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Perde il lavoro e si toglie la vita

UNIA denuncia sulla propria pagina Facebook l'ultima inutile battaglia di una commessa 50enne disperata

"Si può morire per abbandono? Disperazione? Quanti colpi deve ricevere una persona fragile prima di cedere? Non c’è una risposta, ci sono però brucianti responsabilità, ci sono fatti che pesano come macigni". Il sindacato interprofessionale svizzero UNIA introduce così la propria storia di denuncia sulla propria pagina Facebook.

Questo il racconto completo dell'ultima inutile battaglia di una commessa 50enne disperata: 

"Patrizia* è commessa in un negozio di abbigliamento in Ticino, non è più una ragazzina, è in quell’età dove se rimani a casa la riassunzione è difficile. 50 anni possono essere un’età meravigliosa ma anche un capestro, in un mondo del lavoro come il nostro.

Patrizia lavora da sola nel suo negozio, se vuole andare al bagno deve chiudere il negozio e recarsi dietro lo stabile, ultimamente le avevano tolto anche la pausa caffé. I suoi datori di lavoro, la tengono continuamente monitorata con una sorveglianza video e audio. È una cosa illegale ovviamente. Patrizia viene controllata su come dispone la merce, su come si relaziona coi clienti e ripresa se le cose non vanno come pretende il datore. Lei parla con le colleghe, con gli amici e racconta tutto, spiega che ormai le vessazioni e le sgridate sono continue e più persistenti.

Qualcuno le consiglia di rivolgersi ai sindacati. Patrizia è una persona fragile, spaventata, promette di farlo ma poi non da seguito alla cosa. Qualcuno allora avvisa il sindacato di sua iniziativa, preoccupato per Patrizia . E il sindacato si muove: una sindacalista la contatta di nascosto, anche perché Patrizia è sempre controllata, si finge una cliente e le passa un biglietto da visita accartocciato nella mano, le dice di fare riferimento a loro senza paura. La fragile Patrizia sorride e ringrazia, ma non lo farà mai.

Poco dopo Patrizia chiede di avere un po’ di ferie, una mattina torna in negozio e trova un’altra persona al suo posto. È il licenziamento, in un modo schifoso, triste. Vi avevamo già detto che Patrizia era fragile vero? Tanto fragile.
Quel giorno Patty non tornerà più a casa e non tornerà a lavorare mai più, perché si toglie la vita.
Colpa dei datori di lavoro? Magari no, magari era già messa male per conto suo Patrizia. Ma forse sì, forse il continuo stillicidio, il mobbing e il fatto di essere trattata come uno straccio da pavimenti ha spezzato qualcosa in quella mente impaurita e delicata.

Avvisateci, parlate con noi. Fatelo prima, non dopo. Certe situazioni sono senza ritorno ed è importante capirlo. Il sindacato fa quello che può e come può. Non risolve tutto, è vero, ma i nostri ci mettono l’anima e la passione, sono una spalla a cui appoggiarsi, sono gente che non si arrende.
A chi ha contattato Patrizia di nascosto, sappiatelo, rimangono l’amarezza e la tristezza di non avere fatto abbastanza, è l’eterno fardello che accompagna chi fa questo lavoro.
Non sempre si vince, ma di sicuro si perde se non si combatte.
E Patrizia, ha ormai perso la sua ultima battaglia.

*Nome di fantasia"

Redazione | 10 mag 2018 19:01

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