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Trump, un clown o un nuovo Hitler?

Queste domande oscurano la svolta che è già avvenuta e i due grandi nodi su cui verrà giudicata l’amministrazione USA

Il ciclone Trump continua a stupire. Molti si aspettavano che il nuovo Presidente americano avrebbe cambiato tono e temi dei suoi discorsi dopo l’insediamento alla Casa Bianca. Nulla di tutto questo è successo finora. Addirittura Donald Trump ha utilizzato la cerimonia del passaggio dei poteri per attaccare pesantemente i precedenti presidenti. Ha accusato Obama, Bush, Clinton e Carter, che erano presenti, di aver lavorato per l’establishment e contro il popolo americano. Significativa è stata la loro reazione e quella di coloro che pretendono di fare opinione: Donald Trump è un clown da non prendere seriamente. La campagna di delegittimazione è continuata nelle ore successive sostenuta da imponenti manifestazioni contro il nuovo presidente.

Ma siamo veramente di fronte a un personaggio stravagante che non merita di essere preso sul serio? Oppure, come sostengono altri come il miliardario George Soros, alla Casa Bianca si è insediato una personalità narcisista e molto pericolosa che potrebbe trasformarsi in un nuovo Hitler? Addirittura vi sono esperti che hanno analizzato il volto di Trump giungendo alla conclusione che è l’espressione di una persona capace di tutto pur di essere preso sul serio. Bisogna ammettere che le prime reazioni di Trump (ad esempio, il numero dei presenti alla cerimonia di insediamento) inducono a sospettare che il forte desiderio di essere rispettato (e forse anche amato) gli possa giocare brutti scherzi, soprattutto se viene confermata l’impressione che questo è uno dei suoi talloni di Achille.

Sta di fatto che questo fuoco di sbarramento, cominciato all’indomani delle elezioni dell’8 novembre, induce invece a ritenere che Donald Trump rappresenta una vera svolta rispetto alla politica degli ultimi decenni e che quella parte di establishment che ha cercato di contrastarne il successo farà di tutto perché la sua amministrazione sia un fallimento. Purtroppo, per questi ultimi l’inizio sembra promettente. Donald Trump ha subito mantenuto la promessa di non ratificare l’accordo commerciale con i Paesi asiatici (TPP), annuncerà prossimamente l’apertura di negoziati con Messico e Canada per rivedere il NAFTA, sta dialogando con il Congresso per varare un piano di investimenti infrastrutturali, sta lanciando ipotesi di riforma della legge tributaria che prevedono dazi sulle importazione e sta esercitando una specie di “moral suasion” sulle grandi corporation americane affinché riportino in patria i posti di lavoro trasferiti all’estero. Insomma, la lotta alla globalizzazione e la battaglia per reindustrializzare l’America restano centrali, come lo erano stati in campagna elettorale. Insomma, finora sta mantenendo le promesse elettorali e ciò sorprende coloro che si erano abituati a politici che fanno esattamente il contrario di quanto hanno promesso.

Queste sono questioni secondarie, vi sono però due nodi (ancora irrisolti) che determineranno il successo o il fallimento di Donald Trump: il primo riguarda la politica economica e il secondo la politica estera. Riguardo all’economia, ripetiamo che il piano di investimenti infrastrutturali e la riforma fiscale (ancora tutta da definire) daranno un forte impulso alla crescita americana per almeno un paio di anni. Il successo più a lungo termine dipende però da cosa deciderà (o potrà fare) sulla riforma del sistema finanziario e sulla lotta alle diseguaglianze. Sulla riforma di Wall Street Donald Trump in campagna elettorale era stato molto chiaro: occorre mettere un freno agli eccessi della finanza e a tale scopo occorre reintrodurre il Glass – Steagall Act del 1933 abrogato nel 1999 dall’amministrazione Clinton. Questi propositi sembrano oggi dimenticati e addirittura contraddetti dalla scelte di esponenti di Goldman Sachs nei posti chiave dell’amministrazione. Se Donald Trump vorrà veramente trasformare l’economia americana il taglio delle tasse e il piano di investimenti infrastrutturali rischiano di rivelarsi solo un fenomeno effimero. Affinché si incida veramente occorre mettere le briglia a Wall Street e a una riforma monetaria che dia alla banca centrale il potere di emettere credito produttivo, come aveva fatto Alexander Hamilton uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti. Se questa strada non verrà seguita, ben presto la ripresa si affloscerà, le diseguaglianze riprenderanno a crescere e gli Stati Uniti sprofonderanno in una nuova crisi. Dunque, nazionalismo / protezionismo e stimoli fiscali non bastano per far tornare grande l’America. Donald Trump avrà la forza e il coraggio di intraprendere questa strada? Per il momento la risposta non è incoraggiante. Ciò detto, bisogna ricordare che gli altri candidati (Hillary in primis) non avrebbe nemmeno cercato di imboccare una strada nuova. Quindi, in ogni caso è meglio l’esperimento Trump.

Il secondo grande nodo sono i rapporti con la Cina. Le prime mosse di Donald Trump non sono incoraggianti. Ora si tratta di capire se il presidente americano vuole giungere ad un accordo con Pechino che cerchi di risolvere almeno parzialmente il grande deficit commerciale americano negli scambi bilaterali oppure ad un confronto dagli esiti imprevedibili. Vi è da sperare che lo spirito commerciale di Trump punti verso la prima ipotesi e che quindi le scaramucce su Taiwan e sugli isolotti del Mar cinese siano solo un modo di aver qualche merce di scambio. Questa partita è indubbiamente la più pericolosa e anche la più imprevedibile, anche se – come molti ritengono – questo braccio di ferro dovrebbe concludersi con una nuova Yalta.

Sono queste le vere questioni su cui verrà giudicata l’amministrazione Trump che in ogni caso già oggi rappresenta una grande e benefica svolta rispetto alle politiche degli ultimi decenni.

Alfonso Tuor | 25 gen 2017 05:20

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