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L'euro si è infilato in un vicolo cieco

Sono diventate inutilizzabili e addirittura pericolose le proposte ventilate per salvare la moneta unica europea

Per l’euro i giorni sembrano ormai contati. Mentre la pressione dei mercati finanziari e della recessione che incombe su Eurolandia diventa sempre più forte, i leader europei si sono infilati in un vicolo cieco dal quale appare pressoché impossibile uscire. Oggi come oggi le possibilità di salvare la moneta unica europea sono ormai ridotte al lumicino e tutto lascia presagire che sia imminente la fine dell’euro nella sua attuale forma e composizione. La crisi rende impossibile una garanzia illimitata dei debiti sovrani da parte della Banca centrale europea, rende estremamente problematico il varo degli Eurobonds ed induce a ritenere fantasiosa l’ipotesi di un’Unione fiscale. Ma procediamo con ordine.

 

Il tempo stringe e per salvare l’euro si chiede a gran voce l’intervento della Banca centrale europea. La Germania è contraria ad una monetizzazione del debito, ossia al fatto che l’istituto di Francoforte si metta a stampare euro con i quali poi acquisterebbe i titoli pubblici dei Paesi in difficoltà, poiché costituirebbe un trasferimento (seppure camuffato) dei debiti dai Paesi deboli ai Paesi forti. Ad una garanzia illimitata dei debiti sovrani non è contraria solo Angela Merkel, ma lo sono anche i dirigenti della Banca centrale europea.

 

Queste motivazioni sembrano oggi superate. La crisi si è aggravata a tal punto da rendere una garanzia illimitata dei debiti sovrani europei il fattore scatenante di una crisi incontrollabile. Le ragioni sono semplici. Nelle ultime settimane è cominciata una fuga di ampi proporzioni dei capitali stranieri dagli investimenti denominati euro, ossia si è manifestato un chiaro e forte segnale di sfiducia nelle possibilità di sopravvivenza della moneta unica europea. Si sono anche manifestati i primi segnali di una fuga dall’euro dei capitali degli stessi europei. Sempre nelle ultime settimane si moltiplicano i segnali di una rarefazione della liquidità denominata in euro e di una difficoltà crescente di rifinanziamento del sistema bancario. Insomma, l’evoluzione della crisi sembra aver già “bruciato” le possibilità di intervento ad ampio raggio della Bce. Infatti i queste condizioni l’auspicato intervento della Banca centrale europea sarebbe estremamente pericoloso: provocherebbe un forte deprezzamento della moneta unica europea, rischierebbe di incrementare a dismisura la fuga di capitali dall’Europa, di destabilizzare ulteriormente il sistema bancario europeo e di mettere in forse la credibilità della stessa Banca centrale europea, che si regge su un capitale proprio minimo, già fortemente esposto con gli acquisti settimanali di obbligazioni statali dei Paesi deboli e soprattutto stracolmo di pegni di dubbia qualità versati dalle banche per ottenere liquidità dalla Banca centrale europea. Insomma, una garanzia della Banca centrale europea sui debiti sovrani dei Paesi dell’area euro provocherebbe nel giro dio poco tempo il collasso della moneta unica. Sono sicuramente questi i motivi che spingono Mario Draghi ad opporsi ad una soluzione del genere. Ciò non esclude che il precipitare della crisi costringa la Banca centrale europea ad intervenire, ma sicuramente queste operazioni saranno di dimensioni limitate per non destabilizzare definitivamente l’euro e lo stesso istituto di emissione. Bisogna ricordarsi che una banca centrale può stampare moneta in modo illimitato, ma che questa azione non è priva di conseguenze. Una di queste è l’inflazione o addirittura l’iperinflazione, ma un’altra è che anche una banca centrale può tecnicamente fallire.

 

La seconda linea di intervento è il varo degli Eurobond, ossia di obbligazioni emesse e garantite dall’insieme dei Paesi di Eurolandia. L’obiettivo è quello di far riaccedere al mercato Paesi (come la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo) e di ridurre il costo del finanziamento dei Paesi ora investiti dal ciclone della crisi (come Italia e Spagna). L’emissione di queste obbligazioni europee comporterebbe immediatamente l’aumento dei tassi di interesse che dovrebbero pagare i Paesi fo

minols | 30 nov 2011 08:05