanno dato voce e quindi ampliato questa rivolta popolare, che – a mio parere – si sarebbe comunque espressa anche se non vi fossero stati i social media.

Quindi, bisogna fare attenzione a non farsi abbindolare da questa campagna contro le fake news. In realtà, non si vuole ripulire il Web da alcuni indubbi eccessi, ma utilizzarli per ridurre la nostra libertà.

Redazione | 29 nov 2017 06:00

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