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Nessun assegno in bianco per Macron

In Francia battuta d'arresto per il populismo. Prossimo appuntamento: le elezioni italiane con il movimento di Beppe Grillo

Pesantissima sconfitta di Marine Le Pen, ma nessun assegno in bianco per Emmanuel Macron. La candidata del Front National ha infatti ottenuto meno voti di quanto prevedessero i sondaggi e nettamente inferiori alle stesse aspettative del suo partito che avevano posto l’asticella tra vittoria e sconfitta al 40%. Il successo del candidato di “En Marche” è più il frutto del rigetto della Le Pen che l’adesione al suo programma e la convinzione della bontà della sua personalità. A conferma di ciò non vi sono solo i 4,28 milioni di schede bianche o nulle, pari al 12% dei votanti, o il forte incremento delle astensioni, ma anche i dati della società Ipsos, riportati dal Financial Times di ieri. Secondo i sondaggisti di Ipsos, il 43% di coloro che hanno votato Emmanuel Macron al ballottaggio lo hanno fatto per sbarrare la strada verso l’Eliseo a Marine Le Pen e solo il 16% di coloro che hanno votato Macron abbracciano il suo programma di rinnovamento politico della Francia e dell’Europa. Insomma, il candidato creato in laboratorio da mani sapienti riconducibili, da un canto, a François Hollande, e, dall’altro, all’establishment finanziario ed economico francese ed europeo, ha vinto per default ovvero grazie ad un avversario considerato dai più impresentabile.

Indubbiamente il voto francese rappresenta una battuta d’arresto dell’ondata populista, che aveva condotto al successo della Brexit e alla vittoria di Donald Trump, ma le dichiarazioni di giubilo di leader politici, mass media e mercati finanziari appaiono frettolose. I motivi sono semplici e chiari. In primo luogo, la Francia, come altre società industriali si è dimostrata spaccata in due. I risultati del primo turno hanno messo in evidenza che il 48% dei francesi ha votati per candidati che si oppongono alla globalizzazione e che sono fortemente critici nei confronti dell’Unione europea. Lo stesso Emmanuel Macron ha riconosciuto domenica scorsa che il Paese è diviso che una delle sue priorità è quella di curare le lacerazioni sociali che alimentano la rabbia di molti francesi. Quindi – ed è il secondo punto – molto dipenderà dalla capacità del nuovo Presidente non solo di rilanciare l’economia, ma anche di far sì che della crescita beneficino anche coloro che hanno patito le conseguenze delle politiche economiche degli ultimi anni. Il compito si presenta molto arduo.

Il primo ostacolo è rappresentato dalle elezioni legislative di giugno e dalla composizione del nuovo Parlamento. Non è scontato che Macron possa contare su una maggioranza presidenziale. Il secondo grande ostacolo è che il nuovo inquilino dell’Eliseo si propone di continuare sulla strada tracciata da François Hollande, che è quella di rendere più competitiva la Francia attraverso riforme del mercato del lavoro e risanamento dei conti pubblici. La realizzazione di questi propositi non sarà affatto facile tenuto conto dell’opposizione sindacale che si è già fatta sentire nelle strade di Parigi lunedì scorso. Lo scoglio non è comunque la resistenza di una parte della sinistra, ma il dato di fatto è che nell’attuale contesto francese fatto di bassa crescita e di alta disoccupazione queste “riforme” acuiscono le sofferenze dei ceti deboli e spaccano ancor di più il Paese. Quindi il disincanto e la debolezza dei consensi di Macron potrebbero presto sfociare in grandi tensioni sociali. Il secondo grande progetto di Macron è la riforma dell’Europa, ma ancora prima di incontrare Angela Merkel il Governo tedesco ha detto “Nein” a qualsiasi idea di cambiare le regole di bilancio su cui si fonda Eurolandia e persino l’opposizione socialdemocratica tedesca ha respinto l’ipotesi di varare degli Eurobond, temendo che essi diventerebbero lo strumento attraverso il quale i tedeschi sarebbero chiamati a sussidiare i Paesi meno virtuosi. Quindi, per l’establishment è più facile costruire un candidato in laboratorio e fargli vincere le elezioni che riformare la Francia e l’Unione europea soprattutto se, come è il caso di Macron, è l’alfiere delle politiche che non ci stanno facendo veramente uscire dalla crisi. E’ quindi prevedibile il fallimento del rinnovamento promesso da Macron e la conseguente delusione dei francesi è improbabile che attenda le prossime elezioni, che si terranno tra cinque anni. E’ molto più probabile che si manifesti nelle piazze.

La rivolta antisistema ha subito dunque una battuta d’arresto, ma è destinata a manifestarsi nuovamente ben presto. E’ infatti sempre più diffusa la consapevolezza che la globalizzazione e le attuali politiche europee non producano crescita, ma solo una polarizzazione della società che non è sostenibile né economicamente né politicamente. Ed è questa consapevolezza ad alimentare i movimenti, che con grande disprezzo l’establishment definisce populisti. La realtà è che dalla grande crisi finanziaria dell’autunno del 2008 il sistema si è incartato e che le élite politiche, economiche e finanziarie non hanno alcun interesse a cambiare linea e quindi cercano di demonizzare chi si oppone a queste politiche. Il giochetto è funzionato in Francia soprattutto perché la rivolta elettorale si è dispersa in diversi rivoli, ma non è detto che questo giochetto continui a funzionare. E il prossimo appuntamento sono le elezioni italiane che vedranno sicuramente protagonista il Movimento di Beppe Grillo.

 

Alfonso Tuor | 10 mag 2017 05:20

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