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“Non procediamo come sonnambuli verso la guerra”

E’ l’appello del segretario generale dell’ONU. In realtà è già in corso la “guerra a pezzi” evocata da Papa Francesco

“Il mondo è in pezzi, abbiamo invece bisogno di un mondo in pace”. Questa è il preoccupato grido d’allarme lanciato ieri da Antonio Gutteres. Il segretario generale delle Nazioni Uniti ha poi aggiunto che “non bisogna procedere come sonnambuli verso la guerra”. Insomma un chiaro invito ai leader mondiali che partecipano all’annuale Assemblea generale dell’ONU a destarsi e a reagire al lento e costante peggioramento delle relazioni internazionali. A questa impietosa analisi delle dinamiche in corso non ha certo risposto in modo rassicurante Donald Trump. Nel suo primo intervento all’Assemblea dell’ONU il presidente americano ha ribadito che la reazione degli Stati Uniti ad un’eventuale provocazione della Corea del Nord sarebbe devastante e ha ribadito il suo scetticismo sull’accordo con Teheran per bloccare il programma atomico iraniano (invocato da alcuni come modello da seguire per sbloccare la crisi coreana) e la sua contrarietà all’accordo di Parigi sul clima. Nulla di nuovo sotto il sole.

Appare dunque più interessante ritornano alle parole di Antonio Gutteres che riecheggiano quelle di Papa Francesco. Bergoglio aveva infatti descritto la situazione attuale “una guerra mondiale a pezzi”. Non vi è dubbio, come sostengono molti, che quanto sta succedendo assomiglia per certi versi ad una ripetizione degli avvenimenti che portarono allo scoppio della Prima Guerra mondiale. Molto simile è soprattutto è l’indifferenza oppure la rassegnazione dell’opinione pubblica all’approfondirsi delle tensioni internazionali. Come ricorda lo storico Emilio Gentile ne “L’apocalisse della modernità” negli anni che precedettero il 1914, la prospettiva di una guerra veniva costantemente evocata dai giornali dell’epoca e veniva spesso vista come un destino ineluttabile. Anche oggi siamo bombardati da continue piccole dichiarazioni di guerra. Infatti le sanzioni inflitte a un Paese o ad un altro sono un atto di guerra. Però pochi sono in grado di ricordarne il numero e soprattutto di distinguere quelle “legittime”, poiché decise dall’ONU, e quelle unilaterali. Insomma le tensioni geopolitiche stanno pericolosamente crescendo e non si intravvedono grandi sforzi di ricerca delle soluzioni.

Vi è un’ altra analogia con i primi anni del secolo scorso. Anche allora gli equilibri economici mondiali stavano mutando. La forza economica, politica e militare dell’Impero britannico (gli Stati Uniti del tempo) erano infatti minacciati dall’eccezionale boom economico della Germania dovuto all’essere stata la protagonista della seconda rivoluzione industriale. Oggi alcuni storici ritengono che il famoso attentato di Sarajevo sia stato solo il pretesto del conflitto, che portò al naufragio delle vecchie potenze europee e che in realtà Londra abbia operato per creare le condizioni di una guerra per fermare l’ascesa germanica. Se pensiamo alla situazione attuale e sostituiamo l’Impero britannico con gli Stati Uniti e la Germania guglielmina con la Cina, si è portati a concludere che stiamo assistendo alla ripetizione di una storia già vissuta.

Non vi è dubbio che oggi è la Cina a sfidare economicamente il primato americano e non vi è nemmeno dubbio che la crisi coreana porterà ad un riarmo di Giappone e Corea del Sud e quindi a un rafforzamento del sistema di alleanze degli Stati Uniti. Infatti se non vi saranno errori, una guerra appare impossibile, come abbiamo scritto in un precedente blog. Ma le tensioni non si stanno accumulando solo in Asia, ma anche altrove. Il conflitto in Siria è di fatto una guerra tra Iran e Russia, da una parte, e sauditi e Paesi arabi sostenuti da Stati Uniti ed Europa, dall’altro. Gli esempi potrebbero continuare.

Il rischio maggiore di guerra deriva comunque dalla politica americana che, abbagliata dal primato americano ottenuto grazie alla disintegrazione dell’impero sovietico, non ha avuto la lungimiranza di creare le basi di una Pax americana. Significativa in proposito è la politica nei confronti della Russia. Caduto il muro di Berlino, dissoltasi l’Unione Sovietica e sciolto il Patto di Varsavia, Washington ha continuato ad allargare la propria presenza (non solo economica e politica) verso Est, inglobando nella NATO i paesi europei ex comunisti. Quando ha tentato di fare altrettanto con la Georgia e poi con l’Ucraina vi è stata la reazione russa. Mosca ha infatti giudicato che questa avanzata dell’alleanza militare occidentale era minacciosa per la sopravvivenza di una Russia già vittima dell’invasione delle truppe napoleoniche e poi di quelle naziste. Inoltre questa politica indicava che la Russia era ancora ritenuta un nemico. L’annessione della Crimea e l’intervento in Ucraina possono (e a mio parere, devono) essere letti come atti difensivi di un Paese che si sentiva messo alle corde. E le relazioni degli Stati Uniti con la Russia sono andate di male in peggio. E la campagna del Russiagate ha dimostrato che i timori del Cremlino erano fondati e che negli Stati Uniti vi è un establishment non solo contrario al riavvicinamento con la Russia, ma intenzionato a ricreare un clima di guerra fredda. Ed è questo il rischio maggiore per la pace.

Antonio Gutteres ha ragione quando parla di “un mondo in pezzi”, ma oggi lo sbocco non è per fortuna una guerra generalizzata che, per fortuna, non è possibile poiché porterebbe alla distruzione dell’umanità, ma quella “guerra a pezzi” di cui ha parlato Papa Francesco e che è già in corso.

Alfonso Tuor | 20 set 2017 06:00

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