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La serie di sconfitte dei populisti

Alfonso Tuor commenta l'editoriale del direttore del CdT Fabio Pontiggia sulle sconfitte dei partiti anti-establishment

Il collega e amico Fabio Pontiggia ha scritto ieri un interessante editoriale sul Corriere del Ticino, in cui commenta le recenti sconfitte elettorali dei partiti definiti populisti. Pontiggia sostiene che lo schematismo “popolo contro élite ed establishment” è logoro e non ha la forza di convogliare grandissimi consensi su chi se ne fa portatore piuttosto ripetitivo. La lista delle recenti sconfitte comprende il flop dell’UKIP di Nigel Farage in Gran Bretagna, quello del Front National di Marine Le Pen in Francia e quello del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo in Italia. Secondo Fabio Pontiggia, le ragioni di queste sconfitte elettorali sono l’incapacità delle forze populiste di stringere alleanze e la scarsa capacità governativa dimostrata dai partiti anti-establishment.

A queste due spiegazioni di Pontiggia mi permetto di aggiungerne un’altra: gli effetti negativi dei primi mesi dell’amministrazione americana di Donald Trump, che ha sicuramente spinto molti a preferire l’usato sicuro dei partiti tradizionali ad avventure dagli esiti imprevedibili. Fabio Pontiggia conclude che l’alternativa populista ai partiti tradizionali non sembra dunque percorribile come esperienza di governo: la maggioranza dei cittadini non la vuole, non è pronta a dare fiducia a queste forze, a mettere le chiavi del potere nelle loro mani (lo conferma la Spagna, dove il populismo con Podemos, è esclusivamente di sinistra. La via da seguire, sempre l’amico Fabio, è quella francese percorsa da Emmanuel Macron con chiarezza di propositi e con coraggio. Non escludo che Fabio Pontiggia abbia ragione e che la stagione dei cosiddetti movimenti populisti abbia raggiunto l’apice. Gli avvenimenti dei prossimi mesi e dei prossimi anni ci forniranno la risposta.

Credo però che al di là del successo di questo o quel partito questa stagione politica abbia messo una profonda insoddisfazione di gran parte della popolazione di molti Paesi occidentali nei confronti della realtà economica e in via subordinata nei confronti della rappresentanza politica. In altre parole, la rivolta elettorale che ha preso mille canali (di destra, di sinistra o difficilmente classificabili, come il movimento di Grillo) si è alimentata a causa della crisi economica e dei cambiamenti strutturali che stanno avvenendo nel mercato del lavoro. La grande maggioranza delle persone che hanno riposto le loro speranze in questi partiti hanno voluto lanciare un grido di dolore e di rabbia per la loro realtà sociale ed economica. Si può dire che è stata la voce dei dimenticati dai partiti tradizionali, che sia nella versione di centro-destra sia in quella di centro-sinistra avevano abbracciato e sostenuto il processo di globalizzazione, la deregolamentazione dei mercati del lavoro e via dicendo. Di transenna, mi sembra opportuno sottolineare che tutti coloro che non condividevano e non condividono questi principi vengono definiti populisti, in base al principio del pensiero unico dominante che non vi è alternativa al liberismo imperante e nemmeno possibilità di correzione di queste politiche.

A mio parere, la realtà del mercato del lavoro non è sostanzialmente migliorata né in Francia, né in Italia, né in Gran Bretagna. Restano molto folte le legioni di persone costrette a lavori precari o a tempo parziale, lasciando milioni di persone senza un futuro certo. Pure i redditi dei lavoratori non crescono come dovrebbero e spesso stagnano. D’altra parte, vediamo un aumento degli utili delle società, la corsa delle borse e l’impennata dei redditi di una ristretta cerchia di persone. La società sta diventando sempre meno giusta e coloro che sono in basso lo capiscono meglio degli altri e hanno cercato (forse sbagliando) un modo per far sentire la propria voce. Quindi, la sconfitta dei populisti non è il frutto della soluzione dei motivi che ne hanno favorito il successo. Quindi, queste voci sono destinate a farsi sentire di nuovo. La loro delusione anche nei confronti dei presunti partiti anti-establishment ha portato ultimamente molti ad astenersi dal votare, ma la loro voce è destinata a rifarsi sentire di nuovo nelle urne o nelle piazze.

Credo che non sia giustificato alcun trionfalismo. Questo avrà ragione di essere quando si offrirà una prospettiva alla massa di esclusi dai benefici dell’attuale sistema economico, ossia a quelli che Papa Francesco chiama “gli scarti” delle nostre società. E l’aspirazione ad una società piu’ giusta passa inevitabilmente attraverso la correzione degli attuali modelli economici liberisti. La questione della rappresentanza politica è un corollario (senza dubbio di massima importanza) di questa realtà economica. E infatti oggi, superata l’emergenza posta dai partiti populisti, sta al sistema economico e ai partiti tradizionali affrontare e offrire soluzioni ai milioni di persone che soffrono. E a tale fine, caro Fabio, le politiche economiche liberiste, che hanno contribuito a creare i guai attuali, non sono affatto utili.

P.S.: Colgo l’occasione per fare gli auguri di buona estate a tutti i lettori di questo blog, che desidero sentitamente ringraziare. Un po’ di vacanze ed appuntamento a settembre.

Alfonso Tuor | 14 giu 2017 05:18

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