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All’ordine del giorno, l’uscita dell’Italia dall’euro

La stagnazione economica e la tendenza all’aumento dei tassi di interesse sono destinati a far esplodere la crisi del debito pubblico italiano

L’attenzione dei media continua a concentrarsi sulle mosse di Donald Trump e in questo modo si trascura che si stanno creando le condizioni per una nuova crisi dell’euro che potrebbe portare anche alla fine della moneta unica europea, così come la conosciamo. I segnali in questa direzione sono inequivocabili e la miccia è una, ossia l’Italia. Ma procediamo con ordine.

L’anello debole della catena è indubbiamente l’Italia. E l’uscita dell’Italia dall’euro è all’ordine del giorno. Anzi, è molto probabile che già quest’anno l’Italia e l’Europa saranno costrette ad decidere su tempi e termini del divorzio. Il motivi sono chiari: la Penisola non è riuscita ad imboccare la strada della ripresa nonostante l’aiuto di un prezzo del petrolio molto basso e di tassi di interesse a livelli minimi a causa della politica monetaria della Bce e ora i nodi stanno venendo al pettine, costringendo gli italiani a scoprire che gli anni di Governo di Matteo Renzi sono stati semplicemente tempo perso.

I nodi sono numerosi: 1) a livello internazionale il costo del denaro tenderà a salire e anche la Banca centrale europea sarà presto costretta a ridurre la sua politica fortemente espansiva, anche perché in Germania l’inflazione ha cominciato a rialzare la testa. L’aumento del costo del denaro è devastante per l’Italia che ha un debito pubblico che supera il 130% del PIL; 2) la tensione sociale di una crisi che si protrae da un decennio è destinata ad avere ripercussioni sugli assetti politici italiani, creando quell’incertezza che sta già tendendo a far aumentare il differenziale dei tassi italiani rispetto a quelli tedeschi, il famoso spread. Quindi aumento dei tassi e aumento dello spread rischiano ben presto di diventare una miscela esplosiva; 3) il fallimento delle politiche del Governo Renzi rende probabile l’affermarsi delle formazioni politiche avverse all’euro o la creazione di una situazione di ingovernabilità destinata a far lievitare i tassi di interesse; 4) i circa 270 miliardi di crediti deteriorati nei bilanci delle banche italiane costituiscono un altro grande fattore di rischio che non è stato assolutamente risolto con il 20 miliardi dei euro stanziati dal Governo Gentiloni per salvare il Monte dei Paschi di Siena; 5) le continue richieste di Roma di poter superare gli obiettivi di bilancio non potranno più essere soddisfatte da Bruxelles che ha già concesso all’Italia una flessibilità di 13 miliardi. Anzi, il Governo italiano sarà molto probabilmente costretto ad attuare le clausole di salvaguardia, che vogliono dire aumento dell’IVA e di altre tasse con effetti depressivi sulla crescita; 6) inoltre l’esperienza del Governo Renzi è stata fallimentare: non ha fatto alcuna riforma strutturale (riforma della pubblica amministrazione, della giustizia), la riforma del mercato del lavoro, il famoso Jobs Act, non ha prodotto risultati significativi (non ha ridotto la disoccupazione giovanile e ha diffuso ulteriormente il lavoro precario e nero), ha investito miliardi in provvedimenti elettoralistici che non hanno aumentato la competitività delle imprese italiane e anche dal punto di vista del contenimento del disavanzo pubblico ha solo fatto operazioni cosmetiche.

Tirare a campare non è più possibile sia economicamente sia politicamente. L’uscita dall’euro diventa l’unica opzione possibile per un Paese che non è riuscita ad adeguarsi al passo delle economie del Nord Europa e che ha bisogno di ritornare alla vecchia lira per riprendere a tentare la via delle svalutazioni competitive per compensare le inefficienze del suo sistema Paese. Non sorprende quindi che il dibattito sull’uscita dell’Italia dall’euro esca dalle sale ovattate dei centri studi ê che addirittura Mario Draghi, per la prima volta, non solo non parli più di irreversibilità dell’euro, ma indichi chiaramente quali sono costi e condizioni. Tra le ricerche citiamo solo quella di Mediobanca che prospetta per l’Italia un risparmio annuo di 8 miliardi grazie all’addio dell’euro. Dal canto suo, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, in una risposta scritta agli europarlamentari Marco Valli e Marco Zanni, per la prima volta ammette implicitamente che l’euro è reversibile. Draghi ha ricordato infatti che la Bce non è un istituto unico, ma una sommatoria di banche centrali nazionali. Ciò vuol dire che il programma di acquisto di titoli, il cosiddetto Quantitative Easing, che finora ha iniettato nel sistema finanziario circa 1'400 miliardi di euro, non è stato attuato direttamente dalla Bce, ma dalle singole banche centrali nazionali. In pratica ad acquistare i titoli italiani non è stata la Bce, ma la Banca d’Italia grazie ad un accredito di liquidità fornito da Francoforte. Questo credito della Bce alla Banca d’Italia non sparisce, ma viene contabilizzato nel sistema di compensazione tra le banche centrali dell’Eurosistema, chiamato TARGET2. Il presidente della Bce ha quindi scritto che la posizione debitoria dell’Italia ammonta nei confronti dell’Eurosistema ammonta a 359 miliardi di euro, mentre quella creditizia della Germania raggiunge i 760 miliardi di euro. Mario Draghi ha quindi sottolineato che se un Paese uscisse dall’euro, i crediti e le passività della sua Banca centrale nei confronti della Bce dovrebbero essere saldati integralmente. Prima conclusione: la Banca d’Italia è un enorme Hedge Fund che è in una posizione fallimentare, poiché possiede sostanzialmente solo dei derivati sui crediti concessi. Questo meccanismo di compensazione è anche il guinzaglio utilizzato da Bce, Commissione europea per ridurre a miti consigli le velleità autonomistiche di Paesi come la Grecia, il Portogallo e l’Italia.

Riassumiamo per concludere. L’euro è stato una iattura per un’Italia abituata a compensare le sue inefficienze con la svalutazione della propria moneta che voleva dire anche svalutazione del proprio debito pubblico. Quest’anno la tendenza all’aumento del costo del denaro è destinato a portare i conti italiani fuori controllo e a rendere inevitabile l’uscita dall’euro. E molto probabilmente questo passo lo dovrà fare Gentiloni, poiché è molto improbabile che in queste condizioni il Paese possa permettersi elezioni anticipate. Cosa sarà l’euro senza l’Italia? Questo è un altro capitolo su cui si stanno moltiplicando studi e previsioni di cui parleremo in un prossimo blog.

Alfonso Tuor | 1 feb 2017 05:22

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