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Quale via per uscire dalla crisi?

Una risposta ad un'interessante sollecitazione di un blogger sulle possibili soluzioni alla crisi economica

Un blogger, che conosco e che stimo, ha giustamente sollevato la questione se siano utili questi continui interventi di Governi e banche centrali per cercare di superare questa crisi che è originata da un eccesso di debiti sia privati sia pubblici. Ciò vale naturalmente anche per l’attuale crisi dell’euro. Rifacendosi alla scola economica austriaca e citando l’economista Ludwig Von Mises, ha sostenuto che l’attuale “accanimento terapeutico” non porterà ad alcun risultato positivo. Al contrario provocherà la destabilizzazione dell’attuale sistema monetario fondato su valute fiduciarie che non sono sorrette da alcun attività reale, quale potrebbe essere l’oro. In concreto, il pericolo è che l’iperinflazione distrugga il valore cartaceo delle monete e mandi in crisi l’intero sistema monetario internazionale. Secondo il blogger è quindi meglio lasciare libero corso al crollo del castello di carte fondato su questa montagna dei debiti per poi ripartire (aggiungo io) su basi rinnovate e solide. Non so se la teoria di questo blogger, che merita assoluto rispetto, si rivelerà corretta. E’ difficile dirlo, anche perché stiamo vivendo una situazione economica completamente nuova. A mio parere, il giudizio deve rimanere in sospeso.

Su questa questione vi sono almeno altre due teorie. La prima, che mi piace citare, è quella keynesiana sostenuta dal Premio Nobel per l’economia Paul Krugman. Secondo l’economista americano, la crisi persiste poiché gli Stati sono stati troppo prudenti nell’uso della spesa pubblica per rilanciare l’economia. Per Paul Krugman il piano di rilancio statunitense varato da Obama non avrebbe dovuto essere di soli 900 miliardi di dollari, ma molto molto più consistente. In questo modo si sarebbero compensati gli effetti del processo di deleveraging (ossia di riduzione dei debiti da parte di famiglie, imprese e soprattutto del sistema finanziario) e si sarebbe rilanciata l’economia su un sentiero di crescita. Insomma Paul Krugman ripropone la ricetta del deficit spending per uscire dalla crisi. L’economista americano ricorda poi che il costo del denaro a livelli minimi negli Stati Uniti renderebbe questo tipo di politica ancora più favorevole. Come è a tutti noto, il riferimento storico implicito nel discorso di Krugman di rifa’ all’esperienza della Grande Depressione degli anni Trenta.
 
Allora le politiche governative ridussero gli effetti della contrazione economica e soprattutto le enormi spese pubbliche dovute allo scoppio della Seconda Guerra mondiale fecero uscire gli Stati Uniti dalla depressione. Questa politica basata sull’ampliamento della spesa pubblica sarebbe possibile negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, ma non in Eurolandia a causa del modo di funzionamento dell’euro che non lascia spazi di manovra. Un’esperienza recente di questo tipo di politiche è stata fatta dal Giappone. Il Paese del Sol Levante è ricorso nell’ultimo ventennio più volte a grandi piani di investimento statali per rilanciare l’economia nipponica dopo lo scoppio della bolla che si era formata nel mercato immobiliare e in quello azionario. Il giudizio su questa esperienza è controverso. Secondo alcuni, grazie agli interventi statali il Giappone ha evitato di finire in depressione ed è riuscito a limitare i danni; secondo altri, l’esperimento è stato negativo, poiché il Giappone non è riuscito a imboccare di nuovo la strada di una solida crescita e oggi si ritrova sulle spalle un debito pubblico che supera il 200% del PIL. Ciò dimostra che un Paese che non ha bisogno di finanziamenti esteri può sostenere livelli di indebitamento pubblico elevatissimi, come sta succedendo oggi al Giappone.

Vi è una terza teoria, che è quella abbracciata dalle principali autorità monetarie. Secondo questa teoria, una crisi originata da un eccesso di debiti è abitualmente molto lunga. Le autorità monetarie devono attutirne gli effetti per permettere che si compia l’inevitabile processo di riduzione dei debiti. Quando questo processo sarà giunto a un buon punto, l’economia riprenderà a crescere. A mio p

minols | 11 lug 2012 07:52