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Il progetto di una nuova Via della Seta

L’iniziativa di Pechino si fonda su un modo diverso da quello occidentale di concepire lo sviluppo economico

Più di mille anni fa, ai tempi della dinastia Tang, la vecchia Via della Seta è stata il simbolo dello splendore economico e culturale dell’Impero cinese. Gli storici dell’economia stimano che allora il PIL della Cina costituisse più della metà dell’economia mondiale. Non sorprende quindi che Pechino sull’onda del boom degli ultimi decenni abbia lanciato questo progetto, chiamandolo l’iniziativa per “Una strada, una cintura” e organizzando la scorsa fine settimana a Pechino un vertice, cui hanno partecipato trenta Capi di Stato e di Governo, i rappresentanti di un centinaio di Paese e i responsabili del Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Nazioni Unite. All’avvenimento non è stato dato grande risalto dai media occidentali, anche se il progetto è grandioso (si parla di investimenti dell’ordine di oltre 900 miliardi di dollari) e ha il coraggio di proporre una visione del futuro in un periodo storico, in cui la leadership dei Paesi occidentali sembra impauriti, ripiegata su se stessa e incapace di formulare nuove idee e nuove visioni. Non deve sorprende questo atteggiamento, poiché le principali capitali occidentali guardano con scetticismo e con sospetto a questo progetto, voluto e sostenuto da Xi Jinping, nonostante lo stesso Presidente cinese continui a ripetere che non vi è alcun fine geopolitico, ma solo la volontà di stabilire un modello di cooperazione win-win. Può essere utile capire non solo di cosa si tratta, ma analizzare anche la fondatezza delle perplessità occidentali.

Pechino mira a costruire le infrastrutture (ferroviarie, stradali e portuali) per collegare sia per via terrestre sia per via marittima la Cina con il resto del continente euroasiatico e con l’Africa, dove la presenza della Cina è sempre più rilevante. Già oggi Pechino vi sono le prime realizzazioni. Ad esempio, ogni settimana partono da Chongqing (nell’entroterra cinese) cinque treni che giungono fino in Germania. Già oggi è stata realizzata una linea ferroviaria che da Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, giunge al mare. Altri numerosi progetti sono in fase di realizzazione.

Le critiche occidentali riguardano sia l’aspetto economico sia quello politico. Non vi è dubbio, nonostante le dichiarazioni di Pechino, che questo immane sforzo ha anche obbiettivi commerciali e geopolitici. Dal punto di vista commerciale, è un modo di collegare e quindi legare molti Paesi emergenti all’economia cinese. Dunque si intende creare un’area economica e commerciale sempre più indipendente dall’Occidente, ancor più oggi che le sirene del protezionismo rischiano di lasciare la Cina isolata. E’ pure evidente che i legami economici e commerciali si traducono nella maggior parte dei casi in influenza politica. Quindi l’obiettivo è anche geopolitico. E’ però difficile ipotizzare che questa strategia sia offensiva, come dimostrano gli sforzi cinesi di coinvolgere i Paesi occidentali in questo progetto e nella Banca per gli investimenti infrastrutturali che dovrebbe finanziarli. Si potrebbe dire che la Cina sta cercando di proteggersi le spalle temendo una possibile minaccia americana. In quest’ottica si possono leggere le ottime relazioni con la Russia (Vladimir Putin era l’ospite d’onore al vertice di domenica scorsa) e con i Paesi dell’Asia centrale. Non è infatti interesse della Cina proporsi come avversaria degli Stati Uniti, poiché Pechino sa di essere più debole e poiché solo grazie alla pace il Paese potrà continuare a svilupparsi e a risolvere i suoi enormi problemi politici, economici e sociali. L’obiettivo è dunque rompere l’isolamento e costruire alleanze senza innescare un pericoloso e distruttivo confronto con gli Stati Uniti, che sarebbe dannoso soprattutto per la Cina.

Dal profilo economico, in molti ambienti occidentali si sostiene che Pechino si è lanciata in questa grande avventura per riciclare l’eccesso di risparmio interno e per assorbire parte delle sue sovracapacità produttive. Inoltre – si aggiunge - molte di queste realizzazioni non saranno economicamente redditizie e quindi faranno dilatare gli enormi buchi nascosti nel sistema bancario cinese. Insomma, si tratta di un progetto non basato su logiche economiche e di mercato. E’ invece una visione concepita da burocrati cresciuti alla scuola della pianificazione statale di stampo comunista. Questa critica è infondata e si fonda su pregiudizi. L’idea è infatti che, come è accaduto in Cina, gli investimenti infrastrutturali creano le condizioni per lo sviluppo economico. Quindi, l’analisi dei costi non può essere fatta solo sui costi e sugli introiti di una linea ferroviaria, ma sullo stimolo che essa crea per lo sviluppo economico. E in questo caso, siamo anni luce dal modo di pensare attuale dell’Occidente che infatti investe poco persino nella manutenzione di infrastrutture che stanno inesorabilmente deperendo. Quindi si privilegia una visione di lungo termine rispetto a quella a breve che prevale in Occidente. E infatti il progetto cinese si fonda sulla convinzione che si deve investire nell’economia fisica. Gli investimenti finanziari sono invece non solo rischiosi, ma hanno anche un ritorno insignificante per l’economia reale.

La sufficienza occidentale di fronte al progetto di una nuova Via della Seta affonda le sue ragioni in questa visione diversa nel concepire lo sviluppo dell’economia. Anche per questo motivo dispiace che a questa visione non sia stato dato il rilievo che merita, anche perché avrebbe avviato un dibattito sulla bontà della gestione attuale dell’economia da parte dell’Occidente. Anche perché la sufficienza occidentale rischia di venire smentita dal successo di questa iniziativa.

Alfonso Tuor | 17 mag 2017 05:20

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