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25 anni dopo il 'No' allo SEE: due opinioni a confronto

Lorenzo Quadri (Lega): "Occasione guadagnata". Marina Carobbio (PS): "Servono misure a tutela dei lavoratori"

Il 6 dicembre di 25 anni fa il popolo e i Cantoni dicevano 'No' all’adesione allo Spazio economico europeo (SEE). Lo SEE, tuttora in vigore, è un accordo che lega i Paesi dell'Unione europea (UE) e gli Stati dell'Associazione europea di libero scambio (AELS), ovvero Norvegia, Islanda e Liechtenstein (ma non la Svizzera).

All’epoca l'adesione allo SEE era stata presentata come una sorta di anticamera all’adesione elvetica all’UE ed era stata respinta dal 50,3% dei cittadini. Secondo il politologo dell’Università di Losanna Georg Lutz si è trattato di uno degli eventi più importanti degli ultimi 50 anni, tale da stravolgere completamente l'agenda politica del Consiglio federale, costringendo la Svizzera a percorrere un’altra strada per raggiungere gli obiettivi dello SEE (libera circolazione di beni, persone, servizi e capitali e le relative libertà politiche).

La ‘domenica nera’, come l’aveva ribattezzata l’allora capo del Dipartimento dell'economia Jean-Pascal Delamuraz, è stata tuttavia il punto di partenza per il pragmatismo elvetico nelle relazioni con Bruxelles. Dal 2000, il popolo svizzero aveva accettato tutte le tappe successive degli accordi bilaterali con l'UE nonostante l'opposizione costante dell'UDC e della Lega. Il 'sentimento europeista' degli svizzeri si è raffreddato dopo la crisi economica del 2008 che ha flagellato l’Europa, ma la maggioranza resta comunque favorevole alla via bilaterale. Una posizione che neppure l'accettazione dell'iniziativa dell'UDC contro l'immigrazione di massa il 9 febbraio 2014 è riuscita a cambiare. Anche in questo caso a prevalere è staro il pragmatismo del Consiglio federale per evitare di far cadere gli accordi bilaterali.

Questi accordi resistono nonostante alcuni segni di cedimento, che richiedono un accordo quadro istituzionale volto a garantire un'applicazione più efficace e uniforme. Ma l’UE non ha fretta di negoziare.

Nel 2018 l’UDC lancerà un’iniziativa per una gestione autonoma dell'immigrazione che entra direttamente in conflitto con il principio della libera circolazione. Se il testo dovesse essere accolto in votazione popolare, il Consiglio federale avrebbe un anno di tempo per negoziare con l'Ue la disdetta della libera circolazione. Se non fosse possibile trovare un accordo, sarebbe necessario rinunciare a tutto il pacchetto dei bilaterali I entro un mese. Sarà un ‘6 dicembre bis’?

Ticinonews.ch lo ha chiesto ai consiglieri nazionali Marina Carobbio (PS) e Lorenzo Quadri (Lega).

Quel ‘No’ di 25 anni fa fu un’occasione persa oppure guadagnata? Il Consiglio federale ha visto la sua agenda politica stravolta e la Svizzera ha dovuto percorrere altre vie…

Lorenzo Quadri - “Guadagnata. Fosse andata diversamente 25 anni fa oggi saremmo messi molto peggio, ma grazie anche a contributo determinante della Lega (alla sua prima grande campagna nazionale) così non è stato. Evidentemente la maggioranza politica (PLR-PS-PPD) ha comunque tentato di far rientrare dalla finestra la Svizzera nell’UE. Anche in quell’occasione il voto popolare è stato rigirato”.
Marina Carobbio - “Difficile dire se si si trattato di un’occasione persa oppure no. Dopo il 1992 la Svizzera ha vissuto un periodo di recessione e ha cercato un’altra via. Ricordo che questa via bilaterale è stata fortemente voluta dall’economia mentre la sinistra ha più volte chiesto delle misure d’accompagnamento che in molti casi si sono rivelate insufficienti, in particolare in certe regioni come il Ticino. Come PS abbiamo più volte chiesto un rafforzamento dei controlli per prevenire il dumping salariale, abbiamo lanciato un’iniziativa a livello federale per un salario minimo dignitoso (che non è passata) e io stessa ho presentato diversi atti parlamentari per lottare contro la sostituzione sul mercato del lavoro ma UDC e PLR le hanno sempre bocciate”.

Nel corso degli anni il sentimento europeista svizzero si è raffreddato, anche se la maggioranza rimane comunque favorevole ai Bilaterali. Pensa che questi accordi continueranno a restare importanti per la popolazione?

LQ – “Constato che, per quanto possano valere i sondaggi, l’indice di gradimento degli accordi bilaterali sia crollato. Sembra un segnale importante di disaffezione contro la libera circolazione delle persone. La via bilaterale può essere vista favorevolmente ma non con la libera circolazione incontrollata. Per quel che mi riguarda sia l’adesione all’UE che il mantenimento della via bilaterale attuale sono fuori discussione, Di sicuro non può essere mantenuta senza forme limitative”.
MC - “Penso che il popolo ritenga importante avere questa via bilaterale con l’UE ma che abbia bisogno anche di maggiori misure a tutela del mercato del lavoro. Per garantire la via bilaterale bisogna rafforzare queste misure. Piccoli passi vengono fatti ma non sono sufficienti. Per la destra il problema è l’immigrazione e punta a mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, per noi sono quelle aziende che praticano abusi sul mercato del lavoro e favoriscono il dumping salariale".

Nel 2018 l’UDC lancerà un’iniziativa per una gestione autonoma dell'immigrazione che entra direttamente in conflitto con il principio della libera circolazione. Se il testo dovesse essere accolto in votazione sarà un altro ‘giro di boa’ come 25 anni fa o come il 9 febbraio 2014?

LQ – Se l’iniziativa dovesse riuscire e approdasse alle urne ritengo che avrà buona chance di vincere. Sarà lo stesso scenario di 25 anni fa e del 9 febbraio 2014. Inoltre, dubito che le varie votazioni post 1992 sarebbero andate come sono andate se il popolo avesse saputo delle conseguenze deleterie. Il Ticino si è sempre espresso in maniera lungimirante perché maggiormente confrontato con i problemi derivanti dalla libera circolazione. Se si votasse oggi sugli Accordi bilaterali dubito che passerebbero”.
MC - “I popolo ha votato ‘No’ 25 anni perché temeva che fosse un passo per aderire all’UE e ‘Sì’ al 9 febbraio a causa delle preoccupazioni nel mondo del lavoro. Ora inizia a capire che non è con questo slogan che si risolve il problema. Ma serve anche una risposta da parte della politica. È ovvio che chi si trova confrontato con i problemi del mondo del lavoro spera di trovare una soluzione con Prima i nostri e il 9 febbraio, ma poi si rende conto che non è con gli slogan che questi problemi vengono risolti. Da parte della politica vengono fatti piccoli passi ma ancora non sono sufficienti. Nella legge di applicazione all’iniziativa sull’immigrazione di massa la maggioranza dei partiti ha trovato un accordo che prevede l’obbligo di far capo ai disoccupati e la possibilità di interventi più incisivi nei Cantoni più esposti. Anche questo è un piccolo passo, ma la politica deve fare molto di più”.

 

nic

Redazione | 6 dic 2017 20:10

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