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E’ la crisi della rappresentanza politica

Madrid e Barcellona in un vicolo cieco. Lo sciopero generale e le manifestazioni di ieri danno un’altra spallata all’unità della Spagna

Un politico spagnolo ha dichiarato con amarezza che domenica scorsa con le immagini delle violenze della polizia mirate ad impedire il referendum sull’indipendenza della Catalogna, Madrid ha regalato le fotografie e le immagini per legittimare la causa dell’indipendenza. Ieri si sono aggiunte altre significative immagini dello sciopero generale e delle manifestazioni che hanno bloccato l’intera regione. Si è trattato di una seconda spallata contro lo Stato spagnolo e di un secondo passo verso la dichiarazione unilaterale dell’indipendenza della Catalogna. E’ facile prevedere che il primo ministro Mariano Rajoy userà il potere che gli dà la Costituzione per evitare questo nuovo passo separatista e per commissariare le istituzioni catalane. In pratica, il referendum indetto da Barcellona ha vinto politicamente, anche se il 90% dei sì su 2,3 milioni di votanti non raggiunge la maggioranza assoluta dei catalani.

In pratica Madrid e Barcellona sono ora in un vicolo cieco dal quale appare difficile uscire. Di questo pare perfettamente consapevole il Presidente catalano Pierre Puigdemont, il quale ha chiesto una mediazione europea. Il dialogo non sembra però la strada che intende seguire il Governo spagnolo che continua a ripetere che la consultazione è stata una farsa. Allo stato attuale non si vede una via di uscita, poiché Barcellona non può accontentarsi di una maggiore autonomia e Madrid non può accettare l’indipendenza della Catalogna anche se soggetta a condizioni e rinviata nel tempo. Si sa comunque che in politica si riescono a trovare soluzioni che sembravano impossibili. Quindi non ci inoltriamo in previsioni sullo sbocco di questa crisi che comunque incrina la stabilità di un altro Stato europeo già alle prese con una crisi politica che si protrae da tempo e che ha portato alla formazione di un Governo di minoranza e soprattutto degli effetti di una crisi economica che non sembra affatto superata nonostante i buoni tassi di crescita degli ultimi anni. Questi ultimi non sono dovuti tanto alle riforme, ma al fatto che Bruxelles ha continuato a chiudere gli occhi di fronte a conti pubblici che continuano a chiudere con disavanzi superiori ai criteri di Maastricht. Anzi, è bene sottolineare, che se si elimina la differenza tra il disavanzo pubblico spagnolo e quello italiano che si è registrata negli ultimi anni, il cosiddetto miracolo spagnolo si sarebbe ridotto a quella ripresta lenta e stentata di cui soffre ancora l’Italia. Ma non è questo il punto.

Più importante è invece che gli avvenimenti di questi giorni sono un’ulteriore testimonianza delle difficoltà dei sistemi democratici e soprattutto della crisi della rappresentanza politica. Infatti non vi è dubbio che le istanze indipendentistiche catalane affondano le loro radici nella storia. Non vi è nemmeno dubbio che il Governo spagnolo di Mariano Rajoy ha bocciato una soluzione politica dei rapporti tra Madrid e Barcellona raggiunta dal premier socialista Zapatero. Non vi è però nemmeno dubbio che l’attuale braccio di ferro è il frutto della crisi finanziaria, che ha devastato l’economia spagnola, e soprattutto del crescente indebitamento delle istituzioni catalane. Insomma, al centro vi sono i soldi che si traducono in questo caso in persistenti gravi problemi del mercato del lavoro e pesanti disavanzi pubblici aggravati dal fatto che Barcellona versa a Madrid più di quanto riceve. Questi problemi economici e finanziari non sarebbero comunque bastati a creare questa situazione di scontro se non ci fosse una pesante sfiducia nei confronti della classe politica madrilena, che si distingue soprattutto per i continui casi di corruzione e per un atteggiamento autoreferenziale. Insomma quanto sta succedendo in Catalogna è una continuazione esasperata di quanto si era già manifestato con l’emergere di Podemos e di Ciudadanos e con il calo dei consensi del Partito Popolare di Mariano Rajoy e soprattutto la crisi di consensi dei socialisti che con Gonzales e Zapatero hanno dominato un lungo periodo della storia postfranchista spagnola.

Questa crisi della rappresentanza è in parte un frutto delle grandi difficoltà economiche dell’ultimo decennio in cui la contrapposizioni tra le richieste della popolazione si è scontrata frontalmente con le politiche dei governi. I cittadini chiedevano sicurezza dei posti di lavoro, i governi invocavano flessibilità e deregolamentavano il mercato del lavoro. Ai cittadini venivano e vengono chiesti sacrifici, l’establishment invece salvava il sistema bancario (l’Unione europea ha prestato a Madrid più di 80 miliardi di euro a questo scopo) senza processare i responsabili del crack finanziario e spesso chiamando alla cassa i risparmiatori. Si potrebbe continuare a lungo, ma sta di fatto che le esigenze dei cittadini vengono tenute in considerazione solo durante le campagne elettorali per poi essere deluse all’indomani della chiusure delle urne. Insomma, da una parte c’è il popolo, dall’altra le élite al potere. Ciò non vale solo per la Spagna, ma per la maggioranza dei Paesi occidentali e vale ancor più per un’Unione europea che si sta comportando come Ponzio Pilato in questa crisi spagnola, dimenticandosi di aver riconosciuto il referendum sull’autonomia del Kosovo che aveva caratteristiche simili a quello catalano. Ma Bruxelles, non è un fatto nuovo, è il centro dove si concentrano gli interessi dei grandi gruppi finanziari ed economici e i cittadini europei sono considerati solo dei sudditi. In conclusione, indipendentemente dall’esito della richiesta di indipendenza della Catalogna, stiamo assistendo ad una nuova manifestazione della crisi della democrazia e della rappresentanza politica in questa era di globalizzazione.

Alfonso Tuor | 4 ott 2017 06:00

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