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Qatar, la fine di un Emirato

Doha è destinata a capitolare e probabilmente a vedersi sottrarre buona parte delle sue enormi ricchezze

Non è un fulmine a ciel sereno, ma una crisi che maturava da tempo quella che ha spinto sei Paesi a mettere al bando il Qatar. Il colpo di grazia lo ha dato sicuramente Donald Trump che nella recente visita a Riad ha dato sicuramente il via libera all’iniziativa voluta in primis da Arabia Saudita ed Egitto. Ora si tratterà di capire come evolverà la crisi. Lo scenario più probabile è che l’Emirato dovrà chinare la testa, dimenticare i sogni di poter usare i miliardi del suo gas per condurre una politica relativamente autonoma e accettare di diventare un protettorato dell’Arabia Saudita.

Il piccolo ma ricchissimo Emirato ha da tempo cercato di crearsi uno spazio politico autonomo rispetto al potente vicino saudita. La sua colpa maggiore è comunque quella di aver avuto amici sbagliati e di aver di fatto messo in discussione il primato di Riad. Allora come oggi le ragioni principali sono il sostegno qatariota ai Fratelli musulmani e l’uso spregiudicato della catena televisiva Al Jazeera, molto seguita nei Paesi arabi. L’Emirato finanzia infatti i Fratelli musulmani e ospita il loro capo religioso. I Fratelli musulmani, che sono un’organizzazione che ha una lunga storia, sono considerati sia dai sauditi sia dagli altri Emirati del Golfo una minaccia per la stabilità delle loro monarchie. Il momento di maggiore tensione tra Qatar e gli altri Paesi del Golfo è stata comunque la crisi egiziana. Infatti il Qatar, con la Turchia di Erdogan, è stato il Paese che ha sostenuto il Governo dei Fratelli musulmani del Presidente Morsi e che ha usato la sua catena televisiva per criticare il colpo di stato del generale Al Sisi ancora oggi alle prese con una vera e propria rivolta nella penisola del Sinai e con continui attacchi terroristici in tutto il Paese. Vi sono altri amici del Qatar che non piacciono agli altri Paesi del Golfo. Hamas nella striscia di Gaza e le milizie libiche che si battono in Cirenaica contro il generale Haftar, che è invece sostenuto da Egitto ed Emirati arabi uniti. Le tensioni con gli altri Paesi del Golfo durano da tempo e già alcuni anni orsono si era verificata un’altra crisi (meno grave dell’attuale) che aveva spinto il vecchio emiro ad abdicare a favore del figlio Tamim bin Hamad Al-Thani.

Indubbiamente la svolta è stata la visita di Trump, durante la quale il Presidente americano ha dato il proprio totale appoggio ad Arabia Saudita ed Egitto allo scopo di costruire quella Santa Alleanza sunnita contro l’Iran e il terrorismo. Lo scomodo Emirato è diventato dunque l’ideale vittima sacrificale. All’Arabia Saudita la sua messa al bando serve per addebitare al Qatar la responsabilità dei finanziamenti alle organizzazioni terroristiche e allo Stato islamico che anch’essa ha sempre sostenuto. Serve per far dimenticare pure il sostegno all’Islam integralista wahabita e alla sua diffusione nel mondo. Insomma, un bel capro espiatorio per rifarsi la verginità e per affermare il proprio primato nella penisola araba. Il maggiore vincitore è tuttavia il generale egiziano Al Sisi che elimina la principale fonte di finanziamenti alla sua opposizione.

Ci si deve domandare se sono solo queste le ragioni di questa mossa. Vi sono numerosi motivi per dubitarne. Il Qatar è molto ricco, ha importanti partecipazioni azionarie in molte società occidentali, tra cui anche il Credit Suisse, è il principale esportatore di gas liquido. Queste risorse fanno gola a Riad alle prese con un deficit di bilancio a causa del crollo del prezzo del petrolio. Ma questo lo si capirà solo seguendo l’evoluzione di questa grave crisi. Sta di fatto che per il momento il prezzo del petrolio non ha subito scossoni e che quindi si prevede che la crisi verrà risolta probabilmente grazie alla mediazione dell’Emiro del Kuwait che ha offerto i suoi buoni uffici. Infatti un conflitto militare appare improbabile. Innanzitutto, lo hanno fatto capire chiaramente gli Stati Uniti che hanno una base militare strategica in Qatar. Un conflitto non lo vuole nemmeno la Turchia che è legata al Qatar da un trattato di cooperazione militare. E un conflitto non lo vuole nemmeno l’Iran, che non è un alleato del Qatar sunnita, ma che intrattiene importanti relazioni commerciali con l’Emirato.

Per il Qatar le vie di uscita da questa crisi sono estremamente ridotte e rispondono al nome di capitolazione. Si tratterà di capire quali saranno i termini di questa resa. Appare certo che verrà chiesta l’espulsione di tutti i membri della Fratellanza musulmana e la cessazione di ogni forma di finanziamento. Verrà pure chiesta la chiusura di Al Jazeera o la normalizzazione delle sue informazioni. Ma questi passi molto probabilmente non basteranno. Il Qatar diventerà molto probabilmente un protettorato saudita. Cio’ potrebbe anche voler dire che l’Arabia Saudita potrebbe beneficiare anche di parte delle sue risorse energetiche e dei suoi mezzi finanziari. Insomma, la fine dei sogni di autonomia del Qatar e probabilmente anche la fine del Regno della famiglia Al-Thani.

Alfonso Tuor | 7 giu 2017 05:21

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