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La presidenza Trump, solo un disastro?

La nuova amministrazione repubblicana ha interrotto la corsa della globalizzazione che sembrava inarrestabile

Scrivere di Donald Trump è molto pericoloso. Infatti il rigetto del presidente americano da parte dell’opinione pubblica europea è nettamente maggioritario.

Non vi è dubbio che Trump non lascia indifferenti e che i suoi comportamenti, le sue discutibili esternazioni e le sue giravolte politiche giustificano e legittimano reazioni viscerali nei suoi confronti. Questi atteggiamenti confortano l’opinione che Trump non sia all’altezza di guidare la maggiore potenza del mondo e inducono a considerarlo un macchiettista piuttosto che uno statista. Non vi è pure alcun dubbio che la nuova amministrazione repubblicana si è distinta per lotte interne e grande confusione di indirizzi e che finora non ha al suo attivo alcun successo politico rilevante. Ma la presidenza Trump è stata finora totalmente fallimentare?

Distanziarsi dai giudizi negativi dei mass media che vanno per la maggiore è un compito rischioso che presenta il pericolo di fraintendimenti soprattutto se proposta da una persona, come il sottoscritto, che ha visto con favore l’entrata alla Casa Bianca del miliardario di New York. La mia preferenza per Trump si fondava – è bene ricordarlo – su due proposte che lo differenziavano in modo sostanziale da Hillary Clinton. Esse erano l’idea di rilanciare il dialogo con la Russia di VladimirPutin per diminuire i rischi di guerra e per cercare di trovare intese per risolvere almeno alcune delle maggiori crisi internazionali e il programma di nazionalismo economico e quindi il proposito di frenare la marcia della globalizzazione. Erano inoltre condivisibili il progetto di un grande piano di investimenti infrastrutturali, sostenuto anche dai democratici, e quello di una riforma del sistema fiscale statunitense basato sull’idea di introdurre un’innovativa imposta territoriale, che avrebbe favorito la creazione di posti di lavoro negli Stati Uniti, frenato le delocalizzazioni e con l’eliminazione delle deduzioni fiscali per il pagamento di interessi avrebbe ridotto la tendenza delle società americane ad essere sottocapitalizzate e avrebbe ridotto l’enorme quantità di corporate bond in circolazione. Non ho invece mai condiviso di erigere un muro lungo il confine con il Messico (che per alcune centinaia di chilometri già esiste ed è stato costruito da un presidente democratico) e l’abbandono del trattato di Parigi sul clima, che puo’ essere criticato solo perché è insufficiente a combattere i mutamenti climatici. Entriamo comunque nel merito.

L’inizio di nuove relazioni con la Russia di Putin è stato reso impossibile già all’indomani delle elezioni dello scorso novembre a causa delle interferenze russe nella campagna elettorale americana. Queste interferenze sono per il momento solo presunte, poiché non è stata finora alcuna prova definitiva. Il Russiagate ha costretto Donald Trump ad essere sempre piu’ intransigente nei confronti di Mosca per paura di essere accusato di essere una marionetta del Cremlino e per evitare di dare munizioni alla vere e propria caccia alle streghe lanciata da gran parte della stampa americana, alimentata da fughe di notizie da parte dei servizi segreti statunitensi e sostenuta non solo da parte del partito democratico, ma anche da numerosi esponenti di spicco repubblicani. Il risultato è che il dialogo con Putin non è mai cominciato, le relazioni con la Russia sono addirittura peggiorate e che non vi è stato alcun cambiamento della politica estera americana. In proposito, sarebbe utile interrogarsi a chi giova dipingere la Russia di Putin come il nemico degli Stati Uniti e a chi giova ricreare un clima di guerra fredda. A mio parere, non giova sicuramente alla pace.

Il successo di maggior rilievo di Donald Trump riguarda la seconda proposta strategica: il nazionalismo economico e lo stop ad una globalizzazione che fino ad alcuni mesi orsono sembrava inarrestabile. Appena insediatosi alla Casa Bianca, il nuovo presidente ha deciso di non sottoporre alla ratifica del Congresso il trattato commerciale (denominato TPP) concluso dall’amministrazione Obama con tredici Paesi dell’area del Pacifico e di interrompere i negoziati con l’Unione europea per concludere un trattato analogo, definito Ttip. L’obiettivo di questi trattati era chiaro: varare una “costituzione internazionale della globalizzazione” per istituzionalizzare e quindi consolidare i progressi conseguiti dai grandi poteri economici e finanziari negli ultimi decenni.

In pratica, con queste decisioni, che vengono troppo spesso dimenticate, Donald Trump ha posto la parola fine ad un trentennio di politiche neoliberiste avviate da Ronald Reagan e Margaret Thatcher all’inizio degli anni Ottanta. Infatti la creazione di un mercato mondiale con regole uniche per commerci, investimenti e flussi finanziari ne era lo sbocco naturale. Come ho spesso scritto, la globalizzazione non ha prodotto un mondo migliore, ma la devastazione delle società di molti Paesi di vecchia industrializzazione con l’esplosione delle diseguaglianze, la disoccupazione, la stagnazione e in molti casi la riduzione dei redditi dei lavoratori e la diffusione del lavoro precario. Donald Trump non ha solo interrotto la marcia della globalizzazione, ma anche cambiato i termini del dibattito politico. Anche in Europa (è il caso di Emmanuel Macron) si parla di protezione del mercato interno e di difesa dei gioielli di famiglia industriali dagli appetiti stranieri. E molto probabilmente è questa la scelta che ha scatenato i poteri forti contro Trump. Non è facile per i grandi gruppi industriali e finanziari accettare l’affossamento di un progetto per cui si è lavorato per anni e per di piu’ a pochi metri dal traguardo.

In conclusione, i comportamenti di Donald Trump sono irritanti. Sono inaccettabili alcune sue dichiarazioni che sembrano legittimare le posizioni razziste dei suprematisti bianchi. Appare probabile che questo presidente non riuscirà a combinare molto e soprattutto non riuscirà a varare grandi riforme. Comunque sta cambiando il quadro politico americano con alcuni esponenti democratici che cominciano a chiedere di smetterla con una opposizione aprioristica e che invocano una collaborazione con la Casa Bianca. Dunque, l’inizio di questa amministrazione è stato disastroso, ma un giudizio definitivo è ancora prematuro.

Alfonso Tuor | 13 set 2017 05:25

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