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Le nuove tecnologie uccideranno il lavoro?

E’ infondata la paura che robot, stampanti 3D e Intelligenza Artificiale spazzeranno via la metà dei posti di lavoro

Giornali, radio e televisioni, dopo aver alimentato previsioni apocalittiche sulle scelte dell’amministrazione Trump, sembrano ora concentrarsi a creare un nuovo terrore: la paura della nuova ondata di innovazioni tecnologiche che, secondo alcuni, dovrebbe distruggere la metà degli attuali posti di lavoro. In buona sostanza, viene sostenuto che l’intelligenza artificiale, la robotizzazione, le stampanti 3D (a tre dimensioni), l’Internet delle cose, ecc. saranno una calamità per l’occupazione. Ma queste fosche previsioni sono fondate?

Non vi è alcuna ragione di fasciarsi la testa, poiché non sono affatto chiari né i tempi della diffusione di queste nuove tecnologie né gli effetti sull’occupazione. Infatti la sostituzione del lavoro umano da parte dei computer è in corso da almeno venti anni e la sostituzione del lavoro umano da parte delle macchine da due secoli e tutte le predizione di un mondo senza lavoro si sono rivelate infondate. Ma c’è di più. Nell’ultimo decennio sia negli Stati Uniti sia in Europa la crescita della produttività è fortemente rallentata. Eppure questa nuova ondata di innovazioni tecnologiche dovrebbe riflettersi in un aumento della produttività totale dell’economia, ma ciò non sta avvenendo: i dati non segnalano alcuna impennata di effetti nefasti della diffusione delle nuove tecnologie. Anzi, indicano che il passaggio ai robot e all’Intelligenza Artificiale sta avvenendo ad una velocità lentissima. Molti sostengono che ciò non sarà più valido nei prossimi anni, poiché queste nuove tecnologie hanno raggiunto un livello di sofisticazione tale che la loro diffusione nel tessuto produttivo subirà una forte accelerazione. Forse avranno ragione, ma c’è più di un motivo di dubitarne. Quindi – prima conclusione – i tempi dell’avvento di queste nuove tecnologie non sono per niente certi e non si può escludere che siano lentissimi.

Ancora più discutibili sono le previsioni “terroristiche” sull’occupazione. Si prospetta infatti che scompariranno alcuni profili professionali come il consulente finanziario, l’analista dei crediti, l’agente assicurativo e (più in là) anche la badante che verrà sostituita da un robot capace di prendersi cura di un anziano, ma non si tiene in considerazione che sicuramente verranno create nuove professioni sia per assistere queste nuove macchine sia per occupare il maggior tempo libero di molti lavoratori. Queste nuove professioni, che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare, potrebbero compensare (almeno in parte) i profili professionali che verranno spazzati via dalle macchine intelligenti che si profilano all’orizzonte.

Si tratta di un fenomeno conosciuto la diffusione dei computer e di Internet ha prodotto la scomparsa o il forte ridimensionamento delle agenzie di viaggio, dei venditori di enciclopedie, dei vecchi tipografi, ecc., ma abbiamo visto apparire e crescere di numero nuove figure professionali come gli informatici assunti da ogni azienda per gestire il loro sistema informatico. La rivoluzione del computer e del web ha pure visto il cambiamento radicale dei tradizionali uffici, che sono passati da luoghi dove si conservavano montagne di carta a luoghi pieni di schermi piatti che permettono di far capo a sistemi di dati. Dal profilo economico e quindi anche per le conseguenze sul mercato del lavoro, questo passaggio ebbe un effetto limitato e temporaneo. Infatti, nonostante tutta l’euforia e le previsioni apocalittiche che circolavano anche allora, l’aumento della produttività totale fu breve e si manifestò il 1994 e il 2004. In seguito, quando questa transizione si concluse, la produttività di appiattì e poi fino ai giorni nostri continuò a rallentare.

