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Il modello economico cinese meglio di quello occidentale

Non verrà annunciata alcuna svolta al Congresso del Partito Comunista, ma la prosecuzione delle politiche che hanno favorito il boom economico del Paese

Oggi si è aperto a Pechino il 19.esimo Congresso del Partito Comunista Cinese. L’attenzione dei mass media occidentali sembra concentrarsi sui cambi al vertice. In realtà, chi verrà confermato e chi entrerà nel Comitato permanente del PCC saranno tutti uomini di Xi Jinping. L’unico interrogativo riguarda la conferma di Wang Qishan, il numero due del regime e l’artefice dell’imponente campagna contro la corruzione che ha portato alla rimozione di oltre 200mlia dirigenti del Partito. Il motivo è semplice: la conferma di Wang Qishan, che attualmente ha 69 anni, violerebbe la regola in base alla quale una persona della sua età non dovrebbe essere riconfermata nel sancta sanctorum del potere cinese. Quindi una sua conferma verrebbe interpretata come la volontà dello stesso Xi Jinping di restare alla guida del Paese anche dopo questo mandato quinquennale trasgredendo la regola di un ricambio al vertice ogni dieci anni.

Ben più rilevante è capire in che direzione intenderà muoversi la leadership cinese. A tal fine è bene cercare di capire quali sono secondo Pechino le principali sfide che deve affrontare il regime. La prima priorità è la stabilità politica. In quest’ottica bisogna rafforzare il Partito sia al suo interno sia il suo ruolo nella società e nell’economia per scongiurare la possibilità che si possano creare in Cina le condizioni che hanno portato al crollo dell’Unione Sovietica. Secondo Xi Jinping, negli ultimi venti anni il Partito ha perso prestigio nel Paese e i suoi militanti hanno perso l’orgoglio di essere membri del Partito. Quindi il Partito deve essere riformato al suo interno in modo che possa svolgere un ruolo guida, deve essere liberato dal cancro della corruzione (da qui la campagna contro i quadri corrotti) e deve essere composto da militanti che in caso di crisi politica non indugeranno a difenderlo in ogni sede. Questo è il lavoro interno, ve ne è poi uno esterno che mira al rafforzamento del Partito nella società e nell’economia. Sotto la guida di Xi Jinping sono state ricostituite le sezioni nei luoghi di lavoro non solo nelle società di proprietà dello Stato, ma anche in quelle private con il compito di sorvegliare che la loro attività sia consona agli obiettivi generali del Paese.

La riaffermazione del ruolo del Partito corrisponde alla convinzione ormai maggioritaria nella leadership cinese che i sistemi democratici occidentali stanno fallendo e non rappresentano più un traguardo verso il quale tendere. Quindi non vi sarà alcuna riforma politica e nemmeno piccoli passi di apertura da parte del regime.

L’idea del fallimento delle democrazie occidentali è ulteriormente rinvigorita dalla convinzione che il modello economico cinese è nettamente migliore di quello occidentale. Quindi non vi è nulla da imparare dal modello democratico occidentale e nemmeno da quello economico. Vi è solo da recuperare il ritardo tecnologico, che sta venendo colmato alla velocità della luce e che in alcuni campi vede addirittura la Cina più avanti dei Paesi occidentali.

Sul piano economico la leadership cinese ha completamente ragione. Negli ultimi due decenni l’Occidente ha privilegiato gli investimenti finanziari, creando continue bolle e successivi crack. E’ quanto del resto si sta ripetendo anche ora con le continue iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali. Si sono trascurati gli investimenti infrastrutturali e quelli produttivi, come conferma la continua tendenza alla diminuzione della crescita degli investimenti. Si è insomma considerata l’economia come un luogo di transazioni, dove si acquista e si vende, e non dove si crea nuovo valore. Opposto è l’approccio cinese che continua a privilegiare gli investimenti nell’economia reale e a cui corrisponde anche il grande progetto di Xi Jinping della “Nuova via della seta”. Certamente le bolle finanziarie esistono anche in Cina, ma grazie all’inconvertibilità dello Yuan, che ingabbia il risparmio cinese, e grazie alla separazione tra banche commerciali e banche di investimento l’economia cinese è protetta da un crack finanziario, come del resto è stato dimostrato dal fatto che la grange finanziaria del 2008 non ha provocato particolari disastri all’economia cinese. Di recente è di moda – lo ha fatto anche il Fondo Monetario Internazionale – sottolineare l’esplosione dell’indebitamento non finanziario cinese che nel 2020 dovrebbe raggiungere il 290% del PIL. Questa previsione è stata contestata da Pechino, che ha sostenuto che il rapporto tra debito e PIL sta cominciando a diminuire, che esso è stato accumulato per sostenere il passaggio da un’economia basata sull’industria e sulle esportazioni ad una fondata sui servizi e sui consumi interni e che infine la maggior parte di questi debiti sono stati accumulati per finanziare investimenti di qualità che producono flussi di cassa stabili che permettono di onorare gli interessi. E infatti è proprio questa la differenza con l’enorme mole di debiti soprattutto privati che stanno accumulando le economie occidentali e che sicuramente crolleranno quando vi sarà un aumento del costo del denaro. Non vi è dubbio che questa è la formula magica della Cina che, smentendo tutti i profeti di sventura, continua a crescere a ritmi inimmaginabili in Occidente.

Le priorità cinesi non cambieranno nemmeno per quanto riguarda la politica estera. Pechino è infatti convinta che gli Stati Uniti faranno di tutti per frenare o far deragliare l’ascesa cinese. Quindi, rifacendosi alla famosa trappola di Tucidide, secondo cui il maggior pericolo di guerra avviene quando una potenza ritiene insidiato il suo primato, la leadership cinese continua a ribadire di non avere alcuna intenzione aggressiva, ma contemporaneamente si prepara a contrastare possibili “sgambetti” americani, che possono essere anche non bellici, come le guerre commerciali, finanziarie e le guerre cibernetiche. In questo quadro si devono anche leggere le difficoltà di Pechino nei confronti della crisi coreana. Pechino non controlla la Corea del Nord e le provocazioni del piccolo Kim sono destinate a produrre risultati profondamente sgraditi dai cinesi, come il riarmo del Giappone e un ulteriore asservimento della Corea del sud agli Stati Uniti.

Dunque appare facile prevedere che non vi sarà alcuna svolta e che Xi Jinping, il cui potere uscirà ulteriormente rafforzato da questo Congresso, cercherà di realizzare il programma già avviato negli scorsi anni, ossia il rafforzamento del ruolo guida del Partito nella società e nell’economia cinese, l’ulteriore sviluppo economico del Paese con l’obiettivo di sradicare completamente la povertà nel giro dei prossimi tre anni e il rafforzamento del ruolo della Cina a livello mondiale con la nuova Via della seta e delle capacità difensive del Paese che però non contemplano una corsa agli armamenti con la superpotenza americana. Insomma, la Cina non riserverà alcuna sorpresa spiacevole al resto del mondo.

Alfonso Tuor | 18 ott 2017 06:00

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