Accedi
Commenti 15

Il declino delle socialdemocrazie

I socialisti hanno smarrito la loro missione: da difensori dei deboli e dei perdenti sono diventati i paladini della società multiculturale e delle diversità

La disfatta delle regionali siciliane è solo l’ultimo esempio di una lunga serie di sconfitte elettorali della sinistra tradizionale. Esse vanno dal disastro dei socialisti francesi, che sono giunti quinti nelle elezioni presidenziali della scorsa primavera, a quello dei socialisti olandesi, spazzati via dall’elettorato lo scorso marzo, fino alla caduta dei socialisti della Repubblica ceca in ottobre. Il rovescio è clamoroso, poiché all’inizio di questo secolo i socialisti pensavano di aver trovato una formula magica nella “Terza Via” fatta di politiche attente alle ragioni dei mercati coniugate con un po’ di redistribuzione dei redditi. Questa “Terza Via” era impersonata da Bill Clinton negli Stati Uniti, da Tony Blair in Gran Bretagna e da Gerhard Schröder in Germania.

Questa formula di successo si è rivelata assolutamente incapace di rispondere a tre mutamenti strutturali delle società occidentali: i danni dell’intensificarsi del processo di globalizzazione, la crisi finanziaria del 2008 e l’ingrossarsi dei flussi migratori. In pratica la sinistra tradizionale non ha individuato proposte convincenti per rispondere alla sfida di un periodo di scarsità, che rimetteva in discussione le conquiste dei lavoratori e determinava il peggioramento delle condizioni di vita di milioni e milioni di lavoratori. Anzi, hanno fatto peggio. Sono diventati gli alfieri della flessibilità e i promotori di riforme che hanno destrutturato il mercato del lavoro, ridotto il potere contrattuale dei salariati e diffuso il precariato con la conseguenza di scaricare sulle spalle dei ceti più deboli i costi della crisi. A queste politiche economiche devastanti hanno affiancato una battaglia a favore di una società cosmopolita e delle diversità. Insomma, i socialisti hanno smarrito la loro missione: invece di essere i difensori dei deboli e dei perdenti sono diventati – estremizzando - i paladini di una società multiculturale e i difensori degli omosessuali.

Questo modo di pensare, definito progressista, ha fatto sì che i socialisti si ritrovassero dall’altra parte della barricata a fianco di un establishment mondiale che aveva e ha ancora bisogno di affiancare ad una economia sempre più globalizzata un’ideologia volta a creare l’uomo nuovo del “Villaggio globale”. Quindi, i progressisti sono diventati funzionali al progetto delle élite di creare una società multiculturale, che annacqui o addirittura distrugga le identità nazionali, e che quindi legittimi anche ideologicamente la globalizzazione. Il prezzo di riconoscere i sacrosanti diritti dei diversi era certamente accettabile ed è stato pagato celermente con l’approvazione di riforme in questo senso nella maggior parte dei Paesi occidentali. Non è un caso che il modo di pensare dei progressisti è fatto proprio dalla maggioranza dell’establishment. E’ difficile trovare da Wall Street alla City londinese qualcuno che non condivida questa visione del mondo In pratica, si è saldato una specie di compromesso storico tra grandi interessi economici e finanziari, da una parte, e progressisti e socialdemocratici, dall’altra.

Il progetto di questa intesa è stato rimesso in discussione dalla crisi dell’ultimo decennio che ha scardinato la struttura delle nostre società e dal risveglio politico dei deboli e dei perdenti, che hanno compreso il tradimento dei partiti tradizionali e hanno cercato nuovi modi e nuove vie per lottare contro un sistema economico, finanziario e politico che offre solo la prospettiva di ulteriori peggioramenti delle loro condizioni di vita. E infatti oggi in un’epoca di esplosione delle diseguaglianze verte ancora più che mai sulla grande questione della redistribuzione dei redditi e quindi sulla contrapposizione tra ceti medi e bassi e il vero potere rappresentato dai grandi gruppi economici e finanziari. Il conflitto tra destra e una vera sinistra è più che mai di grande attualità, poiché, come ha detto il miliardario americano Warren Buffett”, “non è vero che non esiste più la lotta di classe, è vero invece che la stiamo vincendo noi”. Dunque la sinistra tradizionale non riesce più a fornire risposte credibili ai perdenti della globalizzazione e non riesce nemmeno ad interpretare le insicurezze e le paure di gran parte della popolazione di fronte ai danni della globalizzazione. Non capisce, ad esempio, che il ritorno del nazionalismo è una ricerca di sicurezza di fronte ai venti gelidi del mercato globale e che l’insofferenza nei confronti degli imponenti flussi migratori nasconde in realtà i timori di un ulteriore ribasso dei redditi a causa della concorrenza sul mercato del lavoro dei nuovi arrivati, da un canto, e di un grande utilizzo di risorse pubbliche che poi verranno a mancare per continuare a finanziare le protezioni offerte dal Welfare State.

Per questi motivi il declino inesorabile dei socialdemocratici non vuol dire che la sinistra è finita. Anzi, è molto probabile una resurrezione di una sinistra diversa che interpreti e si faccia promotrice di una nuova “coscienza di classe” contro l’establishment. Segnali in questa direzione si cominciano a scorgere. Sono, ad esempio, la “France insoumise” di Mélenchon e soprattutto il nuovo Partito laburista britannico di Jeremy Corbyn. Affaire à suivre.

Alfonso Tuor

Redazione | 8 nov 2017 06:00

Vuoi dire la tua sull'argomento? Clicca 'Commenti'