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Tutti i mezzi per far fuori Trump

Si usa il Russiagate per condizionarne la politica economica e tenerlo continuamente sotto scacco

Prosegue e si intensifica il tentativo di condizionare l’amministrazione Trump attraverso la minaccia dell’impeachment a causa del cosiddetto Russiagate, proprio nell’imminenza delle scelte economiche che segneranno una svolta nella conduzione dell’economia occidentale. Un primo assaggio lo si è avuto nel corso del G20 che ha riunione in terra tedesca ministri delle finanze e banchieri centrali. La solita frase che i maggiori Paesi del mondo si impegnano a lottare contro ogni forma di protezionismo non c’era nel comunicato finale. E il presidente della riunione, il tedesco Wolfgang Schaueble ha dovuto ammettere che “ci siamo accordati su formulazioni che non ci portano sostanzialmente avanti, poiché alcuni Paesi devono ancora sviluppare un senso di come funziona la collaborazione internazionale.”

E la vera posta in gioco è proprio sul futuro del sistema liberista impostosi negli ultimi decenni e fondato su apertura dei mercati, deregolamentazioni e privatizzazioni. La battaglia è infatti senza esclusione di colpi, poiché in ballo sono interessi miliardari e il futuro del nostro mondo. A questo scopo viene usato il Russiagate, che serve ad alimentare la narrativa dei media di un Presidente che è entrato alla Casa Bianca in modo illegittimo, poiché non solo non ha ottenuto la maggioranza dei voti, ma poiché il suo successo è dovuto all’aiuto degli uomini di Vladimir Putin. Questa narrativa viene ripetuta in modo incessante anche se la deposizione davanti al Congresso del capo dell’FBI, James Comey, e del direttore della NSA, Michael Rogers, ha messo in luce alcuni fatti. In primo luogo è in corso un’inchiesta per accertare se vi è stata collusione tra persone dello staff elettorale di Trump ed agenti russi; in secondo luogo l’inchiesta in corso dallo scorso luglio ha appurato che non vi è stata alcuna collusione tra Donald Trump e la Russia; in terzo luogo l’attività dei servizi segreti russi non ha alterato il risultato elettorale. Dunque non vi è nulla di concreto, ma si continua ad indagare. L’obiettivo è chiaro: tenere sotto scacco Donald Trump e avvertirlo che se le sue scelte politiche non corrisponderanno ai desideri della maggioranza dell’establishment americano si potrebbe seguire la via dell’impeachment. Già si sta facendo di tutto per preparare questo passo, ma molto probabilmente la destituzione di Trump è un passo troppo pericoloso di fronte all’assenza di prove schiaccianti che (se ci fossero) sarebbero già di dominio pubblico. Sembra sempre piu’ verosimile che il vero obiettivo sia quello di arrivare ad un patteggiamento proprio sulla politica economica, anche perché lo scontro è anche all’interno dell’amministrazione tra il consigliere politico Steve Bannon, dipinto dai media come un pericoloso razzista, e il Capo del Consiglio economico, il Goldman Sachs Gary Cohn. Dunque la battaglia sulla politica economica di Donald Trump si gioca al Congresso, nel Partito repubblicano, sui media e anche all’interno della stessa amministrazione. In questo scontro a tutto campo l’ombra del Russiagate serve per spostare gli equilibri a favore di un campo oppure di un altro.

Ma vi sono novità che inducono a ritenere che Donald Trump non sia affatto disposto a piegarsi di fronte a queste pressioni. Come abbiamo già scritto in questo blog, la riforma di maggior rilievo è la riforma fiscale che mira a letteralmente rivoluzionare la tassazione delle persone giuridiche. Essa verrebbe calcolata su cash flow, ossia sulla differenza tra ricavi e costi di una società. Verrebbe eliminata la possibilità di dedurre gli interessi passivi, mentre gli investimenti (considerati costi) potrebbero essere dedotti interamente nell’anno in cui sono stati effettuati. Questa riforma incentiverebbe fortemente gli investimenti (che oggi languono), ridurrebbe drasticamente l’incentivo di società con grandi liquidità di indebitarsi per fare riacquistare le azioni proprie e per avere un’ottimizzazione fiscale. Quindi l’accertamento diventerebbe molto facile e le scappatoie fiscali verrebbero notevolmente ridotte. All’interno di questa riforma vi sarebbe la “border tax” (ossia la tassa territoriale), in base alla quale non possono essere dedotti come costi le componenti importate dall’estero. Quindi importare diverrebbe fiscalmente molto oneroso ed esportare fiscalmente vantaggioso. Infatti a favore di questa riforma sono la Boeing e la General Electric e contrari la grande distribuzione come Wal Mart.

Questa è la prima battaglia, la seconda è sul piano di investimenti infrastrutturali da 1'000 miliardi di dollari e la terza, sicuramente la piu’ importante, è stata rilanciata recentemente da alcuni esponenti dell’amministrazione e ha provocato la fine della corsa al rialzo di Wall Street. Essa si chiama Glass – Steagall Act, ossia ripristinare la legge bancaria del 1933 voluta da Roosvelt ed abolita nel 1999 da Bill Clinton. Questa riforma del sistema finanziaria è nel programma del Partito repubblicano e di Donald Trump, ma sembrava una delle grandi promesse che i politici molto facilmente dimenticano. Ora si tratta di capire se il proposito di resuscitarla fa parte del gioco in corso a Washington oppure se questa riforma è tornata ad essere un obiettivo strategico della nuova amministrazione. E’ ancora troppo presto per esserne certi. Sta di fatto che questo terzetto di riforme cambierebbe il volto dell’economia americana chiudendo la fase liberista degli ultimi decenni e riportando l’economia alla politica economica di Lincoln e di Roosvelt, il cui abbandono negli anni Trenta ha provocato la Grande Depressione e all’inizio di questo secolo la crisi finanziaria del 2008.

E paradossalmente queste tre grandi riforme avvicinerebbe gli Stati Uniti alla Cina e quindi tutti quelli che pensano a uno scontro economico tra Pechino e Washington sarebbero clamorosamente smentiti. Infatti queste tre riforme ricalcano la politica economica cinese. Se questa ipotesi si rivelerà fondata lo si saprà ben presto. Per capirlo basterà vedere se gli Stati Uniti parteciperanno ufficialmente al grande “Belt and Road Forum” (Una via, una cintura) che si terrà a Pechino il prossimo 14 maggio. L’incontro tra Xi Jinping e Trump, che dovrebbe tenersi in aprile in Florida, potrebbe spianare la strada a questa clamorosa svolta. Basti ricordare quanto fatto dall’uomo del regime Barack Obama per impedire alla Cina di creare una banca internazionale di aiuto agli 9investimenti infrastrutturali. Questa svolta sarebbe la sconfessione maggiore dei detrattori di Donald Trump.

Alfonso Tuor | 22 mar 2017 05:20

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