Accedi17/24°

Punto di non ritorno per l'euro

L'ingovernabilità della Grecia fa prevedere una nuova recrudescenza della crisi della moneta unica europea

I risultati delle elezioni presidenziali in Francia e soprattutto quelli delle elezioni parlamentari in Grecia hanno aggiunto altri fattori di instabilità ad Unione monetaria europea già claudicante. Possiamo sostenere che siamo giunti ad un punto di non ritorno. Le elezioni francesi e greche hanno dimostrato che le politiche di austerità seguite finora non solo non stanno producendo risultati positivi, ma che stanno diventando politicamente insostenibili. D’altronde, non è più possibile sperare ragionevolmente che un miglioramento della congiuntura oppure un qualche fattore possa rimettere in carreggiata l’euro. L’alternativa diventa sempre più chiara o i Paesi forti dell’Europa accettano di finanziare i Paesi deboli o di garantirne i debiti oppure la spaccatura dell’euro diventa ineluttabile.

Le ipotesi attualmente in circolazione appaiono in realtà una presa in giro tesa semplicemente a cercare di rabbonire François Hollande che si è impegnato a cambiare il corso della politica europea puntando sulla crescita. Infatti l’Europa non può uscire dalla crisi attuale con le proposte del Presidente della Bce, Mario Draghi, che propone un Patto per la crescita da affiancare a quello fiscale che consisterebbe sostanzialmente in riforme tese a liberalizzare il mercato del lavoro e far funzionare meglio il mercato unico europeo.

Queste riforme potrebbero produrre risultati a medio e a lungo termine, ma non potrebbero assolutamente frenare la caduta i una recessione sempre più profonda di Italia e Spagna. Nemmeno l’idea di un Piano Marshall di 200 miliardi di euro consistente in investimenti infrastrutturali finanziati da una Banca Europea per gli Investimenti (BEI) ricapitalizzata con 10 miliardi del Fondo Salva-Stati potrebbe rilanciare l’economia europea. Infatti tra il momento dell’approvazione di un simile Piano all’effettiva apertura dei cantieri passerebbe un tempo tale da rendere eccessivamente tardivo questo piano. Pure l’idea di rinviare di un anno gli obiettivi di risanamento dei conti dei Paesi in difficoltà non cambierebbe assolutamente il quadro di crescenti sofferenze che affligge le economie dei Paesi in difficoltà.

L’Europa è dunque di fronte a un bivio: o la Germania accetta di farsi carico dei debiti dei Paesi deboli oppure l’unica soluzione è la spaccatura dell’euro. Il Governo della signora Angela Merkel si è finora giustamente opposto a questa soluzione, poiché ha giustamente paura che la Germania non abbia la forza e la solidità per sostenere un simile fardello e inoltre poiché teme  non vi sarebbe il consenso dei cittadini tedeschi.

La Germania ha già fatto molto per salvare l’euro: è il principale finanziatore del Fondo Salva-Stati e ha già speso più di 200 miliardi di euro. Il Paese ha un debito pubblico pari all’80% del PIL e ha pagato il prezzo delle riforme attuate dal precedente Governo rosso-verde con livelli salariali molto bassi se confrontati con quelli svizzeri e nemmeno di molto superiori a quelli italiani. Quindi assumersi questo fardello (garantendo gli Eurobonds oppure consentendo alla Bce di finanziare il debito pubblico dei Paesi in difficoltà) vorrebbe dire rimettere in discussione i risultati di riforme costate non poco al popolo tedesco. Quindi, la Germania non è egoista, come si cerca di dipingerla, ma è un Paese consapevole che non ha la forza per assumersi un compito di queste dimensioni. Questa via sembra dunque preclusa.

D’altro canto se non vi è un aiuto europeo, i Paesi deboli devono continuare con queste politiche di rigore che stanno affossando le loro economie. Non hanno alternative, poiché se si rimettessero a spendere sarebbero immediatamente puniti dai mercati finanziari che spingerebbero al rialzo i rendimenti dei loro titoli pubblici. Ed è proprio questa il giogo dell’euro. La moneta unica europea non permette ad Italia, Spagna, ecc. di stampare moneta per mantenere i tassi bassi e di svalutare la moneta. Diventa dunque una camicia di forza della quale non si può liberarsi. L’unica liberazione pu
joe | 29 mag 2012 13:32