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Scambio automatico, "La Svizzera resta competitiva"

Il presidente di ABT Alberto Petruzzella esclude una perdita di competitività della piazza finanziaria elvetica

Basta inaccessibili conti cifrati, basta fughe di capitali. Il 2018 per la piazza finanziaria elvetica si apre con quello che si può definire uno dei più grandi armistizi della sua storia recente. Sottoscritto ufficialmente nel 2014 (quando l’Ocse approvò le nuove normative SAI), dal primo gennaio di quest’anno si è attivato anche per il nostro Paese l’obbligo dello scambio automatico d’informazioni. Un traguardo sudato e che dovrebbe porre la parola fine al lungo braccio di ferro diplomatico nel quadro della lotta internazionale all’evasione fiscale.

"E' un cambiamento di paradigma, ormai il mondo del denaro non dichiarato non esiste più. 80 paesi scambiano informazioni, e quindi anche la Svizzera si è adeguata", ha dichiarato ai microfoni di TeleTicino il presidente dell'Associazione Bancaria Ticinese (ABT) Alberto Petruzzella. "Non è una sconfitta, ma un cambiamento. Anche la piazza finanziaria è contenta di poter operare in un quadro chiaro e sicuro."

Un passo dunque inevitabile, formalizzato come detto nel 2014, seguito dal lungo percorso della cosiddetta volountary disclosure… Ma che cosa cambierà concretamente? "Tutti i dati dei clienti italiani, francesi, inglesi verranno mandati a Berna, dove queste informazioni verranno scambiate con Parigi, Londra, Roma e viceversa".

"La Svizzera otterrà i dati da tutti gli altri paesi e potrà verificare se i contribuenti svizzeri hanno conti all'estero e se li hanno dichiarati", prosegue il presidente di ABT.

Un cambio di paradigma che però per Petruzzella non vorrà dire perdita di competitività. "Il 25% dei capitali gestiti fuori dalla propria nazione sono in Svizzera, quindi siamo competitivi".

Insomma se sul fronte internazionale la partita sembra chiusa, resta invece problematico – in primis per la piazza finanziaria del nostro cantone – la trattativa per gli accordi fiscali con l’Italia. "Qualche problema ce l'abbiamo, soprattutto con l'Italia. Oggi ormai tutti i capitali degli italiani in Svizzera sono dichiarati ma non possiamo lavorare perché non abbiamo accesso al mercato e quindi aspettiamo che le trattative tra i due Governi si sblocchino e si possa ottenere quanto promesso."

Anche perché se così non fosse il contraccolpo per la piazza finanziaria ticinese potrebbe farsi sentire. "Se fossimo obbligati ad aprire delle succursali in Italia vorrebbe dire portare dei posti di lavoro, per esempio, da Lugano a Milano. Non è quello che vogliamo ma neanche quello che vuol il cliente. Il cliente vuole i soldi in Svizzera, gestiti a Lugano, vuole venire qui a parlare con i consulenti".

 

Maggori dettagli nel TG di TeleTicino delle 18.45

 

Romano Bianchi | 3 gen 2018 19:30

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