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La nuova via della seta cinese

Attraverso grandi investimenti infrastrutturali Pechino punta a sostenere la crescita e a rompere l’accerchiamento statunitense

Mentre il Fondo Monetario Internazionale avverte che le principali economie occidentali conosceranno un periodo prolungato di bassa crescita, abbracciando di fatto la tesi dell’ex segretario al Tesoro Lawrence Summers, secondo cui l’Occidente rischia una stagnazione secolare, la nuova leadership cinese sta mettendo a punto i vari aspetti di quella che ha definito la strategia della nuova via della seta che mira a sostenere il boom economico del gigante asiatico e a rompere l’accerchiamento economico e commerciale di Washington. Si tratta di un’alternativa che non riguarda solo il confronto tra le due potenze, ma il modo migliore per uscire dalla crisi. In pratica, si tratta di studiare il modello proposto dai cinesi anche per capire se è utile anche per un’Occidente che non riesce ad imboccare la strada di una crescita sana e duratura.

In Occidente si è sperato che la stampa di moneta rimettesse in moto consumi ed investimenti. Le politiche monetarie aggressive seguite prima dalla Federal Reserve americana ed ora anche dalla Banca centrale europea non hanno però prodotto i risultati desiderati. Persino la ripresa americana, tanto decantata, si sta rivelando molto debole a tal punto da spingere le autorità monetarie statunitense a rinviare una normalizzazione dei tassi di interesse che potrebbe far deragliare la tentennante ripresa. Il Quantitative Easing, come abbiamo sempre sostenuto, è servito a sostenere il castello di carte dei mercati finanziari, ma non è riuscito a produrre quell’aumento dei redditi e quindi della domanda finale. Il risultato è che le borse volano, ma le economie reali continuano ad arrancare. Ed è quanto denuncia il FMI che sostiene che non si è manifestata quell’aumento degli investimenti atteso. Anzi, gli investimenti hanno continuato a diminuire. La crescita degli utili delle grandi imprese non si è tradotta in investimenti, ma in distribuzione di dividendi e in riacquisto di azioni proprie che negli Stati Uniti raggiungeranno ben 1'000 miliardi di dollari. In buona sintesi, i soldi stampati e distribuiti dalle banche centrali sono stati assorbiti in grande misure dai mercati finanziari e non hanno rimesso in moto i meccanismi della crescita.

Anche la Cina risente delle vicissitudini dell’economia mondiale, ma sta scegliendo una via diversa per non finire nel limbo della deflazione e della stagnazione che ha afflitto l’economia giapponese e che ora minaccia di affliggere anche le economie di Stati Uniti ed Europa. La strategia è contemporaneamente interna ed internazionale. Pechino ha infatti deciso di scommettere centinaia di miliardi di dollari per finanziare la costruzione di ben due nuove vie della seta. Una è terrestre e l’altra è marittima. Per la via terrestre con i capitali cinesi verranno finanziati grandi opere come la costruzione di una nuova linea ferroviaria transiberiana per avvicinare attraverso l’Asia centrale il gigante asiatico all’Europa e per sviluppare gli scambi commerciali nel Continente euroasiatico. Per la via marittima si investiranno altri centinaia di miliardi per costruire ad esempio un nuovo canale che attraverserà la Thailandia per evitare lo Stretto di Malacca, per ammodernare le strutture portuali lungo l’Oceano indiano in Africa e in Europa. In quest’ottica rientra anche l’investimento cinese nel porto greco del Pireo. Si tratta di uno sforzo colossale sul quale Pechino sta investendo una parte delle sue riserve valutarie. In tale ottica è da leggere la costituzione della Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali (AIIB), cui hanno aderito i Paesi europei, compresa la Svizzera, nonostante le pesanti pressioni di Washington. A questa istituzione si aggiunge la creazione di un fondo di 100 miliardi di dollari che Pechino userà per finanziare i progetti tesi alla creazione delle vie della seta.

Questa iniziativa cinese ha chiaramente anche una ragione geopolitica. Con questi investimenti Pechino tenta di far fallire la politica di accerchiamento americana, e più precisamente il tentativo statunitense di concludere i negoziati commerciali con la maggior parte dei Paesi asiatici per la costituzione di un mercato comune dal quale la Cina sarebbe esclusa (si tratta di un’iniziativa analoga a quella che gli Stati Uniti stanno negoziando con l’Europa). Quindi, la leadership cinese cerca di aggirare questa politica di accerchiamento proponendo e soprattutto finanziando direttamente la creazione di infrastrutture che rafforzino scambi commerciali ed economici tra i Paesi della regione. E’ la conferma che Pechino non vuole farsi trascinare in una politica di scontro con gli Stati Uniti, ma tenta di usare la forza di attrazione della sua economia per creare rapporti pacifici con i suoi vicini. Non a caso lo stesso leader cinese Xi Jinping ha recentemente dichiarato che “la Cina ha bisogno di un ambiente interno armonioso e pacifico e di un ambiente internazionale tranquillo” e ha aggiunto che “la storia insegna che nessun Paese è riuscito a ottenere i propri obiettivi con la violenza”.

Ma queste iniziative cinesi sono fondamentali anche dal punto di vista macroeconomico: in pratica sono grandi investimenti infrastrutturali per combattere la crisi e la deflazione. Invece di stampare e distribuire soldi sui mercati finanziari, usare i capitali per realizzare investimenti utili e che creano lavoro e reddito. Si tratta di un percorso che riprende le lezioni di John Maynard Keynes e che è ben diverso dalle politiche monetarie espansive dell’Occidente che servono per aiutare i mercati finanziari, ma che non producono ripresa sana e duratura perché sono accompagnate da alta disoccupazione e compressione dei salari che non creano le condizioni per un aumento sano dei consumi che è la condizione indispensabile per uscire veramente dalla crisi.

Redazione | 15 apr 2015 05:25

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