Queste considerazioni fanno ritenere che non è ancora nemmeno cominciata una diffusione significativa di queste innovazioni nel tessuto produttivo, poiché i dati sulla crescita della produttività continuano a segnalare una sua diminuzione. A sostegno di questa tesi basti ricordare che gli Stati Uniti e l’Europa non hanno mai avuto una crescita della produttività così bassa. Ad esempio negli Stati Unti nei cinque anni terminati nel secondo trimestre del 2015 la produttività del lavoro è aumentata solo dello 0,5% l’anno, mentre nell’era delle dot.com, ossia tra il 1994 e il 2004, era cresciuta del 2,3% l’anno. Quindi – prima considerazione – è ancora troppo presto per fasciarsi la testa.

In secondo luogo, le rivoluzioni tecnologiche sono positive: migliorano la produttività (ossia riducono il tempo necessario per produrre un bene o fornire un servizio), quindi, incrementano il benessere, a condizione però che (soprattutto nei periodi di transizione) vengano gestiti i grandi sconvolgimenti sociali ed economici che provocano. Infatti, un aumento della produttività può essere utilizzato per ridurre i prezzi, per aumentare i salari, per ridurre l’orario di lavoro, per aumentare gli utili delle società e che una giusta combinazione di questi possibili usi dell’incremento di produttività è indispensabile per evitare che un salto tecnologico provochi effetti negativi sulla crescita e conseguenze sociali dirompenti. In proposito, Bill Gates, il patron di Microsoft, ha avanzato l’idea di tassare i robot che sostituiranno il lavoro umano. Questa proposta, che è stata fatta propria dal candidato socialista alle presidenziali francesi, Benoit Hamon, ha il merito di avere lanciato la discussione sulla prossima rivoluzione tecnologica, ma non è sufficiente a gestire le conseguenze economiche e sociali di innovazioni che – stando alle previsioni – cambieranno il nostro modo di vivere e di lavorare. Infatti, la tassazione dei robot servirebbe unicamente a mantenere invariate le entrate fiscali degli Stati, ma non basterebbe ad evitare un aumento dei loro disavanzi, poiché un’eventuale impennata della disoccupazione aumenterebbe le loro spese sociali. Se le previsioni pessimistiche, si riveleranno fondate, occorrerebbe ben altro. La prima misura necessaria sarebbe l’introduzione di un reddito minimo garantito per tutti. In Svizzera, come noto, una proposta del genere (posta in votazione quando i tempi non erano ancora maturi) è stata bocciata dal popolo. Ma negli Stati Uniti e in altri Paesi occidentali questa idea viene vista da alcuni come una soluzione ad un’eventuale massiccia distruzione di posti di lavoro da parte della nuova ondata tecnologica. Tuttavia anche questa proposta non basterebbe, poiché occorrerebbe ancora evitare che questa rivoluzione abbia effetti negativi sulla crescita economica e bisognerebbe evitare che faccia esplodere ulteriormente le diseguaglianze, creando un’enorme plebe che si confronta con un’oligarchia ancora più ristretta e più ricca. Occorrerebbe dunque agire su altre leve. La prima sarebbe la riduzione dell’orario di lavoro, la seconda la distribuzione dei redditi e la terza la formazione. Quest’ultima non sarebbe comunque sufficiente se le innovazioni provocassero una penuria di posti di lavoro e se una mancata gestione della distribuzione dei redditi bloccasse la crescita. Ma la redistribuzione dei redditi e la riduzione dell’orario di lavoro in un’economia globale sono impossibili, poiché i loro costi renderebbero meno competitive le aziende del Paese che seguisse queste politiche. Infatti Stato sociale e distribuzione dei redditi sono incompatibili con la globalizzazione, che comporta per sua natura una corsa verso il basso dei salari e dei costi per le prestazioni sociali. In conclusione, è giusto discutere sulle misure necessarie per gestire la prossima rivoluzione tecnologica, anche se è ancora prematuro accreditare la previsione che le nuove macchine intelligenti provocheranno un’enorme distruzione di posti di lavoro.

Alfonso Tuor | 1 mar 2017 05:40

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